CIBO NON CIBO di Roberto Meregalli

Ciao a a tutte/i,

è uscito il mio ultimo libro, dedicato all’agricoltura e al cibo che ne traiamo.

Questo libro parla di agricoltura, l’attività che ha fatto smettere gli uomini di vagare come nomadi e li ha fatti accasare attorno ad un fazzoletto di terra. Oggi, nelle società occidentali, sono sempre meno coloro che coltivano, abbiamo cibo in abbondanza, anche se non sappiamo ancora distribuirlo fra tutti gli abitanti della terra, cosicché quasi uno su sette la sera va a dormire con la pancia inquieta.

Un numero doppio di persone invece dorme male per il motivo opposto, perché ha la pancia gonfia da star male, e una massa che ne limita addirittura i movimenti; perché l’industria del cibo mette sugli scaffali alimenti troppo ricchi di zucchero, sale e grassi che soddisfano altri nostri bisogni a danno della nostra salute.

Di questi due aspetti tratta il primo capitolo; il secondo disegna la grande industria dei campi in Italia, Europa e nel resto del mondo: parleremo di raccolti, di industrie di processo, di catene di supermercati, di commercio internazionale.

Nel terzo ci affacceremo sul lato oscuro dell’agricoltura mondiale, sul retrobottega, dove si ammassano i rifiuti, le cosiddette esternalità, tutto ciò che non si mostra mai al cliente per non rovinare il suo appetito. Quanto inquina l’agroalimentare? Quanto costa all’ambiente il consumo di carne? Quanti antibiotici entrano nella pancia degli animali allevati? Quanti fertilizzanti, quanti antiparassitari si spargono sui campi? Nel capitolo cercheremo di rispondere a tutte queste domande.

Sono tanti i dati riportati perché si è preferito evitare discorsi generici, ma molte sono anche le cose che non troverete e che avremmo voluto aggiungere ma che abbiamo omesso per rendere “digeribile” il testo. La ricchezza di dati genera il rischio di ammucchiare tante informazioni sui pericoli del mondo del cibo col risultato di farci sentire sempre meno capaci di affrontarli. Ma non è certo questo l’obiettivo e nella parte finale del libro andremo oltre con lo sguardo, per vedere nuove agricolture, già presenti ma non ancora pienamente sviluppate, che cercano di evitare i danni e perseguono un rapporto più rispettoso verso l’ecosistema. Parleremo quindi di agricoltura sociale, di agricoltura urbana, di agricolture non omologate all’unica vocazione dell’economia.

Concluderemo il viaggio con una riflessione su come il rispetto per le piante e gli animali – nostri compagni indispensabili di vita – implichi non solo l’esigenza di migliorare le tecniche agricole e le filiere alimentari, ma non possa avvenire senza un cambiamento di noi stessi. Senza la riscoperta delle nostre origini, dei legami con l’intero creato, della nostra capacità adattiva su un pianeta che cambia e, soprattutto della necessità esistenziale di superare il mito dell’individuo per abbracciare quello di comunità, non troveremo la sostenibilità, la giustizia e la felicità che cerchiamo.

Siamo entrati in un nuovo secolo, e le questioni che dobbiamo affrontare sono diverse da quelle di cinquant’anni fa. Un nuovo paradigma incentrato sul benessere, la resilienza e la sostenibilità deve sostituire quello produttivista del passato per dare piena realizzazione al diritto ad una alimentazione adeguata e per difendere le basi stesse dell’esistenza umana. L’equazione è complessa, ma può essere risolta e nel risolverla troveremo cibo soprattutto per la nostra anima.

 

La scheda è disponibilie qui

Il ‘miracolo’ della fusione, gli F35, il rischio nucleare

da Il Fatto Quotidiano – di Mario Agostinelli – 19 novembre 2014

Energia pulita, praticamente illimitata e a costo zero o quasi: il sogno della fusione nucleare promette tutto questo, e Lockheed Martin pensa di riuscire ad arrivarci in appena 10 anni. Questa la notizia rimbalzata in tutto il mondo per accreditare la ricerca su un reattore compatto di nuova concezione da parte della casa produttrice del discusso caccia  F35.

