Cingolani ministro durerà qualche tempo, ma il nucleare è per sempre

Roberto Cingolani ministro durerà magari solo giorni: più sfortunatamente per noi anche per mesi, ma il nucleare, purtroppo, è per sempre.

Come a me, anche a lui avranno insegnato, dai licei alla laurea in Fisica, quanto un determinismo presuntuoso possa illuderci di governare potenza ed energia sul pianeta senza darci pena di come esse possano essere dissipate in atmosfera o negli oceani o degradate senza procurare guasti ai cicli naturali. Lo studio delle scienze in Occidente – ora forse ad una inversione decisiva – è stato per secoli orientato entro un quadro di espansione a dismisura del mondo artificiale: un cumulo di protesi, di manufatti e di scarti in continua crescita, che ostacolava la cura del vivente e della natura, mentre il mercato non perdeva occasione per assegnare a quest’ultimi un valore di scambio.

Questo, tranne rare occasioni, era il percorso in cui si assimilava l’educazione e lo studio delle materie scientifiche e l’orizzonte a cui erano – ed ancor oggi spesso sono – indirizzati tecnologi e scienziati, prima che le nuove scienze, dal secolo scorso in poi, provocassero una svolta che ancora stenta ad affermarsi.

Io ho avuto in sorte di intuire – dalle contraddizioni dell’esperienza sindacale, dall’incontro con i protagonisti della primavera ecologica degli anni ‘70 e dalla pacata e straziante determinazione degli allarmi della Laudato Si’ e dell’Ipcc – quanto l’illusione di un’espansione illimitata della “potenza” umana sia incompatibile con la continuità della sua stessa storia sulla Terra. Forse il ministro Cingolani non è passato attraverso sufficienti esperienze partecipative o di crisi del modo di produzione per valorizzare momenti di dialettica e confronto e, quindi, si permette di esibire una cultura manageriale che risulta sviante di fronte ad emergenze epocali che la popolazione tocca con mano, senza che le sia data voce.

Mentre Germania e Spagna su Next Generation procedono con linearità, il nostro Paese manifesta ritardi sui tempi, confusione sulle tecnologie energetiche da abbandonare, carenza di politiche industriali da avviare subito, anche solo per non dover usare le risorse eccezionali del Pnrr per importare impianti solari eolici o di stoccaggio o componenti elettrici prodotti all’estero.

Nell’approccio di questo governo manca totalmente una visione di come il cambiamento possa essere tanto radicale quanto vantaggioso e possibile. Provo a fare qui alcune considerazioni.

1. Il lavoro umano sul Pianeta ha raggiunto una capacità trasformativa delle risorse naturali rigenerabili assolutamente insostenibile nel giro di un massimo di decine di anni, con orari individuali assurdi, precarietà illimitata e salario differito e welfare praticamente inconsistenti per più della metà degli occupati. L’impronta ecologica degli abitanti dei paesi industrializzati non travalica la metà di un anno solare.

L’orario di lavoro e lo spostamento dell’attività umana verso la cura e l’istruzione permanente è quindi indifferibile: un marchio da cambio di civiltà. Eppure, non esiste una organizzazione mondiale, europea, nazionale sindacale che abbia al centro questa straordinaria rivendicazione.

2. Le politiche energetiche continuano a fissare le loro aspettative sui fossili che vanno lasciati sottoterra e la cui reiterazione è solo remunerata dalla speculazione finanziaria e dall’attività militare cui prestano un sostegno indispensabile in tempi di guerra. I bilanci territoriali di emissioni e scarti delle attività di produzione e consumo sono largamente debordanti e antieconomici, se non fossero sostenuti da sussidi impropri e dalla non applicazione delle tasse sulle emissioni di climalteranti.

3. La riconversione ecologica integrale richiede il ridisegno e la riprogettazione radicale di tutti i componenti oggi impiegati in funzione di protesi umane di amplificazione di potenza, velocità e approvvigionamento alimentare sicuramente da contenere. Da dove cominciare, se non dai territori e da forme di educazione permanente che attraversino la scuola e la diffusione di corsi di formazione popolare?

