Sos ambientalisti: “Da Stati solo promesse, sussidi per fonti fossili altissimi”

Nessuna inversione di rotta. Continuano a essere elevati i sussidi degli Stati alle fonti fossili, nonostante la loro combustione sia la causa principale del cambiamento climatico. Nemmeno ilG20 di Londra del 2009 durante il quale gli Stati si erano impegnati a “razionalizzare e ridurre nel medio termine i sussidi ai combustibili fossili” ha spinto a cambiare atteggiamento i grandi del mondo: le fonti fossili beneficiano attualmente di circa 520 miliardi di dollari all’anno contro 88delle fonti rinnovabili. Non va meglio in Italia dove sono oltre 12 miliardi gli euro di sussidi, tra diretti e indiretti.

È in questo quadro concettuale e d’azione che hanno preso il via i lavori del Power Shift Italia, il primo meeting nazionale di ambientalisti organizzato a RoveretoNato sulla scia del Global Power Shift – evento internazionale del giugno 2013 a Istanbul e che ha riunito gli ambientalisti di 165 Paesi - l’incontro è stato voluto dall’Italian Climate Network, proprio con l’obiettivo di riunire sotto un’unica “bandiera” le varie associazioni e ong ambientaliste italiane: da Legambiente a Oxfam, dal Wwf all’International society doctors for the environment. Un appuntamento utile a conoscersi e a mettere nero su bianco obiettivi e strategie comuni, che di fatto ha dato vita a un primo movimento ambientalista italiano unitario.

Il primo filo conduttore è proprio la lotta ai combustibili fossili. “I sussidi alle fonti fossili non esistono nel dibattito pubblico e politico italiano – dice la responsabile del settore Energia e clima di Legambiente, Katiuscia Eroe - Addirittura nel documento di Strategia energetica nazionale approvata nel 2013, il tema dei sussidi alle fonti fossili, semplicemente, non compare”. Si tratta di 12 miliardi di sussidi divisi fra diretti (4,4 miliardi di euro) e indiretti, 7,7 miliardi tra finanziamenti per nuove strade, autostrade e “sconti” per le trivellazioni. La sola spesa nazionale per l’approvvigionamento di energia dall’estero nel 2012 è stata pari a 64,4 miliardi di euro – era di 62,7 miliardi nel 2011 e 52,9 nel 2010 – per carbone indonesiano e sudafricanopetrolio russo e dell’Arabia Saudita e gas da Algeria e Russia. “Eppure – commenta Eroe – negli ultimi due anni tutta l’attenzione mediatica e politica si è concentrata sul peso crescente della componente legata agli incentivi alle fonti rinnovabili”. Secondo un dossier del 2013 di Legambiente, per quanto riguarda i sussidi al trasporto – diretti al sostentamento del settore, sconti sui pedaggio autostradali, riduzioni sui premi Inail e Rca e via dicendo - tra il 2000 e il 2013 siano stati dati 5.324,7 milioni di euro. Ci sono poi gli sconti sull’acquisto di carburante per cui l’Italia nel 2011 ha sostenuto il settore energetico fossile con riduzioni ed esenzioni dall’accisa per oltre 2 miliardi di euro. A partire dal 2013, poi, ci sono state riduzioni di accise da 9,7 milioni di euro per le emulsioni di gasolio od olio combustibile in acqua impiegate come carburanti o combustibili. E ancora, la responsabile del clima di Legambiente ha citato i 160 milioni di euro di fondi pubblici Ets, che sarebbero dovuti servire a ridurre le emissioni di CO2, ma che andranno a finanziare invececentrali inquinanti. “La pressione delle lobby delle fonti fossili – spiega – e di Confindustria al momento della definizione del Piano nazionale di assegnazione delle quote di emissione nel 2008 e un successivo intervento del governo Berlusconi del 2010, hanno portato a far in modo che le imprese verranno ripagate per le quote di emissione comprate sul mercato con soldi presi dai proventi della vendita all’asta dei permessi ad emettere”. Altri 51 milioni di euro vanno alla centrale a carbone Enel di Civitavecchia.

