Nucleare e affari di Stato

Era il dicembre 2006. Su iniziativa del primo ministro spagnolo Zapatero, Jeremy Rifkin incontrò il Commissario agli affari economici Joachin Almùnia che per tutto l’incontro non fece che lamentare il costo eccessivo dell’energia rinnovabile: “Sovvenzionarla rappresenta una distorsione del Mercato – sosteneva Almùnia – una tecnologia che non è in grado di stare sul merato da sola, non dovrebbe essere spinta artificialmente dall’intervento pubblico!”.

Oggi Almunia da Commissario alla Concorrenza, ha proposto di dare il via libera agli ingenti aiuti di Stato che il governo britannico intende dare a una nuova centrale nucleare, che sarà costruita nei prossimi 10 anni a Hinkley Point, per un costo totale di 31,2 miliardi di euro (la più cara della storia) e una potenza di 3,3GW, il doppio dei progetti fino ad oggi messi in cantiere. L’esecrabile proposta di Almùnia è stata approvata dalla Commissione europea con un drammatico voto che l’ha spaccata in due (10 contro 5, con un astenuto). I sussidi di stato sono stimati a 20 milardi di euro.

Lo stesso 8 mattina a Milano andava in scena l’ipocrita tragicommedia italo-europea sull’occupazione. L’Europa della Merkel ci ha abituato a reprimende sugli aiuti che gli Stati fornirebbero ad imprese in crisi per evitare il dramma della disoccupazione (si pensi alle acciaierie di Terni o agli impianti del Sulcis). Ma dietro i giri di valzer milanesi dell’establishment continentale con il neopromosso Renzi – autoproclamatosi giustiziere dell’art. 18 – in cerca di ruolo, vediamo fra Bruxelles e Roma inquietanti operazioni che riguardano nientemeno che il nucleare futuro e quello passato.

La maggioranza di una Commisione ormai in uscita (capitanati da Almunia, Barroso, Oettinger, e dall’onnipotente segretario generale Catherine Day) si è trovata contro una minoranza qualificata composta dai Commissari all’Ambiente (Potoçik), al Clima (Hedrgaard), alle Politiche regionali (Haan) e la responsabile della Giustizia e diritti fondamentali (Reicherts). Ma hanno tirato dritto mentre un complice silenzio copriva il loro disegno.
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E così, in barba alle regole tanto decantate del libero mercato, si è dato il via libera a un aiuto consistente nell’impegno che il governo di Londra prende con gli investitori e costruttori della centrale – inglesi, francesi e cinesi – a finanziare il ritorno dell’investimento, garantendo per 35 anni l’acquisto dell’elettricità generata a un prezzo stabile predeterminato, che sarà indicizzato all’inflazione! Per di più, la società che costruisce la centrale sarà protetta da qualsiasi modifica legislativa, politica, regolamentare o fiscale (inclusa la tassazione dell’uranio) che dovesse intervenire se, ad esempio, un nuovo governo a Londra cambiasse idea.

Il prezzo predeterminato e garantito fa sì che l’investimento sia completamente al riparo dalle variazioni di mercato. Se nei prossimi anni iprezzi di mercato dovessero calare, per esempio a causa dell’aumento della produzione di energia rinnovabile, i consumatori britannici dovranno continuare a pagare quello stesso prezzo ancora per decenni.

Al contrario della politica di incentivazione delle rinnovabili che è stata decisa democraticamente dall’Ue nel 2008-2009 (con voto in Consiglio ed Europarlamento su proposta della Commissione), qui è la Commissione, in scadenza a fine ottobre, che ha preso da sola la decisione a strettissima maggioranza. L’evento senza precedenti, sta già suscitando non solo le proteste delle Ong ambientaliste, dei Verdi europei e dei movimenti antinucleari, ma anche l’opposizione di alcuni governi dell’Ue, a cominciare da quello austriaco, irlandese e greco.