Ma c’è qualcosa ancora più a monte che riguarda – con l’approssimazione dovuta ai limiti dei nostri sensi e della mente – quel che nella normalità rappresentiamo come genere umano, biodiversità, cicli naturali, elementi che ci circondano; una realtà che non è quel che ci appare.

Che ogni particella di materia ed energia, in qualunque forma si presenti o si componga, venga indistinguibilmente da un unico “atto” – il Big Bang – in cui si è formato tempo e spazio più di tredici miliardi di anni addietro e che tutto quanto – energia e materia – sia interconnesso, trovi forme di aggregazione, ripulsa, auto-organizzazione, attraverso continue cosmogenesi in tempi e spazi da allora in espansione, non l’abbiamo ancora metabolizzato.

Che la dinamica dell’Universo non riguardi solo la nostra storia non l’abbiamo per niente introiettato. Soprattutto, non siamo in grado di apprezzare a fondo la comparsa del vivente, solo pochi miliardi di anni fa, con la sua originalità e fragilità. Così, non siamo avvezzi a considerare meccanismi che ci obbligano a considerarci da unici individui intelligenti a genere non dominante sul pianeta, e, perciò, a specie sociale in contatto vitale con una natura dinamica, che ha una propria autonomia e proprie leggi cha vanno “dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande”, l’uno e l’altro sottratti per ora ai nostri sensi e alla normale percezione mentale.

La cultura che interpreta la realtà e le stesse aspettative in cui viviamo e creiamo relazioni va completamente rivista alla luce dell’interrelazione che percorre l’intero universo “dal più piccolo all’infinitamente grande”. Ce lo fanno capire quotidianamente la sindemia e il brusco cambiamento climatico in corso.

Tutta l’interpretazione determinista che ha invaso anche le scienze economiche ed umane andrebbe riconsiderata, ma non è qui il caso di trattarne. Dato che siamo partiti dal ministro per la Transizione energetica, lo inviterei a pensare che nelle esternazioni cui è così sollecito tenga conto che la storia dell’Universo e le particolarità delle particelle elementari ci trasportano immediatamente in un confronto impressionante sulla articolazione estrema della densità energetica della materia che si vorrebbe impiegare per risolvere senza danno la crisi energetica attuale e che è spiegabile con i tempi assai remoti in cui quella particolare densità si è costituita.

Ebbene: con buona approssimazione si può ritenere che, per ottenere pari energia, a fronte di un grammo di fusione tra isotopi di idrogeno occorrerebbe trattare la fissione di 8-10 grammi di uranio, ovvero portare a combustione 5000 tonnellate di carbone o bruciare in centrale 6300 metri cubi di gas, o, ancora far cadere da 1000 metri un terzo di tutta l’acqua del lago d’Iseo. Diverse fonti di energia risalenti nella loro formazione ad ere anche relativamente ben distanti nel tempo.

Si tratta solo di un puro esercizio che ricorre ad eccessive semplificazioni e modelli mentali assai grezzi, ma può subito dare un’idea di come l’energia nucleare e fossile possano avere ordini di grandezza più o meno devastanti sui tempi e l’integrità dell’ambiente e della persona umana. Ho inteso questa nota come una premessa per analizzare in un prossimo post, con un dettaglio meno “immaginoso” e più aderente alle singole tecnologie impiegate, la crisi del nucleare di qualunque “generazione” e in qualunque configurazione.

Continua

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Lo sciopero generale è una limpida presa di distanza dalla economia politica di Draghi

Lo squarcio aperto dallo sciopero generale del 16 dicembre è illuminante ed è per questo che lo si vuole oscurare. Non solo fa luce sulla precarietà del lavoro, l’accrescimento delle disuguaglianze e l’insufficienza delle risorse poste a disposizione dei ceti più deboli, ma è una limpida presa di distanza dalla economia politica di Draghi, condotta sotto il segno dell’ineluttabilità dell’emergenza sanitaria e giustificata dall’approccio esaustivo di una scienza medica “ufficiale” dedicata ai sopravvissuti, anziché più compiutamente alla cura universale del vivente. Una cura da cui, come ripete Bergoglio – citato di sfuggita all’atto del suo insediamento dal Presidente del Consiglio – dipenderà sempre di più il futuro dell’intero Pianeta.

