Un ricordo di Carla Ravaioli di Giorgio Nebbia

“Economia” e “ecologia” sono parole che hanno la stessa radice, ”eco”, dal greco, che sta ad indicare la casa, il territorio, la comunità. L’economia, un termine inventato dai filosofi greci, era nata per studiare e indicare le leggi, in greco nomos, appunto, le regole alla base dei rapporti e degli scambi umani nell’ambito di una casa, di una comunità. Poi, col passare del tempo, a partire dall’Ottocento il termine economia è stato impiegato per indicare i rapporti regolati dallo scambio del denaro, sulla base del principio che la massima felicità si ottiene aumentando la quantità del denaro disponibile perché con esso può aumentare la quantità delle merci prodotte e vendute e anche l’occupazione. La quantità del denaro scambiato in una comunità viene espressa con l’indicatore Prodotto Interno Lordo, la cui crescita è comunemente considerata una misura del benessere di tale comunità. D’altra parte la parola ecologia, “inventata” dallo studioso tedesco Ernst Haeckel (1834-1919) nel 1866, indica lo studio, la conoscenza, logos in greco, appunto, di quanto avviene in una casa, intesa questa volta come l’ambiente naturale, la grande “casa” in cui tutti i viventi svolgono le proprie funzioni di nascita, crescita, declino e morte, usando e trasformando le risorse naturali come le acque, l’aria, il suolo. Ma, per ragioni fisiche ben precise, l’aumento “economico” della produzione di beni materiali può avvenire soltanto impoverendo e sporcando le risorse e i beni “ecologici” della Terra, al punto da compromettere la stessa vita, il cui benessere sarebbe invece il fine delle attività economiche. Questa contraddizione è stata, fin dagli anni sessanta del Novecento, denunciata dai movimenti ambientalisti che, nel nome della vita, chiedevano di limitare e controllare la base stessa della crescita economica, la produzione di beni materiali. Da parte loro gli economisti hanno ridicolizzato le obiezioni ecologiche sostenendo che la tecnologia è in grado di risolvere tutti i problemi di scarsità, purché ci siano soldi sufficienti. Alla diffusione della conoscenza e al superamento delle contraddizioni economia-ecologia-lavoro ha dedicato tutta la sua lunga vita Carla Ravaioli (1923-2014), morta nei giorni scorsi a Roma. Laureata in lettere con una tesi in storia dell’arte, negli anni cinquanta e sessanta era stata una attivista dei diritti delle donne con alcuni libri (tradotti anche in tedesco e in altre lingue) che sono stati punto di riferimento per le lotte femministe. Si possono ricordare i suoi libri sulla condizione femminile, uno dei quali con una celebre “conversazione” con Moravia, l’intervista-confronto sul problema femminile con il Partito Comunista Italiano, un famoso libro sullo sfruttamento dell’immagine della donna nella pubblicità. Nel 1977 Carla Ravaioli fu eletta al Senato nel gruppo della Sinistra Indipendente, quel gruppo di intellettuali che il Partito Comunista Italiano candidava al Senato e poi alla Camera, pur non essendo iscritti al partito, un gruppo che aveva ospitato, nel corso degli anni, Lelio Basso, l’economista Claudio Napoleoni, Claudio Galante Garrone e tanti altri. Erano gli anni della primavera dell’ecologia, la stagione in cui i disastri ambientali apparivano in tutta la loro drammatica evidenza in Italia e nel mondo. Gli anni dell‘incidente che aveva contaminato con la diossina la cittadina di Seveso, gli anni in cui le fabbriche come l’Acna di Cengio in Liguria, la SLOI di Trento, l’Enichem di Manfredonia, la Caffaro di Brescia, per citare solo alcune delle tante, stavano sversando le loro scorie tossiche nel sottosuolo e nei fiumi italiani. Le contraddizioni fra i due volti, apparentemente inconciliabili, dalla maniera di intendere la “eco”, avrebbero potuto essere superate con un aumento della cultura ecologica, come chiedeva un disegno di legge che la Ravaioli propose in Senato. Per mettere in evidenza il bisogno di tale “nuova” cultura, la Ravaioli, nel libro “Bugie silenzi e grida”, esaminò criticamente gli articoli sull’ambiente apparsi in vari quotidiani italiani nel corso di un intero anno fra il 1987 e il 1988. Ma il suo principale impegno fu rivolto agli aspetti umani e sociali dell’”ecologia”, alle condizioni e all’ambiente di lavoro, ai rapporti fra sfruttamento della natura e guerra. Uno dei libri più recenti, pubblicato da una piccola casa editrice di Milano, aveva proprio il titolo “Ambiente e pace” per sottolineare che la vera pace può essere assicurata soltanto da più equi (la parola giustizia permea tutti gli scritti dell’autrice) rapporti fra i popoli e dal rispetto della natura e della vita. Carla Ravaioli aveva scelto come missione del suo lavoro la necessità di convincere gli economisti e i sindacalisti che, nei programmi politici ed economici, occorre tenere conto dei vincoli imposti dall’ecologia. Gran parte dei suoi libri e numerosissimi articoli sono rivolti proprio alla ”conversione” dei responsabili delle scelte economiche; molto interessanti i suoi “colloqui” con economisti come Claudio Napoleoni, Guido Rossi, Luciano Gallino, Giorgio Lunghini, Massimo Livi Bacci, con sindacalisti come Mario Agostinelli e Bruno Trentin. Carla Ravaioli ci mancherà e c’è da augurarsi che molti suoi scritti, sommersi in pubblicazioni poco accessibili, siano ripubblicati e meglio conosciuti a riprova del valore di questa grande intellettuale che resterà sempre viva nella storia del pensiero ecologico ed economico

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