«Il nostro progetto di fusione compatta combina diversi sistemi alternativi di confinamento magnetico, prendendo il meglio da ciascuno, e offre una riduzione delle dimensioni pari al 90% rispetto ai progetti precedenti», ha spiegato Tom McGuire, capo del team che lavora su questa idea.

Perché questa notizia proprio ora, quando si gioca una partita che sembrava persa per il rilancio dei reattori a fissione di grande potenza e mentre si rincorrono le voci che vorrebbero il ricorso al nucleare tra le opzioni sostenute per contenere il cambio climatico, ma senza ridurre i consumi elettrici e mantenendo le colossali infrastrutture energetiche attuali? La geopolitica è tuttora fatta di petrolio, gas e nucleare e chi tra i padroni del pianeta se la sente di ascoltare le preoccupazioni popolari per la salute e le catastrofi all’orizzonte?

Tra l’altro, nessun dubbio che la Lockheed abbia bisogno di restaurare il proprio prestigio dopo gli insuccessi del suo F35, velivolo multipolare destinato a teleguidare (e non solo trasportare) gli ordigni nucleari della Nato. E nessun dubbio che la sinergia tra nucleare civile e militare voglia mantenere in campo e potenziare la filiera degli impianti che assicurano il plutonio per le testate atomiche.

Allora, cosa c’è di meglio che annunciare che tra due lustri ci sarà un nucleare “in scatola”, senza scorie, alimentato gratis e per tempo illimitato? Così fantastico da farci accettare, perché no, come sopportabile una transizione preparatoria al nuovo Eden, che installa e tiene in piedi impianti enormi con tremendi rischi, con scorie ineliminabili, costi spaventosi, incidenti non troppo frequenti ma di portata incommensurabile. Ricordate i reattori di IV generazione cui saremmo approdati il mese dopo dei referendum del 2011? Spariti.

In effetti, i problemi del nucleare permangono e non si superano con i miracoli, tantomeno a mezzo stampa. Il professor Ian Hutchinson, del MIT ha replicato: «Per quel che posso vedere, alla Lockheed non hanno fatto attenzione alla fisica di base della fusione nucleare», e il professor Harald Griesshammer della George Washington University spiega che le ridotte dimensioni lo convincono poco. Gli attuali reattori in cui si sperimenta la fusione sono delle dimensioni di alcuni campi di calcio – tribune comprese – sia per lo spazio occupato dai grandi magneti, che per la necessità di schermare completamente i neutroni prodotti dalla reazione, che sono in quantità tale da indebolire consistentemente le strutture di contenimento.

Oggi il cambiamento dei modelli delle precipitazioni e gli eventi meteorologici più estremi acuiranno i rischi di apparecchiature nucleari sul territorio: non solo terremoti e tsunami, ma inondazioni, smottamenti e siccità ridurranno la praticabilità e la sicurezza dei siti. Ci sarà ancora più resistenza alla localizzazione e ai trasporti di materiale radioattivo, come dimostra la mobilitazione piemontese attorno ai depositi di Saluggia, potenzialmente soggetti a inondazione, nonché la crescita di allarme per l’affidamento alla SOGIN, soggetto proprietario degli impianti, dello smantellamento degli stessi, dell’individuazione del sito nazionale unico, dell’interlocuzione con la popolazione e gli amministratori locali per la sua scelta e gestione sicura. Negli Usa Obama e Harry Reid, il senatore del Nevada e leader della maggioranza fino a gennaio, avevano bloccato i finanziamenti per il deposito di scorie nucleari proposto in Nevada a Yucca Mountain e sembra che si orientino per lo stoccaggio a tempo indeterminato dei rifiuti radioattivi in contenitori “sepolcri” a lato delle centrali e per la creazione di analoghi depositi regionali continuamente monitorati.

L’assurdità della tecnologia nucleare può solo essere esorcizzata con la promessa di una sua riconversione innocua e pulita: il miraggio Lockheed serve solo a giustificare sussidi e investimenti pubblici al nucleare che c’è! Dopo l’avanzata dei repubblicani alle elezioni della scorsa settimana, l’industria nucleare americana ha immediatamente sostenuto che i 10,6 miliardi di dollari di garanzia dei prestiti per i nuovi progetti nucleari messi a disposizione dal Dipartimento per l’Energia non bastano più. Ed ha subito ottenuto un aumento a 12,6 miliardi di finanziamento pubblico: 2 miliardi per i cosiddetti progetti nucleari front-end: come la conversione dell’uranio o l’arricchimento e produzione del combustibile nucleare e 10,6 miliardi di dollari per centrali nucleari. La sfida tra sole e atomo continua, ma non si vuole far svolgere certamente ad armi pari.