La scienza medica – quella, non dimentichiamolo, controllata da Big Pharma – ha praticamente sussunto ogni risorsa del Paese ed ha portato ad investire immense risorse pubbliche sui vaccini e per le case farmaceutiche, lasciando in ombra una linea volta ad una politica di investimenti delle risorse pubbliche degli Stati sulla sanità, sulla prevenzione sui trasporti, sulle scuole, sulla salute e la rigenerazione del Pianeta. Si è purtroppo tralasciato di investire su tutte quelle cose che all’inizio della pandemia si era detto di voler fare e che sono state messe in elenco di un Pnrr che ancora rimane pressoché sconosciuto, quando non funge da copertura di modelli superati, come nel caso delle centrali a turbogas disdegnate nei territori cui sarebbero destinate.

Così, anche la scienza, per definizione interdisciplinare e in fermento dialettico su obiettivi in continua verifica, con Draghi non ha messo a frutto le sue potenzialità su un arco vasto da poter spaziare sulle più insidiose emergenze che ci ritroveremo aggravate e sulle spalle dei ceti più deboli ed emarginati. La partecipazione dei cittadini, dei territori, delle istanze associative e istituzionali, dei sindacati è stata mortificata ed anche le scienze ne hanno sofferto in un isolamento sociale presidiato da specialisti. Non deve quindi stupire se il Nobel, Giorgio Parisi, abbia dedicato le sue prime parole di soddisfazione per il premio ricevuto non al successo delle sue formule, ma alle problematiche che l’avanzamento della conoscenza pone alla politica per il brusco cambiamento climatico in corso.

Lo sciopero in preparazione nei luoghi di lavoro che Landini e Bombardieri hanno sapientemente indetto, fa presente al Paese che il mondo del lavoro pretende, proprio quando la pandemia è in corso, uno sforzo di cambiamento strutturale nel sistema liberista – indiscusso vincitore al presente – ma nemico del risanamento climatico, della cura del Pianeta, della giustizia sociale.

Intanto che i nostri tg e i talk show inanellavano da mane a sera dati sui contagi, il nuovo governo tedesco raggiungeva un accordo definitivo sul superamento dell’energia nucleare e spingeva per traguardi ambiziosi sulle rinnovabili, mettendo in allarme i tessitori europei della nuova tassonomia verde da adottare per i fondi pubblici europei. La Spagna intanto spostava il suo potenziale elettrico su eolico e solare e nel Baltico si innalzavano pale da decine di MW ciascuna. In compenso, con i cittadini a far da spettatori in uno scenario desolante saturato dal “totoquirinale” e dalle previsioni per febbraio 2022 sull’ex guida della Bce, i nostri ministri, chiamati in causa sulla transizione energetica e sulla politica industriale, motteggiavano sul ritorno dell’atomo e facevano passare sotto silenzio la privatizzazione dell’acqua per decreto, registrando impotenti una pioggia di richieste di delocalizzazioni di imprese.

Energia, salute acqua, lavoro: quattro temi che non possono che essere al centro di uno sciopero generale provvidenziale. Si salderebbe così un debito tra lavoro e studenti e ambiente e si cancellerebbe un improvvido manifesto corporativo sottoscritto con Confindustria dai sindacati di categoria confederali degli elettrici ed esibito come un trofeo da Cingolani e Descalzi al palco di Atreju, la festa della Meloni. Nel documento congiunto Confindustria-Sindacati Elettrici confederali ci si spinge addirittura a chiedere di considerare accettabile il metano nella tassonomia verde Ue, intaccando così la credibilità al Green Deal e tirando un colpo mancino alle popolazioni che, come a Civitavecchia, riprogettano con esperti, imprese e ricercatori un apparato di produzione elettrica non fossile.