E il governo italiano, chiederete, forte in casa di un pronunciamento referendario contro il nucleare? Ha ben altro cui pensare e da raccontare, non solo contro i diritti del lavoro e dell’ambiente (torneremo sull’incredibile Sbloccaitalia), ma addirittura sugli affari ancora da incassare sulle scorie e il decomissioning del nostro lascito nucleare.

All’ISIN, l’Istituto che, secondo la nuova normativa, dovrebbe sovrintendere e coordinare tutta la fase della dismissione degli impianti nucleari e della costituzione del deposito di superficie dei rifiuti radioattivi, il Governo avanza la proposta di Antonio Agostini, consigliere dei ruoli della presidenza del Consiglio dei ministri, un uomo legato all’apparato organico del vecchio potere politico e che – questo è l’aspetto più grave – non ha competenze in materia. Si tratta altresì di un ruolo dal quale deve essere garantita a ogni passo informazione completa e adeguata e trasparenza delle decisioni. Ma tant’è: il cambiamento si dice, ma non si fa.

Come nel caso sorprendente, anch’esso collegato alla mancata applicazione dei referendum del 2011, della recentissima nomina di Raffaele Tiscar, nuovo e inaspettato vicesegretario generale di Palazzo Chigi: ciellino, manager del Pirellone ai tempi di Formigoni, ex ambasciatore italiano di un paio di multinazionali dell’acqua, da sempre favorevole alla sua privatizzazione. Insomma, il cambiamento e il metterci la faccia, da Bruxelles a Roma, anche quando il popolo e l’opinione pubblica si pronunciano, hanno sempre il sapore degli affari.

di Mario Agostinelli e Angelo Consoli

Energia Bene comune – Festival Sabir Lampedusa

LAMPEDUSA 1-5/10/2014

Quale energia – Bene comune solo se rinnovabile
intervento a cura di Giuseppe Farinella, delegato di Energia Felice

Il protocollo di kyoto e il contratto mondiale dell’energia nel 2005
Riflessione su quanto hanno inciso le nostre proposte
– garantire a tutti l’accesso all’energia e di conseguenza combattere la povertà ed il sottosviluppo
– limitare i cambiamenti climatici e l’inquinamento dell’aria, che l’attuale tipo di sviluppo produce;
– limitare l’impatto ambientale e sociale della produzione e della trasformazione di energia su larga scala;
– ribaltare il paradigma energetico basato sul controllo centralizzato delle risorse, decentralizzando la produzione;
– favorire democrazia e partecipazione perché sole vento e biomasse in quanto rinnovabili e distribuite sul territorio, non monopolizzabili, come invece il petrolio, il carbone, il metano e il nucleare;
Obbiettivi che avevano la necessità di essere praticati e che hanno inciso profondamente nel modo di pensare e affrontare le questioni energetiche.

Cosa è cambiato
Europa 20/20/20 (-20% co2, +20% rinnovabili, +20% efficienza), direttiva europea 2009 con la quale si sono ottenuti enormi risultati che stanno incidendo sulle scelte politiche mondiali.
Grazie alla direttiva europea e alla azione politica della sinistra in Italia negli ultimi 10 anni abbiamo raddoppiato la produzione di energia da fonti rinnovabili (+PV +eolico +biomasse) mettendo in crisi le centrali a metano e a carbone e dimostrando che esiste una alternativa praticabile all’uso dei combustibili fossili.
E’ possibile delineare un percorso che entro il 2050 potrebbe consentire a qualunque nazione industrializzata di affrancarsi dal petrolio, dal carbone e dal nucleare.
Auto, camion, navi e aeroplani ultraleggeri e, quando possibile, elettrici o ibridi; edifici super efficienti e progettati con modalità innovative; cogenerazione di calore ed elettricità , cicli chiusi e biomimesi; reti intelligenti, apporti massicci di energia da fonti rinnovabili…

Il clima, se fosse una banca l’avrebbero salvato” articolo di Mario Agostinelli
“Il negoziato che si svolge nell’ambito della Convenzione sui Cambiamenti Climatici è lungo e complesso, ma sembra arrivato a un punto cruciale nel percorso per l’approvazione di un nuovo strumento legale che favorisca la riduzione globale delle emissioni di gas serra. I leader internazionali sono convocati nel mese di dicembre in Perù per preparare un accordo globale sul clima nel 2015 a Parigi.
Dalla mobilitazione di tante persone, organizzazioni e popoli diversi, agli annunci dei banchieri Rockefeller (ieri padroni di Exxor e oggi di Standard Oil) di non voler più investire nei combustibili fossili; dai piani ambiziosi di alcuni Paesi alle coalizioni di grandi aziende: tutto si è riversato all’interno del Palazzo di Vetro, lasciando interdetti i grandi e i piccoli della Terra”.

