È allarme sussidi… ma per le energie fossili!

Discrasie post-elettorali. La corazzata giornalistico-economica nostrana, il Sole24Ore, titola oggi che «La prima fonte di energia sarà il gas o il fotovoltaico. Un rapporto Shell delinea due future alternative» ma è «Allarme sussidi. L’Earth Policy Institute sottolinea che i combustibili fossili godono di aiuti pubblici tre volte superiori alle energie alternative». Poche pagine dopo, un pezzo dal tono assai perplesso annuncia «Rinnovabili, 10 miliardi di incentivi»: ossia, quelli conteggiati dal Gse (in un anno) e investiti per lo diffusione delle fonti energetiche rinnovabili nel nostro Paese. «Allarme sussidi» in che senso, dunque? Qualcosa non torna.

Inoltrandosi nel rapporto «New Lens Scenarios» della multinazionale petrolifera Shell, Stefano Carrer illustra le «due le prospettive principali» contenute nello studio. Secondo Shell, se prevarranno le «politiche governative del delineare il futuro dell’intera società: sarà un mondo con una crescita economica più moderata, dove i trasporti e la stessa organizzazione delle città saranno orientate sul rispetto dell’ambiente, mentre le tecnologie per catturare le emissioni di CO2 verranno ampiamente promosse, assieme all’energia nucleare» Se invece il ruolo principale verrà “affidato” alle «forze di mercato e della società civile rispetto a un dirigismo pubblico: la crescita economica sarà più forte anche se più “volatile” e, paradossalmente, spingerà il fotovoltaico a divenire entro la fine degli anni ’60 la principale fonte primaria di energia. Come? Vanno considerate le resistenze dell’opinione pubblica all’espansione dell’energia nucleare, alla crescita del gas (specie nel settore “shale”) fuori dal Nord America e all’energia eolica (molti non gradiscono l’installazione di grandi turbine a vento)».

Preso atto della posizione di Shell, che sembra non tener in considerazione come la stessa politica debba render conto all’opinione pubblica (e il progressivo abbandono in Europa dell’energia nucleare deriva proprio da questo connubio), la lettura dell’articolo si fa ancor più interessante quando Carrer rilancia l’allarme «dell’Earth Policy Institute, secondo cui – in base a prudenti stime della Global Subsidies Initiative – i governi hanno aumentato nel 2011 del 20% i sussidi pubblici ai combustibili fossili a 623 miliardi di dollari, di cui 100 alla produzione e 523 al consumo (in testa Iran, Arabia Saudita, Russia, India e Cina). Le fonti di energia che provocano i cambiamenti climatici, insomma, sono molto più sussidiate delle energie alternative (88 miliardi)».

Anche in Italia siamo di fronte ad un simile paradosso. Mentre i profeti dell’idrocarburo si stracciano le vesti dinnanzi ai 10 miliardi di euro (10,67, per la precisione) di incentivi alle energie rinnovabili sperperati nel Bel Paese, pochissimi ergono barricate di fronte ai circa 9 miliardi di euro ancora concessi ai combustibili fossili (per un mercato ormai più vicino alla fase di declino che a quella di lancio). Per l’Italia Legambiente ha infatti calcolato che nel 2011 i principali sussidi diretti siano stati oltre 4,52 miliardi di euro (distribuiti agli autotrasportatori, alle centrali da fonti fossili e alle imprese energivore) e 4,59 miliardi di euro quelli indiretti (finanziamenti per nuove strade e autostrade, trivellazioni, etc).

C’è poi da tener di conto dei vantaggi e degli svantaggi dei due diversi incentivi. Per le rinnovabili, l’Aper – Associazione produttori energia rinnovabile sottolinea che «Le stime più prudenti (cfr. Althesys) indicano in almeno 30 miliardi di euro il saldo tra benefici e costi delle politiche già varate (altre stime più ottimistiche arrivano fino a 76 miliardi). Vale a dire che a fronte dei 220 miliardi di euro che gli italiani avranno investito nel periodo 2008-2030, il Paese avrà benefici per quasi 300 miliardi».

In compenso, soltanto per i costi legati all’inquinamento autostradale (ovviamente dominato da motori a scoppio, alimentati con combustibili fossili), secondo l’Agenzia europea dell’ambiente l’Italia paga ogni anno in termini di salute 15,5 miliardi di euro complessivi, di cui 7,2 miliardi a carico dei mezzi pesanti. Come riporta l’Ansa, «L’Aea stima che nel complesso l’inquinamento atmosferico causi 3 milioni di giorni di assenza per malattia e 350.000 morti premature in Europa ogni anno, con relativo impatto economico». Conviene dunque di più incentivare le energie rinnovabili, e cercare di costruire in Italia un’industria manifatturiera che possa garantirne lo sviluppo (un punto sui cui siamo ancora molto carenti) o, ancora, i combustibili fossili? Alla luce di questi pochi numeri, la risposta sembra scontata.

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