E poi i sussidi alle trivellazioni: le royalties previste per trivellare in Italia sono state portate con il decreto Sviluppo del governo Monti al 10%-7% per il petrolio a mare, “estremamente vantaggiose – dice la Eroe – come si legge anche in alcuni report delle stesse compagnie straniere che vengono a svolgere la loro attività in Italia”. A questo si aggiungono le esenzioni sul pagamento delle aliquote allo Stato per le prime 20mila tonnellate di petrolio prodotte annualmente in terraferma, le prime 50 mila tonnellate di petrolio prodotte in mare, i primi 25 milioni di metri cubi standard di gas estratti in terra e i primi 80 milioni di metri cubi standard in mare.

I numeri non cambiano a livello globale. La ricercatrice di Enea, Maria Velardi, citando l’ultimo rapporto Iea – l’Agenzia internazionale dell’energia – ha fatto sapere che i sussidi ai combustibili fossili sono stati, nell’ultimo anno, circa 523 miliardi dollari, una cifra sette volte tanto quella che gli Stati investono in aiuti ai Paesi in via di sviluppo per combattere i cambiamenti climatici. Solo l’8% dei 409 miliardi spesi in sussidi ai combustibili fossili, poi, nel 2010 è andato al 20% più povero della popolazione. “I sussidi – ha commentato Laura Tagliabue, dell’Italian Climate Network – comportano un aumento dell’inquinamento atmosferico locale e delle emissioni di gas serra. I bassi prezzi dei combustibili fossili, infatti favoriscono lo spreco dell’energia, riducono l’interesse ad adottare misure di risparmio energetico e limitano gli investimenti in energie rinnovabili, infrastrutture e servizi energetici”.

CONFERENZA STAMPA ARCI ENERGIA FELICE

CONFERENZA STAMPA ARCI ENERGIA FELICE

3° Anniversario del Referendum contro il nucleare.

Un nuovo pericolo si aggira in Europa: il fantasma dell’industria nucleare

CONFERMIAMO IL NOSTRO IMPEGNO

CONTRO IL NUCLEARE PER UNA ENERGIA DI PACE

 

Milano, giovedì 12 giugno, ore 18.00

Arci ENERGIA FELICE, via Borsieri 12

 

Tre anni fa il popolo italiano si è pronunciato contro la ripresa dei programmi di produzione di energia elettronucleare nel nostro paese. Quel grande successo avvenne a pochi mesi di distanza dal disastro nucleare di Fukushima, in Giappone (11 Marzo 2011).

Il risultato del referendum è stato un risultato straordinario ottenuto anche grazie al grandissimo impegno delle migliaia di volontari che in tutta Italia hanno prima raccolto le firme e poi fatto una capillare campagna di informazione per spiegare ai cittadini il motivo per cui era fondamentale andare a votare e votare SI.

Oggi è necessario non abbassare la guardia sui mai abbandonati tentativi dell’industria nucleare di riprendere i vecchi progetti. Lo stesso testo definitivo di Strategia Energetica Nazionale non esclude esplicitamente la produzione di energia da fonte nucleare. L’associazione ENERGIA FELICE, affiliata ARCI, intende informare l’opinione pubblica sullo stato in cui versa l’eredità del passato ciclo nucleare italiano, e al tempo stesso informarla della persistente gravità degli incidenti di Fukushima e Chernobyl, e delle prospettive di produzione di energia dal nucleare in Europa e nel mondo.

L’industria nucleare mondiale è in crisi: questa fonte energetica è già fuori mercato e si sostiene grazie ai sussidi pubblici, inoltre l’adeguamento delle norme e dei sistemi di sicurezza la rende definitivamente antieconomica: ora più che mai si giustifica solo per rifornire gli arsenali nucleari militari.