Il 15 dicembre pomeriggio verrà installata una tenda di fronte al Ministero della Transizione ecologica (Mite) per ricordare gli impegni imposti su acqua e nucleare dai referendum del 2011 e per contrastare il ricorso al gas fossile nei nuovi impianti energetici. C’è una continuità tra la tenda e l’astensione dal lavoro del giorno dopo: il conflitto e il dissenso rendono più forte la democrazia e meno soli i rappresentanti soprattutto quando gli interessi in campo travalicano le corporazioni e guardano alle nuove generazioni e al diritto all’ambiente ed al lavoro. Perfino tra Eni ed Enel al massimo livello si è aperta una diversa visione del ruolo delle partecipate pubbliche sul destino delle fonti fossili e rinnovabili. Perché mai non ne dovrebbero essere attivamente informati e partecipi i cittadini che pagano le tasse e le bollette?

E’ augurabile quindi che i cittadini, i lavoratori e le piazze mandino il segnale di una inversione – con particolare speranza e fiducia anche nei giovani attivisti che in questi ultimi anni hanno dato vita a grandi manifestazioni per nuove politiche orientate alla piena occupazione “verde”, in una società strutturalmente pacifica e più giusta.

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Dopo la Cop26 caccia grossa a carbone, gas e nucleare

Se è vero – come ha sottolineato all’indomani del summit il premier britannico Boris Johnson – che “il carbone è condannato a morte”, la domanda giusta da porsi è: sì, ma quando? Per il gas, addirittura nuova vita e per il nucleare un rinascimento in nuove forme, tutte da mettere in cantiere.

Il discrimine su cui si sono dissolte le aspettative della Cop26 si è mostrato nella sua inconsistenza nella forma di chiacchiere sulla decarbonizzazione; di ostinata finalizzazione al business finanziario e delle multinazionali; di un imprevisto recupero del nucleare quale presunto alleato delle rinnovabili e mallevadore dell’impiego “in via transitoria” del gas fossile.

India, Cina e Stati Uniti, (tutte e tre potenze militari nucleari), con una complicità tacita, eppure questa volta clamorosa, dell’Ue, hanno alla fine stabilito che la ripresa “dopo pandemia” debba rifarsi ai canoni del “prima” e che il paradigma energetico debba rimanere sostanzialmente centralizzato, ad alto tasso di capitale e di emissioni di climalteranti e, in definitiva, nelle mani delle corporation, accorse in massa a Glasgow con oltre 500 delegati: più i colpevoli che le vittime.

L’aver “mantenuto vivo l’obiettivo di contenere le temperature globali al di sotto di 1,5°C – unico significativo avanzamento, a disposizione anche dell’immaginario popolare e perciò difficilmente disgiungibile dal brusco comportamento anomalo della biosfera cui ci stiamo assuefacendo – sarà l’appiglio dei movimenti più vasti e delle alleanze per il clima la terra e la giustizia sociale che si costituiranno anche a livello locale. Tuttavia, non si consegue una meta così impegnativa senza strumenti di verifica internazionalmente riconosciuti, solleciti investimenti solo nelle filiere rinnovabili, convergenze di risorse finanziarie verso i Paesi poveri, cura del vivente in tutte le sue manifestazioni. Da Glasgow esce un mondo incamminato verso un aumento di 2,7 °C a fine secolo.

Dopo Cop26, deve preoccuparci il fallimento del multilateralismo nei negoziati per ridurre le emissioni di gas serra (siamo passati da 350ppm nel 2001 a 417 ppm nel 2021), o, quanto meno, la sua inadeguatezza nel determinare risultati con una tempistica plausibile, riducendosi a dichiarazioni d’intenti fuori tempo massimo.

C’è da chiedersi se dobbiamo continuare a contare su un meccanismo del genere, sostanzialmente utile ai governi per procrastinare gli obblighi di svolta temporalmente indifferibili.

Al contrario che nella “Laudato Sì” – dove l’approccio è contemporaneamente di riconversione strutturale, di ripensamento del rapporto uomo natura, di conversione anche individuale, il meccanismo della Cop non prende in considerazione l’autonomia delle leggi fisiche planetarie e presume che le classi sociali ricche o le economie più forti debbano autopreservarsi lungo cammini propri, che non escludono indifferenza e nemmeno che il tempo stia venendo a mancare.

