Energia? Solo per lobby e specialisti

Continuo a non darmi una spiegazione di come mai le questioni energetiche, all’origine di grandi conflitti geopolitici e di enormi preoccupazioni ambientali, non entrino assolutamente nell’agenda politica che viene posta – ancorchè attraverso le distorsioni del sistema di media – all’attenzione dei popoli, che, in quanto sovrani, potrebbero orientarne democraticamente gli sviluppi. L’energia sembra questione di lobby, di corporation semisegrete, di società anonime dedite a ostacolare ogni trasparenza, di una megamacchina tecnologica affidata a esperti e scienziati senza altre visioni che quelle connaturate alla loro specializzazione. Eppure, poche questioni impattano in modo così rilevante sul diritto alla vita come la necessaria transizione per una fuoriuscita dalle fonti fossili e dal nucleare. E la ricerca di un sistema alternativo a quello che ha dominato la rivoluzione industriale esige un contesto interdisciplinare e un continuo scambio tra tecnici, scienziati, economisti e tutte le articolazioni della rappresentanza diretta e delegata, se si vogliono considerare i riflessi sociali, politici, economici e ambientali delle soluzioni da adottare. Invece, ci troviamo continuamente posizionati all’incrocio tra enormi interessi di speculazione finanziaria, pressioni di corruzione a livello internazionale, progetti di strategie militari, colonizzazione in chiave moderna di interi territori. Insomma: nonostante l’approccio democratico e pubblico dell’IPCC nell’affrontare il nesso tra cambiamenti climatici, comportamenti umani e modello energetico, con un incontestabile documento indirizzato a decisori politici che dovrebbero rappresentare la sovranità popolare a livello planetario, quei decisori si rimettono alla volontà del capitale globale e stazionano nelle loro stanze dei bottoni blindate. Così risulta praticamente impossibile, per la stessa funzione subordinata che si sono dati i media, snidare responsabilità e discuterne apertamente.

Ne segue che la sensibilità diffusa a favore di un diverso paradigma energetico viene lasciata in un perenne stand-by (si pensi all’appannamento del significato di 27 milioni di voti contro il nucleare), interrotto episodicamente non dal varo di progetti ambiziosi e in discontinuità con il passato, ma solo da interventi prevalentemente di natura etica, come quello lanciato dal segretario dell’ONU o quello sotto riportato di papa Francesco. Di seguito provo a partire da questioni apparentemente scollegate e ordinate per livelli crescenti di importanza, per dimostrare come, nella sostanza, esista una diffusa connivenza tra potere economico e potere politico per mantenere lo status quo in un settore che, attraverso la centralizzazione e il sistema di comando che permea il sistema alimentato dalle fonti fossili, impedisce un controllo sociale esteso e informato.

 

LA SOGIN, EXPO E IL NUCLEARE

Dalle carte dell’inchiesta sugli appalti di Expo 2015 emerge l’interesse rivolto dalla “cupola” Frigerio-Greganti-Grillo verso la Sogin, società di Stato partecipata al 100 per cento dal ministero del Tesoro e incaricata della realizzazione del deposito nazionale definitivo dei rifiuti radioattivi, nonchè dello smantellamento degli impianti nucleari dismessi. Le indagini scoprono, purtroppo, tutta la permeabilità ad azioni di corruzione di un settore che, pur non essendo più centrale nella politica industriale nazionale, viene tuttavia tenuto al riparo da occhi indiscreti.

Secondo un articolo apparso sulla Stampa, che riporta le intercettazioni sotto inchiesta da parte dei Pm milanesi (http://www.lastampa.it/2014/05/11/italia/cronache/la-cricca-dellexpo-puntava-al-nucleare-sMemG2TKEdS12fY1HCZZXL/pagina.html ), Frigerio, Greganti e Grillo non si sarebbero limitati a pilotare 98 milioni di euro finiti a Maltauro e Saipem per la costruzione di depositi di scorie nucleari, ma avrebbero manovrato per nominare loro uomini in posti decisivi alla Sogin, al fine di assegnare un appalto da un miliardo e mezzo per operazioni nel sito nucleare di Caorso.

La società è da tempo esposta a forti polemiche ed ha una storia tutt’altro che irreprensibile e agevolmente riconducibile alla mancanza di trasparenza che ha sempre accompagnato le operazioni nel settore nucleare.

La Sogin ha finora svolto attività riconducibili alla realizzazione-ristrutturazione di alcuni depositi temporanei di rifiuti radioattivi e alla demolizione di vecchi fabbricati. Ma le dimensioni finanziarie complessive racchiuse nella sua “missione” vanno da 3 a 5 miliardi di euro: quindi si tratta di un’opera pubblica di dimensioni consistenti e non si può trascurare che nel corso di 10 anni l’azienda ha accumulato ritardi nei lavori che sono arrivati fino al 170%, mentre i costi preventivati sono più che raddoppiati.