La via di uscita dalla crisi energetica è quella del risparmio, efficienza energetica e sviluppo di tutte le energie rinnovabili: solare, eolica, idroelettrica, geotermica e altre minori. Non si tratta di un ripiego, ma di una strada sicura che dobbiamo aprire e che sarà progressivamente ampliata dalle prossime generazioni. L’Italia, che non ha carbone, non ha petrolio, non ha metano e neppure uranio, solo sviluppando le energie rinnovabili e, in particolare, l’energia solare così abbondante, potrà raggiungere l’indipendenza energetica.

 

Durante la conferenza stampa sarà presentato il pamphlet postumo di Stéphane Hessel e Albert Jacquard

 

INTERVENGONO

Mario Agostinelli (Energiafelice)

Luigi Mosca (Laboratorio sotterraneo fisica particelle di Modane)

Alfonso Navarra (Comitato per la messa al bando delle armi nucleari)

Roberto Meregalli (Beati i costruttori di pace)

 

Un aperitivo “NO ATOMIC DRINK” sarà offerto ai presenti dalla Associazione Culturale Carmilla

Efficienza, consultazione sul Piano di azione 2014

È online sul sito internet dell’Enea da ieri e fino al 15 giugno 2014 la consultazione pubblica sul Piano di azione nazionale per l’efficienza energetica 2014, che riporta le misure previste per il raggiungimento degli obiettivi di efficienza energetica fissati dall’Italia al 2020, con lo scopo di raccogliere commenti e suggerimenti da parte di tutti i soggetti interessati, da prendere in considerazione in vista dell’elaborazione e dell’approvazione definitiva del testo. Il documento, dopo la fase di consultazione, sarà approvato dal ministro dello Sviluppo economico, di concerto con il ministro dell’Ambiente, d’intesa con la Conferenza Stato Regioni. Successivamente all’approvazione, il Piano sarà trasmesso alla Commissione europea.

Il documento, disponibile in allegato, è stato predisposto dall’Enea in conformità con le disposizioni dello schema di decreto della direttiva 2012/27/UE, attualmente all’esame delle competenti Commissioni parlamentari.

Le osservazioni potranno essere inviate entro il 15 giugno 2014 alla casella di posta elettronica: paee2014@enea.it.

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EUnergia

di Roberto Meregalli
La Commissione il 28 maggio ha pubblicato la propria strategia per la sicurezza energetica. Shale gas? Cattura e confinamento della CO2? Nucleare? Rinnovabili? Quale la soluzione?
“A mano a mano che l’energia è diventata parte vitale dell’economia europea e degli stili di vita moderni, è diventato naturale aspettarsi forniture energetiche sicure: accesso ininterrotto alle fonti di energia ad un prezzo accessibile.” Così inizia lo studio presentato dalla Commissione Europea a corredo della propria comunicazione relativa alla sicurezza energetica[1]. Ed è innegabile che “Ci aspettiamo di trovare la benzina alle pompe, gas per riscaldamento ed energia elettrica senza limiti”; senza alcuna consapevolezza di quanto sia complesso mantenere in piedi un sistema che risponda ad ogni nostra esigenza, di quanto sia onerosa la complessa infrastruttura che sta dietro alla presa di corrente di casa nostra o al distributore di benzina presso cui ci riforniamo.
La crisi Russia-Ukraina ha riacceso i riflettori, anche della stampa non specializzata, sul tema della sicurezza energetica e delladipendenza europea dai fossili oltreconfine e la Commissione, il 28 maggio, ha rilasciato la sua strategia. Buona o cattiva?