Una nota sul mercato elettrico di Alberto Meregalli

E’ molto interessante il recente rapporto di Eurelectric (gli industriali dell’elettricità europea), sull’integrazione della corrente prodotta con le fonti rinnovabili (FER) nei mercati elettrici d’Europa. In sintesi le imprese dicono che visto che sempre maggiore è la quantità di elettricità da FER disponibile, è necessario che queste fonti si adattino al mercato, tradotto nei loro termini significa:“applicare alle FER gli stessi diritti e doveri delle altre fonti” e applicare “sistemi di sostegno che tendano a minimizzare le distorsioni al mercato”.

Ma è anche necessario che il mercato si adatti alle FER, come? Siccome queste richiedono centrali termoelettriche di back-up pronte ad entrare in servizio in caso di necessità, occorre sviluppare dei “mercati della capacità”, ossia sussidi che non remunerano elettricità prodotta ma la disponibilità delle centrali a gas ad entrare in produzione quando necessario.

Fa un po sorridere questa posizione, perché potremmo riassumerla così: le rinnovabili non vanno più incentivate e vanno trattate come le fonti fossili, queste ultime, siccome c’è meno spazio per loro, vanno incentivate per il solo fatto di esistere.

Il problema della variabilità delle rinnovabili

E’ corretto scrivere che l’aumento della produzione da FER crea qualche problema a chi lavora quotidianamente per gestire il sistema elettrico ed evitare che vada in black-out; è vero pure che alcune FER caratterizzate da variabilità richiedono capacità di back-up termoelettrica, ma il problema non è così rilevante come sostenuto. Forse solo l’eolico risulta difficile da prevedere, la generazione del solare grazie al miglioramento delle previsioni meteo (a un giorno), si può stimare con una buona approssimazione e la sua curva di produzione durante la giornata è ormai chiara, pertanto la imprevedibilità è meno reale di quanto spesso paventato.

Qualcuno di fronte ad una commissione parlamentare è stato ancor più esplicito: “il problema di non programmabilità della produzione da rinnovabili c’è sempre meno oggi grazie ai software e alle previsioni sempre più precise, per cui l’errore medio da un giorno all’altro è in linea con gli errori di previsione della domanda elettrica”, e questo qualcuno lavora come amministratore delegato nella maggior impresa elettrica italiana.

Stop ai sussidi

Eurelectric conclude la propria analisi scrivendo che occorre eliminare in tutta Europa i sussidi alle FER entro il 2020 in modo che da quella data sia il sistema di scambio di emissioni di CO2 predisposto dall’Unione Europea (ETS) a fare da “principale driver per gli investimenti nelle tecnologie mature a basse emissioni di anidride carbonica”.

Si tratta di una posizione che oltre ad essere “fossile” nel senso di propendere per queste fonti, si caratterizza come “vecchia”. L’Europa ha bisogno di una politica europea comune perché l’attuale spezzatino di norme e di infrastrutture genera sprechi. Ci sono paesi che hanno bisogno di centrali e paesi che di centrali ne hanno troppe, se esistessero linee di trasmissione si potrebbe evitare di chiuderne da una parte per costruirle da un’altra. Oppure si pensi al tema delle forniture di gas e al fatto che si insiste perché siano costruiti nuovi rigassificatori che ci renderebbero meno dipendenti dalla Russia: in Spagna ci sono ma sono utilizzati per un quarto della loro capacità, ci fosse qualche tubo inter-europeo in più si potrebbero utilizzare per far arrivare il gas in altri paesi europei evitando di costruirne altri altrove.

Troppe rinnovabili?