Su tutta la vicenda del nucleare siamo oggi in una fase delicata di passaggio e le attuali inchieste dei magistrati fanno sperare in un intervento molto netto del Parlamento per dar corpo ad una ristrutturazione profondanel settore della sicurezza, con l’obiettivo di creare un sistema efficiente, in grado di gestire lo smantellamento degli impianti, anziché perpetuare lo status quo.

E’ uscito in queste settimane il decreto legislativo di recepimentodella direttiva comunitaria sulla gestione dei rifiuti radioattivi e stanno per essere emanati i criteri per la localizzazione del deposito nazionale delle scorie. Si tratta di indirizzare e controllare operazioni costosissime, che spesso non vengono pubblicizzate, che sono coperte da accordi internazionali semisegreti, da trasporti scortati dai militari, da creazione di depositi temporanei fuori norma, ma comunque inaccessibili a controlli pubblici.

Perché queste gravissime incongruenze? Perché sopravvivono a più livelli molti residui di una passata impostazione filo-nucleare e perchè la vittoria nel referendum del 2011 (per l’annullamento del faraonico progetto nucleare di Scajola) è ancora tutta da portare a compimento su un impervio versante lungo il quale i gruppi di pressione evocati nel titolo di queste note rimangono in attesa di una impraticabile rivincita.

 

LO SHALE GAS CHE FRANCESCO NON AMA

Le nuove tecnologie di estrazione e di impiego dei fossili incontrano crescenti resistenze e sollevano obiezioni prima ancora del loro impiego massiccio. Vale per le perforazioni e per lo spappolamento delle rocce per otteneregas di scisto e per le ipotesi di sequestro della CO2 a valle della combustione del carbone. Essendo tuttora imprecisato l’impatto ambientale di siffatti processi ad alta entropia-  anche se è fuor di dubbio che l’analisi del ciclo di vita di filiere così complesse ne metta in discussione la praticabilità –  è un atteggiamento culturale e politico quello che fa propendere per la loro affermazione o il loro rifiuto. Così, nel caso dello shale gas, la prospettiva di una futura indipendenza energetica e la indebita tolleranza per l’esternalizzazione dei costi ambientali, fa assumere al governo americano, su pressione delle lobby che contano alla Casa Bianca, una posizione di assoluto sostegno, mentre porta la Commissione europea ad aprirsi per la prima volta sulle prospettive di fracking nel vecchio continente. Viene così messo in discussione quel principio di precauzione che porta a considerare preventivamente gli effetti della introduzione di nuove tecnologie sulla vita e l’ambiente e a non ridurre la discussione sui possibili vantaggi agli artifici finanziari e di dumping valutario che possono favorire un abbassamento dei prezzi sul mercato, a discapito della salute o della sopravvivenza stessa. E’ in atto un autentico assalto delle lobby americane, appoggiate in particolare dalla Polonia e, meno esplicitamente, dall’Inghilterra, per far entrare nell’agenda politica europea i combustibili fossili non convenzionali. Nonostante l’opposizione della cittadinanza, i media anche in Italia fanno balenare l’ipotesi di un vantaggio sulla bolletta elettrica, facendo intendere che, mentre le rinnovabili pesano sulle tariffe al consumatore finale, tutti beneficeranno della riduzione presunta del prezzo del gas comprato sulla piazza olandese e magari proveniente dal fracking continentale o di oltreatlantico .
In queste settimane ha fatto molto scalpore un documento di esperti tedeschi (v. http://www.euractiv.com/energy/shale-gas-debate-intensifies-ger-news-517900) che definiscono il fracking inutile e rischioso, dubitando che lo sviluppo di shale gas sia economicamente redditizio e utile per la transizione energetica del loro Paese, derivante dalla decisione di chiudere tutti i reattori nucleari entro il 2022. Gli stessi esperti hanno proposto una consultazione pubblica e l’applicazione del principio “chi inquina paga”. Ma sono stati rapidamente tacitati a Bruxelles, dove le aziende canadesi del fracking hanno tenuto seminari per i parlamentari al ritmo di due alla settimana.

Intanto è andata persa la notizia del NO al “fracking” di papa Francesco. Un monito autorevolissimo e fuori dell’ordinario, esplicitato in un incontro con Pino Solanas, il più noto manifestante anti shale gas dell’Argentina. Il papa è al corrente del fatto che il sottosuolo dove è nato custodisce riserve di shale gas seconde solo a quelle cinesi. E che, per accaparrarsele, è già in pista la Chevron. Ma non ha perso di vista un’idea di fondo sulla fine del dominio dell’uomo sulla natura che, assicurano, comparirà in una sua prossima enciclica. E nemmeno ha trascurato, al riguardo, l’impegno di molte diocesi europee e della stessa chiesa anglicana, mentre non ha certo tenuto in conto le lamentele dei manager delle nostre multinazionali dell’energia: “da noi non ci fanno trivellare un pozzo, perche’ dopo il no-tav ci sono i no-triv”.