La strategia, partendo dalla sottolineatura del fatto che ogni giorno l’Unione spende più di un miliardo di euro per importare fossili, si pone giustamente l’obiettivo di “ridurre la dipendenza da particolari fonti, fornitori e vie di importazione”.
Nel concreto però non appare molto convincente.
Da un lato contiene indicazioni assolutamente condivisibili anche se poco concrete, come l’invito a moderare la domanda di energia, a sviluppare nuove tecnologie, a migliorare il coordinamento fra i diversi stati, a rafforzare meccanismi di solidarietà.
Ragionevoli sono le indicazioni a continuare l’integrazione dei mercati, a diversificare fonti e fornitori, ma manca di incisività sul punto focale: come aumentare le fonti locali?
Si invita allo sviluppo delle fonti fossili disponibili in Europa (Mare del Nord, Mediterraneo orientale e Mar Nero), anche se la stessa UE nei documenti correlati ammette che le riserve convenzionali di gas stimate sono pari a 1.412 Mtep, sufficienti per meno di 4 anni di consumi europei.
Si scrive che lo shale gas potrebbe parzialmente compensare il declino dei giacimenti convenzionali indicando che “è necessaria una accurata analisi delle riserve non convenzionali europee alfine di rendere possibile una produzione commerciale”, si promette “il lancio di una rete scientifica e tecnologica europea sull’estrazione non convenzionale di idrocarburi” ma per sole, vento, acqua, geotermia e biomasse, pur sottolineando che hanno fatto risparmiare almeno 30 miliardi di euro l’anno, la commissione si limita a raccomandare di “continuare lo sviluppo delle fonti rinnovabili per raggiungere il target al 2020 nell’ambito di un approccio orientato al mercato”, segnalando i problemi legati ai costi e al loro impatto sui fatidici mercati, poiché è innegabile come il “Davide fotovoltaico” abbia messo all’angolo il gigante delle utility.
Eppure potenzialmente sono queste le fonti che possono renderci davvero più indipendenti e darci maggiore sicurezza; sono le rinnovabili ad essere raddoppiate nell’ultima decade e riguardano elettricità e riscaldamento. Nel settore elettrico, l’unico con statistiche precise, nel 2012 sono stati prodotti 799 miliardi di chilowattora (TWh), il 13% in più in un solo anno, pari al 24% di tutta l’elettricità prodotta in Europa.
Nella comunicazione occupa spazio la cattura ed il sequestro del carbonio (CCS), tecnologia che permetterebbe di continuare a bruciare carbone, nonostante negli ultimi anni non risultino passi avanti in questa direzione. La commissione sottolinea invece “la necessità di ulteriori sforzi in ricerca, sviluppo e applicazioni” per beneficiare di questa tecnologia. Non manca la parte dedicata all’elettricità prodotta dal nucleare che “costituisce una attendibile fonte di elettricità di base libera da emissioni, che gioca un ruolo chiave nella sicurezza energetica”, la raccomandazione della commissione è di non affidarsi ad imprese russe per la fornitura del combustibile dei reattori. Un messaggio diretto, fra le altre, all’Enel che per i suoi reattori in Slovacchia si rifornisce proprio dalla russa Tvel.

