Una strategia energetica più rivolta al passato che al futuro

Roberto Meregalli

Beati i costruttori di pace www.martinbuer.eu

C’è un punto di partenza su cui tutti i commenti alla Strategia Energetica Nazionale (Sen) concordano: finalmente si torna a ragionare di strategia energetica! Peccato, come molti hanno già rilevato, che si parli di un orizzonte molto breve da punto di vista delle infrastrutture energetiche, neppure dieci anni. Troppo poco anche se nel testo stesso della strategia si giustifica il breve orizzonte temporale sottolineando quanto sia difficile prevedere il futuro, sottolineando che le tecnologie attuali (cicli combinati a gas e nuove rinnovabili) “solo 25 anni fa erano ancora in fase iniziale di sviluppo”. In verità chi 25 anni fa entrava nell’allora monopolista azienda elettrica italiana non sentiva parlare d’altro che di cicli combinati a gas e come ricordava Zorzoli in un suo recente intervento1, l’ultimo piano energetico del 1988 era incentrato proprio sull’apporto dei CCGT e prevedeva lo sviluppo delle rinnovabili (le leggi 9 e 10 del 1991 su efficienza energetica e rinnovabili facevano riferimento al piano 1988). Quindi la giustificazione è debole.

Ultima premessa importante è che la Sen non avrà alcun valore normativo perché mentre i vecchi Pen erano approvati dal Cipe (Comitato composto dai ministri economici) e tradotti in delibere, la Sen no.

Ma concentriamoci sul contenuto, partendo dall’aspirazione a far divenire il nostro Paese un hub del gas: idea a dir poco velleitaria in un momento in cui non si trovano imprese intenzionate a metter quattrini per costruire rigassificatori o tubi, visto il calo della domanda e le difficoltà finanziarie in cui si stanno muovendo. Partiamo infatti da una situazione in cui i gasdotti sono in lento e inesorabile calo di utilizzazione: 78,3 i miliardi di metri cubi trasportati nel 2011 rispetto agli 83,3 del 2010 (a fronte di una capacità di ben 120 miliardi di mc).

I consumi del mese di ottobre 2012 (dati appena pubblicati da Snam rete Gas) sono di gran lunga i più bassi dell’ultimo decennio, rispetto a ottobre 2007 le centrali hanno consumato il 38,7% di gas in meno! Perché le imprese dovrebbero costruire nuovi tubi e rigassificatori? Lo ha fatto capire lo stesso a.d. di Enel in Commissione Parlamentare (il 3 ottobre 2012), sottolineando il surplus di infrastrutture e difendendo i contratti “take or pay” in essere (quelli che ci danno sicurezza sulle forniture). L’Enel è impegnata con un progetto di rigassificatore in Sicilia e un gasdotto (il Tap) ma Fulvio Conti ha fatto capire che se non si sa come smaltire l’abbondanza di gas di investimenti non se ne faranno. Oltretutto il vero problema è politico, ovvero il nostro governo è in grado di convincere il resto d’Europa a prendersi gas dalle nostre reti? Perché se l’Europa non ci riconosce questo ruolo è perfettamente inutile investire ed è pure un’illusione pensare che un rigassificatore possa essere costruito avendo in mente solo il mercato spot senza avere alle spalle, almeno per una consistente parte di disponibilità di rigassificazione, uno o più contratti di fornitura a lungo termine. Tant’è che nel mondo nel 2011 su una capacità di liquefazione pari a circa 270 milioni di t. ne sono state contrattate 240 milioni e di queste solo 26,6 sul mercato spot.

Giova ricordare che nel 2011 il prezzo spot del gas GNL (liquefatto) è stato conveniente perché il Qatar ha esportato in Europa per mantenere un prezzo elevato in Asia dove stava facendo affari vendendolo all’affamato Giappone, orfano dei suoi reattori nucleari. Ma il mercato è instabile e in questi mesi del 2012 sono intervenuti mutamenti che rischiano di bruciare le nostre ambizioni. Nessuno dei grandi produttori di GNL pensa all’Italia come hub del gas, perché comanda il prezzo e il prezzo dice Asia, non Europa. Occorrerebbe che esportassero GNL Australia e USA, dove il gas costa sempre meno, ma per ora questi Paesi non esportano.

Secondo punto contestato è quello relativo al rilancio della produzione nazionale di idrocarburi, tramite cui, così recita il documento: “è possibile raddoppiare l’attuale produzione, con importanti implicazioni in termini di investimenti, occupazione, riduzione della bolletta energetica ed incremento delle entrate fiscali”.