Credo che la Ue sia l’ambito su cui dirigere un grande movimento ed una lotta che raccordi vari territori con una piattaforma che faccia della giustizia climatica e sociale lo slancio che colleghi alto e basso e, insieme, faccia della svolta culturale e sociale che ne nasce una base per il rinnovamento della rappresentanza politica. I risultati si diffonderebbero per osmosi: la storia umana delle transizioni tecnologiche e delle rivoluzioni sociali lo dimostra, in particolare quando partecipano le nuove generazioni.

Il Foglio del 14 novembre così commentava l’esito della Cop26: “Meno isterismo, più gradualità. Meno ideologia, più spazio ai privati. La transizione del futuro è tutta qui”! Non più, quindi, volgare negazionismo climatico, ma un affidamento all’impresa, alla tecnologia, ai tempi del mercato, incompatibili, come constatiamo, con la sopravvivenza. Non sarà facile “rimontare”. Nessuno verrà a salvarci, se non noi stessi, promuovendo innanzitutto nella scuola e nell’organizzazione del lavoro la conoscenza scientifica, rigorosa e interdisciplinare del capitale naturale che stiamo distruggendo.

Se è dall’Europa che vogliamo ripartire, allora l’inopinata torsione all’indietro di Ursula von der Leyen e Timmermans sulla tassonomia verde, aperta inopinatamente a gas e nucleare proprio in concomitanza coi cedimenti di Glasgow, va decisamente isolata e sconfitta.

In Italia si è già aperta una falla: non a caso Cingolani e Draghi non hanno sottoscritto la presa di posizione di Germania, Austria, Lussemburgo, Spagna Portogallo e Danimarca in una dichiarazione contro l’inserimento del nucleare nella tassonomia Ue, dopo che la Francia ha lavorato dietro le quinte per forgiare un compromesso che soddisferebbe i sostenitori sia del gas che dell’energia nucleare ai fini di ottenere i fondi europei del Next Generation EU.

Mentre il governo italiano è latitante e Scholz, il leader dell’Spd impegnato per le trattative per il nuovo governo tedesco, tace, i legislatori progressisti in Germania e in Parlamento europeo hanno rilasciato una dichiarazione congiunta per intervenire sul dibattito: “La Commissione UE ora vorrebbe catalogare sotto la voce ‘sostenibili’ gli investimenti in nuove centrali nucleari e a gas e questa è un’impertinenza e una inaffidabilità davanti alla comunità mondiale”, afferma Lisa Badum, portavoce di lunga data della politica climatica dei Verdi nel parlamento tedesco. Il 15 novembre 129 ong per il clima di tutta Europa hanno firmato una lettera aperta e lanciato una raccolta di firme, bollando come “vergogna scientifica” la classificazione di sostenibilità del nucleare e del gas “qualificato come attività transitoria fino al 2030 nel caso in cui le emissioni non superino i 100 grammi di CO2 equivalente per chilowattora”. C’è da capire chi ha stabilito e chi certificherà le emissioni per non essere preda di una burla clamorosa: 100gCO2/kWh è un livello entro il quale nessuna tecnologia a gas riuscirebbe a stare, e che secondo certi studi sfora pure il nucleare.

Intanto, stanno partendo le prime sensibilizzazioni di massa che preparano mobilitazioni intransigenti. In Germania un appello contro gas e nucleare ha raggiunto già 80.000 firme in due settimane, mentre in Italia si può siglare un analogo documento su change.org, che ha raccolto in brevissimo tempo oltre 2500 consensi.

L’aria che tira richiede un’attenzione sui punti critici che sono in corso: a Civitavecchia è stato richiesto un nuovo consiglio comunale aperto per tornare a chieder conto del del progetto alternativo al turbogas.

Nel frattempo, nel silenzio svelato dall’editoriale del 17 novembre di Domani, Eni sta ricevendo l’ok del governo nella legge finanziaria per 150 milioni pubblici per la cattura di CO2 a Ravenna. Possibile che tocca protestare solo agli ambientalisti e non ai cittadini delusi e, in particolare, a lavoratrici e lavoratori che si vedono dimezzata l’occupazione e ammalorato l’ambiente in cui vivono, senza svolte significative all’orizzonte?