Quale soluzione allora?
La situazione europea è realmente una condizione di dipendenza energetica e siccome la dipendenza energetica significa anche dipendenza politica ed economica, urge una soluzione che deve avere un orizzonte temporale adeguato.
Se nel campo della riduzione dei consumi domestici (elettricità e riscaldamento) le recenti direttive hanno posto obiettivi rilevanti, nei trasporti va focalizzata l’attenzione perché la gran parte del petrolio ci serve per muoverci e quindi la mobilità va ridisegnata.
Relativamente al capitolo gas, questa fonte serve a produrre elettricità e calore, nell’elettrico le rinnovabili sono già disponibili, per il riscaldamento e per cucinare si può spostare sull’elettrico, attraverso cucine a induzione e pompe di calore, parte dei consumi, aumentando così la domanda elettrica con buona pace di chi è preoccupato dell’impatto delle rinnovabili sui mercati esistenti.
Le aspettative verso la CCS e lo shale gas sono roba vecchia, nel senso che rappresentano il tentativo di non cambiare nulla fidando di soluzioni sperimentate. Ma al momento la prima è una tecnologia costosa che non mostra apprendimenti (ricorda molto il nucleare!), per lo shale gas il discorso è più complesso. Gli annunci di Obama dopo la crisi Ukraina-Russia hanno fatto balenare la facile soluzione di una sostituzione del gas russo con quello statunitense, ovviamente non via tubo, ma via nave sottoforma di gas liquefatto.
Ma non sarà così. A parte il fatto che il primo impianto di liquefazione USA sarà pronto entro il 2017 e quindi bisognerà aspettare il 2020 per ipotizzare l’arrivo di quantità decenti in Europa (il primo contratto è stato firmato da Enel con Cheniere Energy per rifornire le centrali spagnole), non è neppure detto che questo accada. Il perché è presto detto.
Lo shale gas e lo shale oil hanno rivoluzionato il quadro energetico statunitense ponendolo di fronte ad un cambio radicale di strategia geoenergetica: da import oriented ad export oriented. Importare si inquadrava in una strategia di controllo in alcuni paesi e di spinta verso le proprie multinazionale ad entrare in alcuni mercati regionali. I dollari servivano in Venezuela, Messico, Arabia, Angola e Nigeria, diventare ora un esportatore significa influire sull’economia e le relazioni con tutti questi paesi.
Inoltre lo shale gas ha abbassato i prezzi all’interno degli USA a valori che hanno permesso una sorta di rinascita industriale. Tutti sanno che quanto più si esporta gas, tanto più il prezzo sul mercato domestico si allinea a quello internazionale, il che annullerebbe il vantaggio per l’industria americana, quindi gli USA esporteranno gas ma sulle quantità non c’è certezza.
Queste riflessioni servono a mettere in guardia dall’illusione di facili soluzioni, quella vera che può garantire all’Europa di non dover dipendere da Russia o Stati Uniti è di sviluppare tecnologie in grado di consumare meno e di sviluppare le proprie risorse rinnovabili. Anche perché, tornando allo shale gas, quello che è accaduto in America in Europa non accadrà, a differenza dei giacimenti convenzionali lo shale gas è fatto di un una miriade di pozzetti che hanno un picco di produzione nelle prime 4/5 settimane e poi si esauriscono in uno/due anni, per cui il numero di pozzetti da scavare aumenta in maniera esponenziale, in una logica per cui il terreno diventa un groviera (ignoriamo qui le conseguenze sull’ambiente).
Questo negli USA è successo perché ci sono tante piccole imprese dotate della necessaria tecnologia, bassa densità abitativa e i diritti minerari sono privati (quello che sta sotto casa mia è mio). Tutte condizioni che in Europa non ci sono, per cui pensare di sfruttare lo shale gas in Europa emulando l’America è velleitario.
La comunicazione della Commissione si conclude con una frase che ha la sensazione di avere un ruolo cosmetico ma che invece deve essere centrale: la sicurezza energetica è inseparabile dagli obiettivi per il 2030 sul clima.
Clima, sicurezza ed ambiente devono essere i riferimenti nel disegno di un nuovo sistema energetico, non il mercato. O facciamo questa scelta o l’economia anziché strumento per vivere (meglio) si confermerà strumento di schiavitù per la maggior parte di noi. Al nuovo Parlamento Europeo tocca questa entusiasmante sfida.
Il testo completo di questa analisi con una premessa sulla situazione energetica europea è disponibile quì

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[1] http://ec.europa.eu/energy/doc/20140528_energy_security_communication.pdf

 

Giornata mondiale dell’ambiente 2014, una bella notizia da Obama

di Mario Agostinelli

Questo blog spesso trasmette giustificate preoccupazioni e allarmi che riguardano le popolazioni e altrettanto frequentemente precisa il contesto in cui trovano ragione le accuse dirette a chi governa sconsideratamente il nostro pianeta. Mi sembra però opportuno, nella Giornata Mondiale dell’Ambiente, sottolineare una notizia positiva, che è frutto di un mutamento profondo nell’opinione pubblica mondiale, a cui non si può sottrarre nemmeno chi ha la massima responsabilità nel degrado ambientale. La buona notizia riguarda i nuovi sforzi annunciati da parte degli Stati Unitiper ridurre le proprie emissioni di anidride carbonica. Lunedì 28 maggio, la US Environmental Protection Agency (EPA) ha annunciato un piano per tagliare entro il 2030 le emissioni di carbonio delle centrali elettriche del 30% rispetto ai livelli del 2005.

