Le utility al bivio: status quo o generazione distribuita?

Difendere disperatamente lo status quo o adattarsi ai tempi che cambiano? Le utility in questa fase di transizione sono di fronte a questa scelta. Se nella maggior parte dei casi le grandi compagnie elettriche si limitano ad una strategia difensiva, non manca chi si attrezza al cambiamento, iniziando ad operare nell’efficienza energetica e nella generazione distribuita da rinnovabili. Anzi questa, secondo gli analisti, è una delle tendenze verso cui andrà il sistema dell’energia nei prossimi anni.

Le aziende elettriche tradizionali fondate sul modello energetico centralizzatosaranno presto a rischio di sopravvivenza a causa della riduzione della domanda e dell’aumento della concorrenza causata dalla diffusione di impianti di generazione distribuita da rinnovabili in autoconsumo, fotovoltaico con batterie in primis. Il rischio è ventilato da tempo in diversi report. Per citarne solo alcuni dei quali abbiamo parlato: quello del gruppo bancario USB  a quello dell’Edison Institute, passando dal dossier di Citigroup, fino al recente studio del Rocky Mountain Institute, che prevede tra il 2020 e il 2030 negli Usa, grazie al calo dei costi di FV e storage, ildistacco dalla rete di circa dieci milioni di utenze.

La strategia delle utility nella maggior parte dei casi è stata essenzialmente quella dipuntare i piedi: difendere l’esistente premendo per misure che rallentino la diffusione delle rinnovabili in autoconsumo. In Italia, ad esempio, abbiamo visto come Enel sia tra i più accesi fautori della proposta della nostra Autorità per l’Energia – a quanto parecondivisa anche dal MiSE – di far pagare oneri di rete e/o di sistema sull’energia autoconsumata.

Altri due grandi fronti della guerra di trincea delle compagni elettriche contro l’autoconsumo sono Stati Uniti e Australia. Negli Usa, come abbiamo scritto, ALEC, la potente lobby di legislatori conservatori e liberisti, da sempre in prima linea nel difendere gli interessi delle fossili, ha messo tra le sue priorità quella di frenare la proliferazione del solare in autoconsumo con iniziative legislative volte a colpire ilnet metering, cioè i meccanismi paragonabili al nostro Scambio sul Posto. In particolare, si vorrebbe ridurre il compenso che le utility sono tenute a versare per l’energia immessa in rete dai piccoli impianti FV e si vorrebbe che a questi siano fatti pagare specifici oneri per l’uso della rete. Ad esempio in Arizona da novembre si è imposta una tassa sul FV per l’uso della rete di circa 5 dollari al mese per un impianto a 3 kW; l’utility locale, APS, si era battuta addirittura affinché l’importo della tassa fosse 10 volte più alto, pari a circa 50 dollari al mese per impianto residenziale.

Se le utility stanno per lo più giocando in difesa, però, non vuol dire che non abbiano capito l’urgenza di cambiare il proprio modello di business. E diverse hanno già cominciato a muoversi, investendo nella generazione distribuita: sarà questa la tendenza dei prossimi anni, prevede Cleantech, che nel suo Clean Energy Trends(pag. 10 e seguenti) elenca una serie di operazioni che vanno in tal senso sul mercato Usa.

Il gigante Edison International, ad esempio, ha di recente acquisito SoCore Energy, azienda di Chicago che installa FV su tetto; NextEra Energy Resources, ramo di Florida Power, ha acquistato Smart Energy Capital, portafoglio di aziende del FV. Altre utility hanno acquistato azioni di Clean Power Finance (CPF), fornitore di servizi per il finanziamento del solare nel residenziale. Exelon, altra grande compagnia elettrica, tramite Constellation, offre leasing per il FV. Ma gli esempi sono numerosi

Cleantech cita l’a.d. di CPF, Nat Kreamer, che racconta di un incontro con executive manager di grandi utility interessati alla generazione distribuita: “Una situazione del genere non si sarebbe verificata un anno fa”. D’altra parte le opportunità che si aprono nella generazione distribuita sono chiare anche a grandi utility europee: lo avevamo visto a proposito di Enel, intervistando Sauro Pasini, responsabile dell’Area tecnica Ricerca, mentre sappiamo che la tedesca RWE nei documenti interni parla dell’eventualità di “sviluppare un business model innovativo e profittevole rivolto ai prosumer, un mercato da un miliardo di euro che sta emergendo accanto alla value-chain tradizionale”.

31 marzo 2014

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