Riflettere sull’analisi dell’economista Fitoussi: la crescita economica dei paesi in via di sviluppo solo se sostenuta da energia da fonti rinnovabili potrà creare più occupazione e ridurre la domanda di fossili creando un circolo economico virtuoso per uscire dalla crisi.

Quale energia: Bene comune solo se rinnovabile
Il footprint sta peggiorando ad un ritmo insostenibile: da un consumo di 3/4 delle risorse generate dal pianeta negli anni ’60 ad oggi che già dal mese di settembre siamo in deficit.
Il nodo è politico non più tecnico o scientifico: movimento mondiale sempre più ampio e capace di incidere.
Agire per creare economia dal basso democratica, capace di valorizzare risorse locali.

Proposte operative
– Promuovere l’uso di energia da fonti rinnovabili con progetti di cooperazione e di sostegno allo sviluppo nei paesi che si affacciano sul mediterraneo
“In the Mediterranean region, the level of urbanisation reached 60% in 2010. The annual urbanisation rate has been around 2% during the last decade. In absolute figures, population in urban areas in the MENA region has already reached 165 million. This is expected to increase by another 80 million by 2025, which will make the region one of the most urbanised in the world, with around 80% of the total population living in urbanised areas. Presently, Mediterranean cities face a range of challenges relating to sustainable development and climate change. Consequently, the need for investments in many areas, including transport systems, water and waste management infrastructure and energy saving activities, is already significant and is expected to increase sharply over the ensuing years.”
– A Vienna (8-9 dicembre 2014) cominciamo a liberare il Pianeta da tutte le armi nucleari
La “ribellione” degli Stati non nucleari (contiamo ben 125 dichiarazioni ufficiali!), supportata dai movimenti della società civile, come l’ICAN e i Mayors for Peace, a livello internazionale, ed ESIGIAMO! in Italia, rende finalmente possibile un negoziato internazionale che porti ad un Trattato per la messa al bando e l’eliminazione di tutte le armi nucleari. Un negoziato che può partire dalla Conferenza internazionale che si terrà a Vienna l’8 e 9 dicembre 2014.

Giuseppe Farinella

New York chiama Roma – People’s Climate March

alt-with-dates-01L’evento “NEW YORK chiama ROMA”, promosso dal Coordinamento del Power Shift Italia, coalizione che unisce alcune organizzazioni italiane impegnate sul tema dei cambiamenti climatici e dell’energia, si svolgerà in contemporanea e all’interno dell’evento internazionale People’s Climate March di New York, la manifestazione per il clima più grande mai organizzata, e a centinaia di eventi in tutto il mondo in occasione del Global Day of Action. Inoltre una foto significativa da Roma apparirà a New York, a Times Square, insieme a tutte le altre immagini dal mondo.

Dove: Piazza Campo de’ Fiori Roma (location soggetta a conferma dal Comune, richiesta di autorizzazione inoltrata)

Quando: Domenica 21 settembre 2014 dalle ore 18:00 alle ore 22:30.