Forse è l’azione più forte mai adottata per combattere il cambiamento climatico da parte del governo degli Stati Uniti, prima avversari del protocollo di Kyoto e poi protagonisti nel rendere inconcludenti gli incontri internazionali sugli effetti dei gas climalteranti.

Essendo il presidente del più grande emettitore storico di anidride carbonica, Obama chiama il Giappone, il Canada, l’Australia e, su piani diversi, la Cina e l’India ad un investimento politico sulla salvaguardia dell’ambiente. Come è già successo, il presidente Usa potrebbe non dar seguito ad annunci e visioni su cui incontra forti opposizioni e, quindi, deludere le aspettative create in molte parti del mondo. L’industria del carbone e i suoi sostenitori nel partito repubblicano cercheranno di bloccare l’Epa, ma sembra che i negazionisti non abbiano ormai più il vento a favore, nemmeno tra i grandi finanziatori della Banca Mondiale né tra gli opinionisti dei grandi giornali. (v. articoli su New York Times del 2 giugno).

Nel prendere una forte posizione pubblica sulle emissioni, gli Stati Uniti stanno inviando ai settori manifatturieri e energetici un segnale forte che il paese si sta allontanando dal carbone e abbracciando l’efficienza energetica e le energie rinnovabili. La stessa questione dello shale gas va inquadrata in una fase in forte movimento, in cui transizione e strategia a lungo termine si stanno continuamente ridefinendo, con risparmio, vento e sole sostitutivi nell’offerta elettrica e con un crescente decremento del ricorso complessivo alle fonti fossili.

La Cina ha recentemente aumentato il suo obiettivo per le energie rinnovabili e ha vietato le nuove centrali a carbone in molte regioni urbane. Appena due settimane fa, il Messico ha aumentato il suo ambizioso obiettivo di energia rinnovabile dal 15 al 25 per cento entro il 2018.

Anche l’Unione Europea, che ha già quasi raggiunto il suo obbiettivo per il 2020, dovrà fare di più, anche in occasione del nuovo trattato globale sul clima, che si discuterà a Parigi nel 2015.

Purtroppo gli scienziati avvertono che le emissioni di carbonio devono avere il loro picco prima del 2020, per avere una ragionevole speranza di rimanere al di sotto dei 2°C di riscaldamento globale.

Intanto, la notizia che in Italia ci si avvia nei mesi estivi a produrre probabilmente altrettanta o più energia elettrica da fonti naturali che da fossili (alla potenza massima erogata nel giorno di punta del mese di aprile, secondo Terna, le energie rinnovabili – eolico fotovoltaico idroelettrico – hanno contribuito per il 49,1%, superando la quota fossile ferma al 39,2%), assume un significato straordinario, in quanto viene dimostrato che, nonostante una politica erratica e controversa da parte degli ultimi governi, i cittadini coscientemente tendono a sistemi decentrati e locali di approvvigionamento.

In questo quadro stupisce la posizione del nostro ministro dello sviluppo Federica Guidi cheripropone una strategia favorevole alla ripresa dei fossili. In materia di politica energetica, poi, colpisce l’assenza totale di qualsiasi riferimento “rivoluzionario” da parte del premier Matteo Renzi. In effetti, anche per l’energia e l’ambiente, il cambiamento – quello vero, frutto di conflitto democratico e di partecipazione -  non si porta avanti appoggiandosi alle antichissime lobby che ci hanno portato al disastro, ma disegnando insieme un futuro di giustizia sociale e – perché no – climatica, riconsegnato a un mondo in cui le persone e i movimenti reali che stanno nella società non sopportano più di fare solo da spettatori.