Che dire? Già altri hanno sottolineato i problemi ambientali, lasciamo perciò parlare i numeri: nel 2011 in Italia sono stati estratti circa 5,3 milioni di tonnellate di greggio (per la precisione 5.286.041 t2). Il consumo di petrolio è stato invece di 71,2 milioni di tonnellate. Secondo il bollettino redatto dal Ministero per lo sviluppo economico, le riserve certe ammontano a 76 milioni di t, quindi poco più del nostro consumo in un anno. Certo, sono considerati probabili 110 milioni di t. e possibili 95 milioni ma rispetto ai consumi sono comunque valori che non indicano alcuna rivoluzione per il nostro sistema energetico. Per il gas il discorso è analogo: le estrazioni nazionali nel 2011 sono state pari a 8,4 miliardi di metri cubi mentre i consumi hanno sfiorato la quota dei 78 miliardi di metri cubi3. Le riserve certe (62,3 miliardi di mc) sono inferiori alle nostre importazioni di un singolo anno.

Molto spazio nella Sen è dedicato all‘efficienza energetica ma la sensazione è di un bel discorsetto senza sostanza,della serie: tanto ci sta pensando l’Ue ad obbligarci a costruire case energeticamente migliori. Le detrazioni fiscali indicate fra gli strumenti sono quelli già in essere ma di cui negli anni è mancata una stabilità strutturale, indebolendone così l’efficacia; per usare le parole di A PER: “c’è una notevole dissonanza fra le buone intenzioni e la possibile realizzazione”. Eppure abbiamo un settore edilizio in crisi (In cinque anni, dal 2008 al 2012, il settore ha perso circa un quarto degli investimenti), abbiamo imprese manifatturiere ben preparate nel settore del risparmio e dell’efficienza, abbiamo una fame di lavoro enorme: pianificare una grande ristrutturazione del patrimonio edilizio potrebbe permetterci di vivere in edifici molto più confortevoli, riducendo l’import di fossili e migliorando così la bilancia dei pagamenti, generando lavoro ed esportazione.

Si stima che nel nostro paese vi siano 23 milioni di metri quadrati di finestre e 300 milioni di mc di coperture e altrettanti di pareti a cui metter mano con un indotto straordinario generando un risparmio annuo in termini di bolletta energetica pari a 3,4 miliardi (stime Fondazione ClimAbita, Sole24Ore 14 ottobre 2012). E siccome per costruire edifici a consumo energetico quasi zero è indispensabile che siano capaci di generare in loco sia energia termica che elettrica, questo implicherebbe un investimento per imparare a gestire un sistema di generazione distribuita, diventando leader in quelle smart grid che saranno il futuro e che secondo l’WEC (World Energy Council) costituiranno un mercato di centinaia di miliardi. Il nostro Paese è all’avanguardia ma, lo sottolinea bene l’WEC, per non sprecare il denaro investito nei progetti dimostrativi, decisori politici ed imprese devono lavorare fianco a fianco rendendo evidente all’opinione pubblica le ricadute positive delle smart grid. Nella Sen non ci sono indicazioni su come procedere, né target di sviluppo.

In effetti leggendo la Sen la sensazione che si ha è che non ci sia nulla di veramente innovativo, quello che manca è il futuro, si guarda all’indietro sognando un hub del gas quando dovremmo guardare in avanti e pensare al vettoriamento dell’energia elettrica prodotta in nord Africa per i mercati europei; si guarda alle trivelle dimenticando la possibile rivoluzione elettrica nei trasporti (solo 700 veicoli immatricolati in Italia nel 2011 ma già 2.500 nel 2012), che potrebbe essere sbocco naturale dell’attuale eccesso di centrali senza mortificare la generazione da rinnovabili (Enel stima 5,7 TWh di consumi in più). Rinnovabili che hanno enormi potenzialità ancora, sia nel solare, sia nell’eolico off-shore ancora al palo in Italia, sia nella geotermia, dimenticata nella strategia ed invece con enormi potenzialità nel sud del Paese. Tenendo ben presente che le rinnovabili si caratterizzano per il maggior impiego di lavoratori per unità di energia prodotta rispetto alle fonti fossili. Il lavoro dovrebbe essere un altro degli obiettivi primari di questa strategia vista la crisi occupazionale che stiamo vivendo, invece a quel 35% di giovani disoccupati la Sen non dice nulla.

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