Attività:

  • Biciclettata per raggiungere l’evento
  • Proiezione in live streaming della Marcia Per il Clima di New York
  • Proiezioni video di sensibilizzazione sul tema dei cambiamenti climatici
  • Esposizione Opere (Foto/Pittura/Istallazioni/Interventi Site Specific) di artisti legati all’Accademia Delle Belle Arti Di Roma
  • Flash mob equità intergenerazionale
  • Banchetti Associazioni/Aziende/Artigiani
  • Riprese aeree dell’evento
  • Foto selezionate dell’evento saranno esposte live sugli schermi di Times Square, New
  • Interventi dal palco, programma da definire
  • Musica dal vivo (Saint Louis Istituzione di Alta Formazione Artistica Musicale di Roma)
  • Dj set

 Associazioni promotrici:

L’evento è promosso dal Coordinamento Power Shift Italia, coalizione che unisce alcune organizzazioni italiane impegnate sul tema dei cambiamenti climatici e dell’energia:

  • Italian Climate Network Onlus
  • Oxfam Italia
  • Legambiente Onlus
  • Energiafelice
  • Kyoto Club
  • YOUNICEF
  • FIAB Federazione Italiana Amici Della Bicicletta
  • Climalteranti
  • Qualenergia
  • SpeziaPolis,Agenzia Di Stampa Giovanile
  • Jangada
  • Cipra Youth Council
  • CliMAtes
  • Comitato SpeziaViaDalCarbone
  • Osservatorio SoStenibile
  • Viração Educomunicação

 L’adesione è aperta a ogni organizzazione che condivida l’impegno per vincere la sfida del clima e promuovere un futuro energetico alimentato dalle energie rinnovabili!

 Partecipanti:

Per essere presenti in piazza è necessario inviare un’email a: andrea.bozzetto@italiaclima.org. Il nome delle associazioni partecipanti verrà iscritto in tutto il materiale di comunicazione relativo all’evento (sito web, materiale cartaceo). La quota di adesione per le associazioni è di 100 Euro, quota che dà anche la possibilità di allestire un banchetto con gazebo (proprio) dimensioni max 2x2m e possibilità di attacco luce.

Inoltre, sono previsti degli spazi commerciali per gazebi di aziende della green economy interessate a partecipare all’evento, con costi e modalità da concordare con l’organizzazione.

 Associazioni che aderiscono all’appello:

Con l’adesione si contribuisce alla sensibilizzazione e mobilitazione sui cambiamenti climatici in Italia come parti del network di mobilitazione internazionale sul clima, impegnandosi a diffondere attraverso i propri canali notizie sull’evento. L’associazione verrà iscritta nell’elenco delle adesioni sul sito web.

La Francia blocca le scorie nucleari italiane

di Alfonso Navarra – Network antinucleare europeo – vicepresidente dell’Associazione Energia Felice
La Francia, riferisce la Stampa di oggi, 9 settembre, ha deciso di bloccare il trasferimento del combustibile nucleare da riprocessare. I trasporti nucleari da Saluggia via Val Susa a Les Hague vengono, al momento, interrotti.

Sappiamo, in particolare noi valsusini, ed habituée delle lotte NO-TAV, che da Saluggia (sede di depositi temporanei di rifiuti radioattivi) e Trino (ex centrale nucleare) le scorie nucleari vengono inviate via treno a Les Hague per un riprocessamento che, in teoria, dovrebbe mettere in sicurezza i rifiuti atomici, ma che, in pratica, combinano poco o nulla in questo senso.

Lo sappiamo perché il movimento NO-TAV ha organizzato, in particolare a Villar Focchiardo, Comune che a suo tempo ha predisposto un ricorso al TAR, convegni sull’argomento ed ha attivato, in collaborazione con i francesi di Sortir du Nucléaire, una Rete di attivisti che protestano per ostacolare con blocchi nonviolenti il percorso dei treni radioattivi.

Dopo, le stesse scorie trattate nell’impianto francese dovrebbero compiere il cammino a ritroso per l’immagazzinamento in Italia nel deposito unico di stoccaggio che dovrebbe essere pronto entro il 2025.

Ma a Parigi, in soldoni, non si fidano che potremmo, noi “italiani”, riprendere le scorie indietro, costruendo il deposito entro questa scadenza del 2025. Ed ecco la decisione di sospendere i viaggi.