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Corso di ecologia integrale per la casa comune

Gaia nella scuola

Il progetto didattico, promosso da Associazione Proteo Fare Sapere, la FLC CGIL e l’Associazione Laudato si’, si svolge online in modalità asincrona sulla piattaforma e-learning di Proteo ed è rivolto a docenti di tutti gli ordini di scuola e studenti e studentesse di scuola secondaria di II grado.

Obiettivo del corso è accompagnare studenti e studentesse a cogliere in uno stesso orizzonte fenomeni apparentemente distanti e generalmente percepiti in un inquadramento specialistico, invitandoli ad acquisire conoscenze integrate e strumenti critici sulla complessità del mondo in cui vivono.

Il corso consiste di 18 moduli di lezioni che saranno entro ottobre completamente caricati (ad ora lo sono i primi sei a cui potete da subito accedere).

I corsi sono già  stati sperimentati in una serie di scuole e sono stati accreditati come tempo “scuola lavoro” dai consigli di classe e di istituto.

 Naturalmente è possibile fruirne come singoli insegnanti o gruppi di classi, o, ancora, ovviamente, avere un confronto preventivo nell’eventualità di un utilizzo.

Per tutte le informazioni necessarie e iscrizione,
il link di riferimento è.

http://www.proteofaresapere.it/news/notizie/gaia-scuola-corso-ecologia-integrale-casa-comune

Clima, per me è scandaloso che il governo dia tanto spazio di improvvisazione alle aziende pubbliche

“È urgente prendere decisioni reali molto robuste e muoverci a un ritmo molto forte” per affrontare il cambiamento climatico, ha affermato Giorgio Parisi, “perché siamo in una situazione in cui possiamo avere feedback positivi che possono accelerare oltremodo l’aumento della temperatura. È chiaro che per le generazioni future dobbiamo agire ora in modo molto rapido e non indugiare“. Con queste parole il premio Nobel 2021 per la fisica ha commentato il suo contributo allo studio dell’evoluzione dei sistemi complessi, come quello che rappresenta il clima e per cui ha ottenuto il prestigiosissimo riconoscimento. Mentre rendeva le prime dichiarazioni – molto significative da parte di un grande scienziato – la penisola era flagellata da bombe d’acqua e tornado da nord a sud.

Un’urgenza che non sembra nei fatti compresa dalla “cabina di regia” del governo, che continua a dilazionare i tempi di intervento con i fondi del Pnrr, esitante sul futuro del nostro sistema energetico, ancorato a fossili, trivellazioni e a qualche intervento di pura facciata sulle rinnovabili. Dopo lo straordinario corteo del 5 ottobre a Milano e l’annuncio di una costellazione di nuove manifestazioni in tutto il Paese prima dell’inizio della COP 26 di Glasgow – ricordo, tra le numerose altre, quella promossa dagli atenei italiani il 29 ottobre – chissà mai che dagli uffici ministeriali si dia uno sguardo ai manifestanti che si raccoglieranno sotto le loro finestre già sabato 9 ottobre a Roma con lo slogan “basta greenwashing!pratica istituzionale accreditata per coprire i regali fatti al fossile (20 miliardi di euro all’anno) con la copertura di una “transizione energetica” che contempla la centralità del metano, dell’idrogeno blu, del Ccs, di nuove trivellazioni, di nuovi gasdotti e di centrali a gas per sostituire la filiera del carbone.

Mentre si conclude la Precop 26 milanese, vengono ignorate le spinte dal basso che realizzano progetti alternativi contro il Ccs con “emissioni zero” a Ravenna e le rivendicazioni di quei lavoratori che, come nel caso di Civitavecchia, hanno capito quanto i nuovi impianti a turbogas, oltre ad inquinare, determinino anche gravi problemi occupazionali.

Il segnale inequivocabile di un popolo che pretende l’uscita dal fossile è giornalmente annacquato dal mainstream, intento a rimuginare fino ad esaurimento su quanto i capricci di Matteo Salvini, le fumosità di Carlo Calenda e le capriole di Matteo Renzi possano tenere botta ai decreti e alle riforme immodificabili che Mario Draghi concorda in sedi extraparlamentari.