L’Italia è uno dei paesi più avanzati in Europa e nel mondo, quando si parla di sviluppo delle FER elettriche e questo spiega perché da tempo si discuta di mercato della capacità (anzi già è stato approvato) e di riforma del mercato, poiché risulta evidente il suo fallimento. Nei giorni scorsi, sulla testata di Confindustria “L’imprenditore” è comparso un articolo scritto dal prof. Massimo Beccarello, vicedirettore delle politiche industriali di Confindustria, intitolato “Per un nuovo mercato elettrico”, che lo conferma con parole più tecniche: “se valutiamo la relazione tra investimenti effettuati ed il fabbisogno di domanda, possiamo osservare una capacità installata netta che ha raggiunto oltre i 134 GW (1 GW equivale a mille MW e mille MW sono la taglia di una grossa centrale), a fronte di una domanda massima alla punta pari a poco oltre 54 GW, considerando inoltre che dal 2008 al 2013 il consumo di energia elettrica italiano è diminuito di circa l’8%. Da questi primi dati appare evidente che la regolamentazione del mercato ha prodotto delle inefficienze in quanto il mercato ha determinato una capacità di generazione eccessiva, ovvero un uso sub-ottimale del capitale investito nel settore”.

In realtà Assoelettrica (l’associazione delle imprese elettriche italiane), difende il proprio operato2, cioè quello di aver messo in piedi tra il 2002 ed il 2013 21,7 mila MW di nuovi impianti termoelettrici, principalmente impianti a gas a ciclo combinato che attualmente soffrono di sottoutilizzazione acuta, sostenendo che le stime di Terna ancora nel 2007 giustificavano tali investimenti. Quindi a sbagliare secondo loro è chi prevedeva la crescita infinita.

 

Continuate a leggere qui: Oltre lo Sblocca-Italia

Cambiamenti climatici, Obama perde: rilanciano i negazionisti climatici e le lobby del nucleare

La risalita dei repubblicani alle elezioni di metà mandato e l’isolamento anche tra i democratici dell’incerto presidente Obama ha ridato quota alle lobby che condizionano la politica americana e renderanno più problematiche le svolte richieste dalle classi sociali meno abbienti e dai movimenti ambientalisti. Esamino qui i risvolti di questo passaggio politico di oltre Atlantico sulla politica climatica ed energetica del pianeta.

Proprio a sondaggi già confermati a sfavore dei “Democrats” e a pochi giorni di distanza dalla discussione in Congresso della posizione da adottare da parte degli Stati Uniti per il prossimo vertice sul clima, il Pentagono ha pubblicato un nuovo rapporto che suona l’allarme sulle minacce alla sicurezza nazionale rappresentata dal cambiamento climatico e prevede che su di esso si sfidino sul serio le forze militari. Secondo il rapporto, le truppe degli Stati Uniti saranno sempre più schierate all’estero e molte delle basi navali degli Stati Uniti diventeranno vulnerabili alle inondazioni per l’innalzamento del livello del mare e le sempre più violente tempeste tropicali.clima_interna nuova

Anche se sembra delittuoso parlare del riscaldamento globale come di una “minaccia alla sicurezza nazionale” piuttosto che a un’emergenza planetaria, sia in termini di giustizia ambientale che intergenerazionale, questo è il taglio di tutto il rapporto, d’altra parte preoccupato per la prima volta dell’irreversibilità del cambiamento. Nel momento in cui il negazionismo climatico esercita ancora un’influenza sulla politica degli Stati Uniti, il focus non si sposta ancora su un nuovo trattato vincolante sul clima globale, ma si aggrappa a mantenere inalterati il tenore di vita e la sicurezza degli americani.

È così che il Ministero della Difesa si attrezza per affrontare l’innalzamento del livello dei mari a 1,5 metri per “i prossimi 20 o 50 anni” alla base navale di Norfolk e a studiare “scenari di pianificazione di difesa” di fronte alla diminuzione di ghiaccio marino artico, che creerà nuove rotte di navigazione e aprirà nuove aree per l’estrazione delle risorse. Si privilegia, in definitiva – come afferma Eric Bonds in Foreign Policy in Focus di ottobre – l’adattamento al cambiamento, anziché tagliare le emissioni in modo aggressivo, obbiettivo conseguibile solo con massicci investimenti pubblici atti a creare un’economia a basse emissioni di carbonio.

Nel suo nuovo libro, Naomi Klein fornisce una serie di possibili fonti di finanziamento per gli investimenti pubblici compresa l’eliminazione delle sovvenzioni alle imprese di combustibili fossili, una carbon tax, tasse sulle transazioni finanziarie e la patrimoniale. In particolare, il taglio del 25% dei bilanci della difesa di 10 paesi, compresa l’Italia, per liberare ulteriori 325 miliardi di dollari da spendere ogni anno per l’efficienza energetica e gli sforzi di energia rinnovabile.