Dopo i cinque viaggi già effettuati, informa la Stampa che “a Trino restano ancora 47 barre di combustibile nucleare esaurito e a Saluggia 13,2 tonnellate di combustibile irraggiato che aspettano di varcare le Alpi per essere riprocessate“. Sarebbero necessari ancora tre viaggi per riprocessare questo materiale residuo.

Per la sede del deposito italiano, che sarà di superficie (e dunque non sotterraneo come quello a suo tempo ipotizzato a Scanzano Jonico), Giampiero Godio, di Legambiente Piemonte, è portato a puntare su

Saluggia, in provincia di Vercelli.

Sostiene Giampiero, che è stato ricercatore ENEA all’Eurex di Saluggia, che “l’Italia è quel Paese noto per far diventare definitivo il temporaneo. A Saluggia c’è già depositata la maggioranza delle scorie radioattive italiane nei centri D2 e D3, tra l’altro in una collocazione “infame”, a ridosso della Dora Baltea (io parlerei di catastrofe annunciata, le esondazioni del fiume sono frequenti!); ed è quindi concretissimo il rischio che si decida per mantenerle laddove la gente si è abituata a sopportarle“.

Altre voci, riportate dal quotidiano torinese, ipotizzano che il deposito sarà localizzato in una di queste quattro Regioni:

Puglia, Lazio,Toscana, Basilicata.

La struttura, riferisce il giornale, “dovrebbe accogliere fino a 90mila metri cubi di materiale radioattivo, e sarà grande come un campo da calcio, nonchè alto quanto un palazzo di cinque piani. Lo scorso 4 giugno l’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, ha ufficializzato i criteri per la localizzazione dell’impianto, che successivamente sarà realizzato dalla società pubblica Sogin, azienda che gestisce lo smantellamento delle vecchie centrali, appena uscita da periodo di sprechi, scandali e indagini. Entro il gennaio del 2015 bisognerà così definire una mappa delle aree “potenzialmente idonee” per il deposito“.

I tempi: secondo le previsioni, il sito si sceglierà entro la primavera del 2016; la costruzione si farà entro il 2022, e prevederà anche la creazione nell’area del Deposito di un “Parco Tecnologico”, dedicato alla ricerca e alla formazione su decommissioning, gestione dei rifiuti e radioprotezione.
Il costo complessivo, dicono alla Sogin, sempre secondo la Stampa, “sarà di 1,5 miliardi di euro, che saremo noi italiani a pagare attraverso un (ennesimo) contributo sulla bolletta dell’elettricità. Altri osservatori però stimano la spesa finale in una somma più vicina ai 2,5 miliardi“.

Per aggiungere qualche nota personale, direi che i francesi hanno motivi seri per dubitare in quanto va ricordato, ad esempio, che secondo legge 368 del 2003, di recepimento di direttive UE a loro volta derivate da direttive Euratom, il deposito nazionale avrebbe dovuto essere operativo entro la fine del 2008. Ma siamo al punto in cui siamo, cioè di fatto si sta partendo, a chiacchiere, solo ora.

I consiglieri regionali del Piemonte si fidano quanto i francesi del governo italiano. Ecco perché, con una mozione, fanno pressing su Chiamparino affinché, a sua volta, il governatore piemontese costringa Renzi a darsi una mossa: “altrimenti si corre il rischio che il Piemonte dove è stoccato il 96% dei rifiuti radioattivi presenti a livello nazionale diventi la pattumiera nucleare italiana” (dichiarazione di Marco Grimaldi, capogruppo di SEL).

Ulteriore punto da sottolineare, non riferito dai media mainstream: il riprocessamento effettuato a Les Hague con la tecnologia PUREX serve alla Francia anche per estrarre dalle scorie radioattive il plutonio necessario alla costruzione delle sue bombe atomiche.

Per concludere direi che l’intera vicenda possiamo inserirla nella categoria: “referendum del 2011 da attuare”. Gli italiani in 27 milioni si sono pronunciati contro il rischio nucleare quindi dobbiamo esigere dai decisori politici che la questione dei rifiuti radioattivi, nel rispetto della volontà popolare, sia gestita nel modo più razionale e sicuro possibile.

