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Quale crescita con lo spread energetico al 30%?

di Nicola Cipolla

I provvedimenti che, finalmente, la BCE di Draghi, con il difficile e limitativo consenso della Merkel, ha adottato stanno producendo una riduzione, ancora insufficiente, dello spread tra gli interessi del debito pubblico tedesco e quelli pagati dal nostro paese. La crisi attuale ha avuto inizio in America con lo scandalo dei subprime ed è continuata con il tentativo di riversarne gli effetti sull’euro, il cui successo insidiava il dominio del dollaro stabilito con gli accordi di Bretton Woods. Attacco guidato dalle agenzie di rating americane che hanno volta a volta indirizzato la speculazione contro uno o più paesi, tra cui il nostro, dell’euro gruppo. Man mano che diminuisce però lo spread dei tassi di interesse viene fuori con forza un altro spread quello tra il costo dell’energia rispetto agli altri paesi della UE: il 30% circa. Ma questo spread ha una causa tutta italiana e deriva da modo in cui è stata realizzata la privatizzazione degli enti pubblici, in particolare dell’Enel, dell’Eni e dell’IRI, ad iniziativa dei governi Prodi, Berlusconi e, in ultimo, del governo Monti.
Il caso Alcoa, esaltato in questi giorni da tutti i mass media, ci spinge ad una riflessione. L’industria dell’alluminio è la più energivora: l’elettricità rappresenta il 45% del costo complessivo. Fino a che l’impianto di Portovesme era inserito in un complesso industriale di grandi enti di Stato: IRI, Eni, Enel, il problema del costo dell’energia veniva risolto al loro interno. La privatizzazione di questi enti, trasformati in Spa alla ricerca del massimo profitto, ha creato una situazione nuova e disastrosa. Per un certo numero di anni l’Alcoa, che si è sostituita alla gestione IRI, ha ottenuto contributi pubblici per oltre 3 miliardi. Alessandro Penati su Repubblica ha rilevato che la somma di questi supera l’ammontare dei salari. La UE, però, con un nuovo provvedimento, ha dichiarato illegittimi questi contributi, il che ha portato l’Alcoa ad abbandonare il sito.
Da dove viene questo spread energetico in Italia che ora mette in fuga l’Alcoa ma che costituisce una remora per tutta l’economia italiana e colpisce tutte le imprese, le amministrazioni pubbliche e i singoli cittadini non meno dello spread sugli interessi pagati alle banche?
“Quando il saggio indica la luna lo stolto guarda il dito” dice l’antico proverbio orientale.
Il decreto Bersani, del 1999, di privatizzazione “all’italiana”, ad esempio, ha posto fine al monopolio dell’Enel. Ma la produzione dell’energia elettrica, e soprattutto la sua distribuzione, non possono essere soggetti alle leggi del libero mercato. Il consumatore non può avere dieci contatori corrispondenti a dieci reti di dieci produttori perchè la rete deve essere unica per essere economicamente sostenibile ed è stata monopolizzata dall’Enel e da alcune ex municipalizzate anch’esse privatizzate. Si è costituita poi una società diversa, ma intimamente collegata all’Enel attraverso mille fili, Terna, limitatamente però al trasporto dell’energia ad alta tensione. Il capolavoro della privatizzazione “all’italiana” è costituito da due ulteriori passaggi: la determinazione del prezzo al consumo viene demandata al GSE (Gestore Servizi Energetici – ente pubblico non economico controllato al 100% dal Ministero dell’economia) e da questo alla Borsa Elettrica (altra società dipendente dallo stesso Ministero), che remunera i produttori pagando a tutti un prezzo che è pari a quello dell’offerta più costosa tra quelle accettate per soddisfare la domanda. Il meccanismo è più chiaro con un esempio, illustrato da Wikipedia che tutti possono consultare: “Ipotizziamo che la domanda chieda 10 KWh. I produttori sono più di uno, ed il primo offre 5 KWh a 1€, il secondo 4 KWh a 2€ ed il terzo 1 KWh a 3€. Il totale delle unità domandate ed offerte è così pari a 10 Kwh, che verranno pagate tutte e 10 a tutti i produttori al prezzo più alto offerto, ovvero 3€, per un totale di 30€”.
