Verso la COP24: scienziati e governi su strade diverse

di Roberto Meregalli

Non ha trovato molto spazio sui mass media la notiziadella pubblicazione (l’8 ottobre corso) della Sintesi per DecisoriPolitici dello “SpecialReport on Global Warming of 1,5 °C”, che costituirà, ovviamente,il riferimento scientifico per la Conferenza delle Parti (COP24) dellaConvenzione quadro dell’ONU sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) che avrà luogoin Polonia a fine anno (Katowice, 2-13 dicembre 2018).

Agli scienziati che per conto della Nazioni Unite seguono le vicende dei cambiamenti climatici, era stata chiesta un’analisi sulle reali possibilità di contenere l’innalzamento della temperatura globale ben al di sotto dei 2 gradi (rispetto ai livelli preindustriali), limitando l’aumento a 1,5 °C.

E la loro risposta è che limitare l’aumento a mezzo grado in più (siamo già ora a un grado in più), si può ancora fare ci eviterebbe un sacco di problemi.

Ad esempio, entro il 2100 l’innalzamento del livello del mare su scala globale sarebbe più basso di 10 cm con un riscaldamento globale di 1,5 °C rispetto a 2 °C. La probabilità che il Mar Glaciale Artico rimanga in estate senza ghiaccio marino sarebbe una in un secolo, mentre sarebbe di almeno una ogni decennio con un riscaldamento globale di 2 °C. Le barriere coralline diminuirebbero del 70-90% con un riscaldamento globale di 1,5 °C, mentre con 2 °C se ne perderebbe praticamente la totalità (oltre il 99%).

Agire dunque per evitare il peggio, questo è il messaggio. Messaggio terribile da recepire in un mondo di irresponsabili e dilettanti al potere. Purtroppo non si raccolgono voti praticando responsabilità e visione del futuro, si raccolgono esattamente seguendo la strada contraria.

Esemplare il fatto che il Consiglio Ambiente dell’UE, svoltosi all’indomani della diffusione del Rapporto speciale dell’IPCC, nonostante il Parlamento europeo avesse chiesto la riduzione delle emissioni auto del 40% al 2030, abbia faticosamente stabilito di ridurre le emissioni delle auto del 15% al 2025 e del 35% entro il 2030.

La verità è che dal 2030 non dovremmo più avere incommercio auto diesel o benzina! Tornando a casa nostra la situazione è di stasi totale.

Tutto fermo nella decarbonizzazione del sistema energetico. Viviamo della rendita del boom del solare del 2011 (governo Berlusconi IV) e su quella scia abbiamo raggiunto con cinque anni di anticipo i target europei del 2020. Ma quelli stabiliti per il 2030 al momento rimangono una chimera. Lo continuano a ricordare i rapporti trimestrali dell’Enea, il terzo del 2018 ribadisce che per il quarto anno consecutivo, la quota di FER sui consumi finali potrebbe perfino ridursi, continuando ad oscillare intorno al 17,5% raggiunto nel 2015. Rimaniamo inchiodati a quell’anno.

La prima metà del 2018 ha confermato la tendenza registrata negli ultimi tre anni riguardo all’evoluzione della produzione da fonti rinnovabili. Secondo le elaborazioni dell’osservatorio FER (su dati Terna) la nuova potenza eolica, fotovoltaica e idroelettrica connessa nei primi sei mesi del 2018 è stata pari a 334 MW, una variazione inferiore del 39% rispetto ai 551 MW installati nella prima metà del 2017. Viaggiamo ad un ritmo di incremento di installazioni di fotovoltaico ed eolico, le tecnologie da cui sono attesi i maggiori contributi per il raggiungimento degli obiettivi 2030, pari allo 0,5% – 2%. Una inezia rispetto ai target della Strategia Energetica Nazionale (SEN) al 2030, considerata pessima dall’opposizione ora al governo, ma i cui obiettivi green appaiono ora un miraggio nel deserto delle proposte legislative concrete.

Quello che si registra di nuovo è solo l’ok al gasdotto TAP, quindi un atto perfettamente in linea con le linee pro-gas di tutti i precedenti esecutivi; e che si sarebbe finiti per approvarlo nonostante le tonnellate di dichiarazioni contrarie lo si era capito quando Tony Blair (consulente della società partecipata da British Petroleum, dalla norvegese Statoil e dal gruppo pubblico dell’Azerbaigian Soca), ai primi di settembre era sceso in Italia ad incontrare Matteo Salvini (inutile sottolineare che l’incontro non sia avvenuto col ministro della attività produttive sotto la cui competenza ricadrebbe il capitolo energetico). Salvini aveva commentato che col nuovo gasdotto le bollette degli italiani sarebbero state meno care.

In verità il prezzo del gas è aumentato di parecchio quest’anno e di conseguenza anche quello dell’elettricità perché “a fare” il prezzo dell’elettricità è ancora il gas essendo ancora il re della generazione. A settembre il prezzo dell’energia in borsa (il Pun) ha toccato i massimi da ottobre 2012, salendo a 76,32 €/MWh, più che doppio rispetto ad un anno fa (+57,0%). Aumento conseguenza di quello del gas che a settembre 2018 ha aggiornato il record dal 2014 con quasi 30 €/MWh (+11 €/MWh su settembre 2017). Ergo il futuro delle nostre bollette non è per nulla roseo, chiedetelo all’ARERA, l’Autorità competente.

Non è di consolazione constatare che non siamo in controtendenza ma allineati col trend degli altri paesi. Il Rapporto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia sugli investimenti energetici globali ha confermato che tutto il mondo procede ad un passo che non permetterà di raggiungere gli obiettivi energetici e climatici, fissati dall’Agenda ONU 2030 e dall’Accordo di Parigi.

Gli investimenti globali combinati nelle energie rinnovabili e nell’efficienza energetica sono diminuiti del 3% nel 2017, quelli nelle energie rinnovabili, che rappresentano i due terzi delle spese per la produzione di energia elettrica, sono addirittura calati del 7%. Certo è anche conseguenza del calo dei costi ma non è solo questo.

Terribile che gli investimenti delle imprese di proprietà statale siano rimaste più legate a petrolio e gas e alla produzione di energia termica di quanto non lo siano state le imprese private. Come dire che oggi è il “mercato” a guidare la generazione rinnovabile e non le istituzioni pubbliche. E’ la discesa dei costi del fotovoltaico passati dai 72$ per MWh dell’asta 2014 in Brasile ai soli 18$ dell’asta 2017 in Arabia Saudita a rendere il fotovoltaico competitivo e “amato” dalle utility, è il fatto che col vento e col sole il ritorno degli investimenti è semplicemente più rapido rispetto alle fossili.

In questo momento storico in cui sembra mancare la capacità, direi la consapevolezza, che solo decisioni collettive e responsabili possono condurci a soluzione di problemi che sono planetari viene da chiedersi se l’unica speranza sia da riporre nelle mani di un business illuminato.

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