Earth Overshoot Day

Il 19 Agosto é l’ Earth Overshoot Day (il giorno del superamento):

Il giorno in cui la nostra Impronta Ecologica supera il budget annuale del nostro pianeta

 

(OAKLAND, CALIFORNIA, USA) — AUGUST 19, 2014 — Ci sono voluti meno di otto mesi per far sì che l’umanità abbia esaurito l’intero budget di tutto l’anno e sia andata in una situazione di deficit ecologico. Tutto questo secondo I calcoli del Global Footprint Network, un centro di ricerca internazionale sulla sostenibilità con uffici in Nord America, Europa e Asia.

 

Il Global Footprint Network studia l’andamento dell’imponta ecologica dell’umanità rispetto alla biocapacità naturale, cioé la capacità del pianeta di ricostituire le risorse e di assorbire i rifiuti, compresa la CO2.. L’Earth Overshoot Day pubblicizza la data in cui l’impronta dell’umanità  in un certo anno supera la capacità rigenerativa della Terra di quell’anno. Dal 2000, secondo I calcoli del  Global Footprint Network, l’entità del superamento é cresciuta e di conseguenza, l’Earth Overshoot Day si é spostato da inizio ottobre 2000 al 19 agosto di quest’anno.

 

“Il problema del superamento della capacità rigenerativa sta diventando una sfida caratteristica del 21° secolo. E’ sia un problema ecologico che economico” ha detto Mathis Wackernagel, presidente del Global Footprint Network and co-creatore dell’Impronta  Ecologica, un sistema scientifico di contabilità delle risorse. “Le nazioni con deficit di risorse e basso reddito sono particolarmente vulnerabili. Anche i paesi ad alto reddito che hanno avuto la possibilità economica di proteggersi dagli effetti più diretti generati dalla loro dipendenza dalle risorse devono rendersi conto che devono trovare una soluzione a lungo termine per superare tale dipendenza prima che diventino problemi troppo grandi rispetto alle loro capacità economiche”.

 

Nel 1961, l’umanità usava solo tre quarti della capacità della Terra di generare cibo, fibre, legname, risorse ittiche e di assorbire i gas che generano effetto serra.La maggior parte delle nazioni aveva una biocapacità più grande della loro rispettiva Impronta. Verso l’inizio degli anni settanta, la crescita economica e demografica hanno aumentato l’Impronta Ecologica dell’umanità portandola ad un livello più grande della capacità di produzione rinnovabile del pianeta : siamo quindi andati in una situazione di superamento ecologico.

 

Oggi, l’86% della popolazione mondiale vive in nazioni che richiedono alla natura più di quanto i loro ecosistemi nazionali riescano a produrre. Secondo i calcoli del Global Footprint Network, oggi ci sarebbe bisogno di 1.5 Terre per produrre le risorse ecologiche rinnovabili necessarie per sostenere l’Impronta attuale dell’umanità. Proiezioni moderate riguardanti la popolazione, l’energia e il cibo indicano che l’umanità potrebbe richiedere la biocapacità di tre pianeti ben prima della metà di questo secolo. Questo potrebbe essere fisicamente irrealizzabile.

 

I costi della nostra spesa ecologica eccessiva stanno diventando sempre più evidenti. L’interesse che stiamo pagando sul crescente debito ecologico che si concretizza in deforestazione, scarsità di acqua dolce, erosione del suolo, perdita di biodiversità e accumulo di CO2 nella nostra atmosfera va di pari passo con i crescenti costi umani ed economici.

 

I governi che ignorano i limiti delle risorse nel loro processo decisionale potrebbero mettere a rischio  la loro performance economica a lungo termine. In tempi di persistente “overshoot”, quei paesi che si trovano in situazione di deficit di biocapacità si renderanno conto che la riduzione della loro dipendenza dalle risorse coincide con i loro interessi. Al contrario, i paesi che sono dotati di riserve di biocapacità hanno un forte incentivo a preservare questi beni ecologici che costituiscono una crescente vantaggio competitivo in un mondo caratterizzato da vincoli ecologici sempre più stringenti.