Si tenga conto che il governo USA invece di continuare a pagare per 11 gruppi di portaerei per pattugliare il mondo fino al 2050, potrebbe rimuovere 2 gruppi e mettere i risparmi in pannelli solari su 33 milioni di case americane! La saggista canadese propone una politica economica e industriale in controtendenza, che fornirebbe risparmi, occupazione, equità. Una politica subito definita dai repubblicani “un attacco al capitalismo e alla classe media americana” e dall’ex colonnello e astronauta Nasa Harrison Schmitt “un cavallo di Troia per un socialismo nazionale”.

Le élites conservatrici di tutto il mondo si sentono rinfrancate se si guarda al cambiamento climatico attraverso la lente militarizzata che prende il nome di “sicurezza nazionale”. Questo può far dimenticare il debito contratto verso la natura e diminuire la nostra immaginazione politica collettiva nel momento in cui abbiamo bisogno di tutta l’intelligenza e creatività e di tutta l’innovazione che possiamo chiamare a raccolta per affrontare la principale sfida del nostro tempo.

Sarà ancor più complicato per Barack Obama dopo la recente sconfitta elettorale, sostenere il piano per la riduzione della CO2 dell’Epa, che richiederebbe il 30% di diminuzione delle emissioni entro il 2030. Il piano è stato progettato per sostituire il carbone come fonte principale per la produzione di energia elettrica con maggiore uso di gas naturale, più rinnovabili ed efficienza energetica e un nuovo sistema più decentrato di generazione e distribuzione di energia elettrica. A dimostrazione delle nuove difficoltà, sono tornate alla carica le grandi lobby del nucleare – pronte al rilancio di tre grandi progetti da oltre 12 miliardi di dollari – e le corporation che chiedono centrali di grande potenza (l’industria nucleare afferma che le garanzie sui prestiti sono troppo ridotte, mentre Edison ha fatto immediata richiesta per una centrale a gas da 1250 MW).

Già il giorno dopo le elezioni, l’industria americana del nucleare dichiara di aver bisogno di maggiori sussidi sotto forma di garanzie bancarie sui prestiti: le stesse che i repubblicani avevano attaccato per le rinnovabili. Bloomberg, da non confondersi con Greenpeace, ammette con una certa preoccupazione che il controllo repubblicano del Congresso farà probabilmente crescere la potenza nucleare. Pipeline Builder Olio TransCanada Corp. può trovare adesso il modo per far approvare la pipeline Keystone XL dal Canada alle raffinerie del Golfo del Messico per le sabbie bituminose da scisto, su cui fino ad ora Obama aveva posto un veto.

Insomma: il clima è brutto, ma non sembra turbare le alchimie politiche cui siamo sottoposti quotidianamente nel nostro piccolo buco da cui guardiamo il mondo.

Nucleare e affari di Stato

Era il dicembre 2006. Su iniziativa del primo ministro spagnolo Zapatero, Jeremy Rifkin incontrò il Commissario agli affari economici Joachin Almùnia che per tutto l’incontro non fece che lamentare il costo eccessivo dell’energia rinnovabile: “Sovvenzionarla rappresenta una distorsione del Mercato – sosteneva Almùnia – una tecnologia che non è in grado di stare sul merato da sola, non dovrebbe essere spinta artificialmente dall’intervento pubblico!”.

Oggi Almunia da Commissario alla Concorrenza, ha proposto di dare il via libera agli ingenti aiuti di Stato che il governo britannico intende dare a una nuova centrale nucleare, che sarà costruita nei prossimi 10 anni a Hinkley Point, per un costo totale di 31,2 miliardi di euro (la più cara della storia) e una potenza di 3,3GW, il doppio dei progetti fino ad oggi messi in cantiere. L’esecrabile proposta di Almùnia è stata approvata dalla Commissione europea con un drammatico voto che l’ha spaccata in due (10 contro 5, con un astenuto). I sussidi di stato sono stimati a 20 milardi di euro.