Si costituisce, così, con l’intervento costrittivo dello Stato (altro che liberalizzazione), una rendita a favore degli impianti di produzione a costi più bassi, che sono quelli degli impianti idroelettrici costruiti a partire dagli anni 30, e già ammortizzati, o dei modernissimi impianti di cogenerazione a metano capaci di reggere la concorrenza internazionale e che assieme hanno una potenzialità quasi doppia rispetto al picco dei consumi italiani. I produttori privati e l’Enel si sono però accordati tra di loro per mantenere in piedi alcuni impianti ad alto costo allo scopo di rendere massima una rendita di tipo feudale anche tenendo fermi una parte degli impianti meno costosi. L’oligopolio privato sostenuto dall’intervento dello Stato ha sostituito il monopolio pubblico.
L’irrompere dell’energia fotovoltaica nel 2011 ha messo in crisi questo sistema. L’obbligo di immettere in rete questa energia, previsto dall’adozione del Conto Energia, analogo a quello esistente in Germania, ha estromesso dalla fornitura gli impianti più costosi, quelli, cioè, su cui si determinava il prezzo. Per effetto del fotovoltaico nel 2011 si è realizzata, quindi, (altro che un aumento del costo dell’energia, come dice la stampa foraggiata dagli oligopolisti) una riduzione del costo dell’energia nelle ore diurne per cui si è persino capovolto il rapporto tra il costo dell’energia nelle ore diurne e quello più basso delle ore notturne. Da ciò la levata di scudi che ha indotto il governo Monti a bloccare lo sviluppo del fotovoltaico così come era stato bloccato l’eolico dal governo Berlusconi.
Il secondo passaggio, in seguito della privatizzazione dell’Eni e soprattutto dell’Enel, è costituito dal fatto che la direzione di questo ha utilizzato il ricavato della vendita obbligatoria delle centrali eccedenti il 50% della produzione italiana e soprattutto l’indebitamento per sviluppare un’attività all’estero del tutto estranea agli interessi energetici dell’Italia. L’Enel oggi, ad esempio, malgrado due referendum antinucleari e malgrado Fukushima, investe centinaia e centinaia di milioni per partecipare alla costruzione in Francia del reattore nucleare di terza generazione EPR che ha già superato tutte le previsioni di tempo e di spesa. E soprattutto, dopo l’acquisizione in Slovacchia di alcune vecchie centrali nucleari tipo Chernobyl, ora dovrebbe investire 800 milioni per adeguarle alle esigenze di sicurezza poste dal disastro giapponese. Anche l’acquisto in Spagna dell’Endesa, privata però della parte moderna delle energie rinnovabili e degli impianti idroelettrici, è stata effettuata ricorrendo a forti indebitamenti la cui gestione degli interessi è assicurata “per cassa”, come più volte Monti ha affermato, dal gettito delle super bollette italiane. Analoga azione svolge l’Eni quando, invece di limitarsi a garantire, con gli investimenti esteri, l’approvvigionamento nazionale, si avventura in operazioni anche di distribuzione in paesi corrotti, come quelli ex sovietici dell’Asia, o del Sud America o dell’Africa, attraverso società domiciliate in paradisi fiscali che sfuggono ad ogni controllo degli organismi nazionali come la Corte dei Conti o il TAR, etc..
Questa situazione ha creato un rapporto, tra questi enti privatizzati e i loro dirigenti, rovesciato rispetto a quello esistente in Francia, dove EDF ed Alstom stanno sviluppando enormi impianti eolici, ad esempio, sulla costa tra Le Havre e Saint Nazaire o mentre la Germania, attraverso le società privatizzate, sta realizzando grandi impianti offshore nel Baltico collegati con imprese svedesi e russe. Sia in Francia che in Germania le società ex pubbliche privatizzate operano nel quadro di una politica industriale dettata dai rispettivi governi con le influenze esercitate sia dall’opposizione che dalla maggioranza dai movimenti ambientaliste e dai partiti Verdi. In Italia non è così.