 

A fronte di tutto ciò un crescente numero di nazioni si sta attivando in vari modi.

 

Le Filippine stanno per adottare l’Impronta Ecologica come indicatore per le loro politiche nazionali – il primo paese nel sud-est asiatico a farlo – attraverso il loro Land Use Act Nazionale. Questa legge, la prima del suo genere nelle Filippine, è stata pensata per proteggere i territori dallo sviluppo caotico e per pianificare l’utilizzo e la gestione delle proprie risorse fisiche. I legislatori stanno quindi cercando di integrare l’Impronta Ecologica nella politica nazionale, ponendo il tema dei limiti delle risorse al centro del processo decisionale.

 

Gli Emirati Arabi Uniti, un paese ad alto reddito, intendono ridurre in modo significativo la loro  Impronta Ecologica pro capite – uno delle più alte al mondo – a partire dalle emissioni di carbonio.

Il loro Standard per l’efficienza energetica nell’illuminazione comporterà solo prodotti ad alta efficienza per l’illuminazione interna che saranno disponibili su tutto il territorio entro la fine di quest’anno.

 

Il Marocco é interessato a collaborare con il Global Footprint Network per il riesame – basato sull’Impronta Ecologica – del “Plan Maroc Vert”, una strategia nazionale di 15 anni per lo sviluppo sostenibile in agricoltura. Il Marocco è anche interessato a collaborare con il Global Footprint Network per valutare complessivamente in che misura il piano contribuisce alla sostenibilità del settore agricolo, nonché alla transizione verso la sostenibilità dell’intera società.

 

Indipendentemente dalle specificità di un paese, incorporare il rischio ecologico nella pianificazione economica e nella strategia di sviluppo non è solo un atto di lungimiranza – è un atto necessario ed urgente.

 

 

Per calcolare la propria Impronta ecologica e sapere cosa si può fare per ridurla, andare su:

http://www.footprintnetwork.org/calculator  dove si trova anche una versione adattata alla realtà italiana

 

Seguire i dibattiti sui social media: #oshoot

 

Siti addizionali:

 

Medio Oriente: Arab Forum for Environment and Development Report: “Survival Options: Ecological Footprint of Arab Countries” http://www.footprintnetwork.org/images/article_uploads/Survival_Options_Eng.pdf

 

Asia: Philippines 2013 Ecological Footprint Report: Restoring Balance in Laguna Lake Region

http://www.footprintnetwork.org/images/article_uploads/Philippines_2013_Ecological_Footprint.pdf

 

Sud America: Ecuador Reporte de la Huella Ecológica http://www.footprintnetwork.org/images/article_uploads/2008_and_2009_NFA_Ecuador_Report.pdf

 

Mediterraneo: Global Footprint Network Mediterranean Ecological Footprint Initiative
http://www.footprintnetwork.org/images/article_uploads/Med_Policy_Brief_English_RF.pdf

Governi nel mondo: National Reviews, http:/www.footprintnetwork.org/reviews
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Cos’é il Global Footprint Network:

Il Global Footprint Network é un centro di ricerca internazionale sulla sostenibilità che ha lo scopo di portare I limiti ecologici al centro dei processi decisionali grazie al progressivo miglioramento dell’indicatore “Impronta Ecologica”, uno strumento per la gestione delle risorse che misura quanta natura abbiamo, quante ne usiamo e chi usa cosa.

 

 

 

 

Contacts:

 

Ronna Kelly (English) – United States

Communications Director

Global Footprint Network

+1 (510) 839-8879 x 302 (PDT = GMT-7h)

ronna.kelly@footprintnetwork.org

 

Ingrid Heinrich (German, English, French) – Europe

Outreach & Programmes Associate

Global Footprint Network

+41 (22) 797 41 08 (CEST = GMT+2h)

ingrid.heinrich@footprintnetwork.org

 

Laetitia Mailhes (English and French) – United States

Media & Outreach Associate

Global Footprint Network

+1 (415) 794-288 (PDT = GMT-7h)

laetitia.mailhes@footprintnetwork.org