In fondo, l’astensione di elettrici ed elettori alle Amministrative di ottobre fa pensare che il voto non sia in grado di influenzare le loro stesse vite; dato che si trasforma semplicemente nel “parterre” post-elezioni in cui quel che rimane dei leader politici più noti – sempre gli stessi – si azzuffa per un briciolo di potere sotto lo sguardo di habitué del piccolo schermo, anch’essi da anni sempre gli stessi.

L’irrompere di un Nobel così colto, ragionevole, mite, eppure tagliente e allarmante nelle sue previsioni, si riconnette immediatamente all’altra “metà del cielo”, che oggi è fatta di quante e quanti hanno a cura le sorti delle vite, della giustizia, della Terra.

Da tempo l’Associazione laica “Laudato Sì” raccoglie e alimenta proposte, studi, convergenze, occasioni di formazione e analizza profili indispensabili di riconversione ecologica, che i governanti tuttavia non sembrano voler mettere all’ordine del giorno. E non lo fa da sola, ma con moltissimi altri soggetti collettivi che non approdano ad una rappresentanza politica nel sistema del liberismo più camuffato.

Ci si dovrà pur chiedere, ad esempio, come sia possibile che lo scenario futuro della crescita della combustione di metano sia l’asse che in sede nazionale ha adottato la più grande impresa nazionale di idrocarburi – l’Enisenza tener conto degli insostenibili danni ambientali e alla salute. Obiettivo tanto indifendibile da obbligarla ad adottare, quando concorre a gare di assegnazione all’estero, misure di passaggio a tecnologie rinnovabili estranee alla combustione di gas e petrolio già opzionato per i suoi gasdotti diretti in Italia.

Nello stesso tempo apprendiamo che Francesco Starace, un ad coraggioso all’Enel – anch’essa una partecipata statale come Eni – è l’inventore dell’obbligazione legata alla sostenibilità, lo strumento di gran lunga più grande del mondo, con un affare da 3,25 miliardi di euro (2,7 miliardi di dollari) ripagati dal conseguimento della neutralità climatica. Il bond di Enel ha due indicatori chiave di prestazione che fanno riferimento a due Sdg (Substainable Development Goals: il 13 su Climate Action e 7 su Affordable and Clean Energy). L’Enel mira a ridurre le emissioni dirette di gas serra del 64% entro il 2023, dell’80% entro il 2030 e completamente entro il 2050, il tutto rispetto al livello base del 2017, aumentando la propria capacità rinnovabile al 55% entro la fine di quest’anno, al 60% entro la fine del prossimo anno e al 65% entro il 2023.

Almeno il 90% dei nuovi investimenti di Enel deve ora essere allineato ad attività sostenibili, rispetto al 58% dell’anno scorso. E punta a far sì che il 48% dei suoi finanziamenti provenga dalla finanza sostenibile entro il 2023 e il 70% entro il 2030. Un’azienda sostenibile è certamente meno rischiosa, più redditizia e più resiliente. Purtroppo occorre considerare che, nella riorganizzazione internazionale di Enel decisa dallo scorso anno, è stata creata una specifica holding nazionale per l’Italia data in affidamento a Carlo Tamburi, il più convinto sostenitore del turbogas a Civitavecchia e insieme il meno propenso a invertire la rotta verso le rinnovabili sostenuta dall’Ente fuori dai confini nazionali.

Riesce scandaloso che in tanto chiacchierare sul clima si lasci alle aziende pubbliche uno spazio di improvvisazione o di interesse aziendale puro in dimensione nazionale, dove hanno più libertà di azione e più coperture politico-clientelari.

È il momento che il governo Draghi mostri la sua faccia e si ponga in sintonia con i cittadini sui piani energetici e climatici. Il danno per il Paese sarebbe di veder finire i fondi Pnrr per ripianare debiti anziché per fare investimenti. E non è certo di buon auspicio per i bilanci già indebitati il fatto che le prime cinque supermajor petrolifere e del gas al mondo abbiano perso circa 200 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato dal 2015, compromettendo la loro capacità di finanziare il cambiamento alla scala e al ritmo richiesti, ricorrendo altresì all’azione dei loro apparati legali per affibbiare agli stati i rischi cui vanno incontro.

Fossi Roberto Cingolani, inviterei al più presto il Nobel Parisi ad un sereno e non informale colloquio sulla transizione ecologica.

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