Il cosiddetto Piano Energetico annunciato dal governo Monti riproduce, infatti, le iniziative in corso dell’Eni, alleato con altri monopoli internazionali nelle ricerche petrolifere, e che vuole realizzare infrastrutture a livello internazionale e ancora dell’Enel e dei monopoli elettrici per quanto riguarda il blocco sia dell’eolico che del solare fotovoltaico, mentre gli stessi impianti idroelettrici, costruiti con gli investimenti ampiamente ammortizzati dallo stato a partire dagli anni ’30, diventano oggetto di speculazioni nei numerosi passaggi di pacchetti azionari che la stampa ci fa notare ogni giorno. Sintomatico il caso dell’EDF divenuto unico proprietario dell’Edison che è felice di conferire per le sue centrali poste a poche decine di chilometri dal confine francese alla Borsa Elettrica italiana l’energia prodotta ad un prezzo che è il 30% superiore a quello ricavato nel proprio paese d’origine da centrali a metano dello stesso tipo.
Ridurre lo spread energetico diventa oggi un obiettivo fondamentale per chi vuole in Italia venire incontro alle esigenze delle famiglie, delle imprese, delle amministrazioni pubbliche e sviluppare nel contempo l’occupazione. Il decreto Bersani non è il Talmud bisogna modificarlo eliminando il riferimento agli impianti più costosi ed introducendo ad esempio il riferimento alle statistiche UE del costo dell’energia in Europa. Il che porterebbe, nell’immediato, alla chiusura degli impianti più arretrati e più inquinanti e ad una maggiore utilizzazione degli impianti più moderni a metano che oggi sono sfruttai al 60-70%. Eliminando nello stesso tempo i blocchi posti dai governi Berlusconi-Monti all’ingresso delle energie rinnovabili. Un tale governo dovrebbe subito convocare l’Enel, la Finmeccanica e la Fincantieri, principale beneficiaria della diffusione di impianti eolici offshore per promuovere lungo le coste italiane ed in particolare attorno alla Sicilia e la Sardegna parchi offshore lontani dalla costa creando così anche aree di riserva marina per centinai di Km quadrati. Alla proposta del governo Monti bisognerebbe contrapporre le linee di un Piano Energetico tendente, ai ritmi del 2011 del solare fotovoltaico e delle iniziative europee in corso per l’eolico, entro 10-15 anni, alla sostituzione totale delle energie fossili nella produzione elettrica. Per fare questo occorre un maggiore intervento pubblico valorizzando Terna e affidandole anche la gestione delle centrali idroelettriche che costituiscono un bene comune; affidando le reti urbane di distribuzione ai Comuni, così come per le strade; sviluppando anche il risparmio energetico, il riuso e il riciclo e la diffusione del solare fotovoltaico specialmente sui tetti degli edifici pubblici e delle zone industriali inquinate. E’ in corso una forte iniziativa per i referendum sociali sull’art. 8 e sull’art. 18, conquiste dei lavoratori italiani del secolo scorso e annullate dall’azione dei governi Berlusconi e Monti. Nel corso di queste iniziative occorre promuoverne altre, proprie del XXI secolo, come il referendum per i Beni Comuni o i progetti di iniziativa popolare tendenti a modificare gli orrori legislativi in materia ambientale dei governi Berlusconi e Monti. Occorre realizzare una mobilitazione analoga a quella che ha portato alla vittoria dei referendum dell’acqua e contro il nucleare e per la difesa dei beni comuni del 12 e 13 giugno dello scorso anno, causa principale, è bene ribadirlo ancora una volta, della crisi irreversibile del Berlusconismo e che potrebbe ora rovesciare il falso neoliberismo di Monti e dei suoi sostenitori.

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