Lo stesso 8 mattina a Milano andava in scena l’ipocrita tragicommedia italo-europea sull’occupazione. L’Europa della Merkel ci ha abituato a reprimende sugli aiuti che gli Stati fornirebbero ad imprese in crisi per evitare il dramma della disoccupazione (si pensi alle acciaierie di Terni o agli impianti del Sulcis). Ma dietro i giri di valzer milanesi dell’establishment continentale con il neopromosso Renzi – autoproclamatosi giustiziere dell’art. 18 – in cerca di ruolo, vediamo fra Bruxelles e Roma inquietanti operazioni che riguardano nientemeno che il nucleare futuro e quello passato.

La maggioranza di una Commisione ormai in uscita (capitanati da Almunia, Barroso, Oettinger, e dall’onnipotente segretario generale Catherine Day) si è trovata contro una minoranza qualificata composta dai Commissari all’Ambiente (Potoçik), al Clima (Hedrgaard), alle Politiche regionali (Haan) e la responsabile della Giustizia e diritti fondamentali (Reicherts). Ma hanno tirato dritto mentre un complice silenzio copriva il loro disegno.
Pubblicità

E così, in barba alle regole tanto decantate del libero mercato, si è dato il via libera a un aiuto consistente nell’impegno che il governo di Londra prende con gli investitori e costruttori della centrale – inglesi, francesi e cinesi – a finanziare il ritorno dell’investimento, garantendo per 35 anni l’acquisto dell’elettricità generata a un prezzo stabile predeterminato, che sarà indicizzato all’inflazione! Per di più, la società che costruisce la centrale sarà protetta da qualsiasi modifica legislativa, politica, regolamentare o fiscale (inclusa la tassazione dell’uranio) che dovesse intervenire se, ad esempio, un nuovo governo a Londra cambiasse idea.

Il prezzo predeterminato e garantito fa sì che l’investimento sia completamente al riparo dalle variazioni di mercato. Se nei prossimi anni iprezzi di mercato dovessero calare, per esempio a causa dell’aumento della produzione di energia rinnovabile, i consumatori britannici dovranno continuare a pagare quello stesso prezzo ancora per decenni.

Al contrario della politica di incentivazione delle rinnovabili che è stata decisa democraticamente dall’Ue nel 2008-2009 (con voto in Consiglio ed Europarlamento su proposta della Commissione), qui è la Commissione, in scadenza a fine ottobre, che ha preso da sola la decisione a strettissima maggioranza. L’evento senza precedenti, sta già suscitando non solo le proteste delle Ong ambientaliste, dei Verdi europei e dei movimenti antinucleari, ma anche l’opposizione di alcuni governi dell’Ue, a cominciare da quello austriaco, irlandese e greco.

E il governo italiano, chiederete, forte in casa di un pronunciamento referendario contro il nucleare? Ha ben altro cui pensare e da raccontare, non solo contro i diritti del lavoro e dell’ambiente (torneremo sull’incredibile Sbloccaitalia), ma addirittura sugli affari ancora da incassare sulle scorie e il decomissioning del nostro lascito nucleare.

All’ISIN, l’Istituto che, secondo la nuova normativa, dovrebbe sovrintendere e coordinare tutta la fase della dismissione degli impianti nucleari e della costituzione del deposito di superficie dei rifiuti radioattivi, il Governo avanza la proposta di Antonio Agostini, consigliere dei ruoli della presidenza del Consiglio dei ministri, un uomo legato all’apparato organico del vecchio potere politico e che – questo è l’aspetto più grave – non ha competenze in materia. Si tratta altresì di un ruolo dal quale deve essere garantita a ogni passo informazione completa e adeguata e trasparenza delle decisioni. Ma tant’è: il cambiamento si dice, ma non si fa.

Come nel caso sorprendente, anch’esso collegato alla mancata applicazione dei referendum del 2011, della recentissima nomina di Raffaele Tiscar, nuovo e inaspettato vicesegretario generale di Palazzo Chigi: ciellino, manager del Pirellone ai tempi di Formigoni, ex ambasciatore italiano di un paio di multinazionali dell’acqua, da sempre favorevole alla sua privatizzazione. Insomma, il cambiamento e il metterci la faccia, da Bruxelles a Roma, anche quando il popolo e l’opinione pubblica si pronunciano, hanno sempre il sapore degli affari.

di Mario Agostinelli e Angelo Consoli