Ma se l’impatto ambientale del fracking sarà troppo alto anche in rapporto al contributo alla sicurezza energetica che potrà dare, direste che è più saggio il papa no-triv o i manager delle grandi aziende energetiche nazionali?

 

I COSTI INSOSTENIBILI DELLE GRANDI DIGHE

L’idroelettrico costituisce la più estesa tecnologia di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili in tutto il mondo, con i suoi 1.000 GW installati,equivalenti alla potenza elettrica totale collocata in Europa. Negli ultimi cinque anni, circa 30 GW di energia idroelettrica sono stati installati annualmente, in particolare in Cina, Africa e America Latina. (v. Financial Times 23/Giugno/2014).

L’energia idroelettrica ha caratteristiche uniche, dato che – una volta progettato ragionevolmente un impianto – la fonte può essere “immagazzinata” nei bacini per il tempo che si vuole e la fornitura di elettricità alla rete è “istantaneamente” e continuamente disponibile per effetto della gravità. Si tratta di energia che, oltre ad appartenere alla categoria delle rinnovabili, non soffre della discontinuità o dell’inerzia alla ripartenza di altri sistemi In più, la sua efficienza è ormai tale che è possibile trasformare in energia elettrica fino al 95 per cento dell’energia potenziale dell’acqua.

L’Agenzia internazionale per l’energia prevede che l’idroelettrico raddoppi il suo contributo entro il 2050, evitando 3 miliardi di tonnellate di emissioni annue di anidride carbonica da fonti fossili.

Il maggior contributo arriverebbe dai grandi progetti nelle economie emergenti o nei paesi in via di sviluppo. Tra di essi è in stato avanzato quello di Grande Inga nella Repubblica Democratica del Congo, con la costruzione della più grande diga e della più grande centrale del mondo (40.000 MW, il doppio della potenza dell’impianto delle Tre Gole in Cina), dal costo previsto di 80 miliardi di euro.

Il guaio è che per la costruzione di grandi dighe i PVS devono spesso prendere in prestito soldi, importare beni e servizi, mettendo sotto pressione le loro finanze pubbliche. La diga di Itaipu, di oltre 11.000 MW, costruita al confine tra Brasile e Paraguay nel 1970, ha registrato per il suo allestimento un aumento effettivo dei costi del 240%. Un esborso che ha colpito le finanze del Brasile per almeno tre decenni e rende tutt’ora il Paraguay dipendente dalle condizioni poste dalla Banca Mondiale.

Questi progetti giganti sono sottoposti a dura critica e opposizione. Innanzitutto perchè turbano gli ecosistemi e richiedono che le popolazioni locali vengano sradicate. E poi, perchè hanno risultati deludenti in termini di costi e di tempo e impongono debiti insostenibili per i paesi dove sono localizzati. Non da ultimo, perché di fatto realizzano una gigantesca privatizzazione dell’acqua. Un recente rapporto della Saïd Business School della Oxford University (http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0301421513010926) indica in piccoli progetti più flessibili il futuro dell’idroelettrico. Nello studio costi/benefici della messa in opera di grandi dighe, vengono fornite prove schiaccianti che i bilanci ufficiali sono sistematicamente distorti in quanto sottostimano i costi effettivi, non contemplando il calcolo dell’inflazione, il pagamento a consuntivo del debito, i danni ambientali e gli effetti sociali sulle popolazioni.  La stima reale dei costi che il rapporto fornisce nei diversi casi è sempre almeno del 90% superiore ai conti diffusi dalle corporation che gestiscono le dighe, gli invasi e la produzione elettrica.

Lo studio della Oxford University sta provocando molto sconcerto negli ambienti abituati a prendere decisioni in sedi ristrette in base ad una miope razionalità economica. In particolare, sta dando fiato agli oppositori in casi come quelli dell’Amazzonia brasiliana o dell’India, dove si registrano da decenni lotte come quelle lungo i fiumi Xingu o Narmada.

A conclusione, gli studiosi invitano i politici, in particolare nei paesi in via di sviluppo, a preferire alternative energetiche agili, che possono essere costruite su orizzonti temporali più brevi riducendo il debito finanziario, ecologico e sociale.

Prevarranno queste osservazioni assolutamente rigorose o la convergenza delle multinazionali del cemento e dell’elettricità avrà ancora una volta successo?

Qualche novità è all’orizzonte e segnala una inversione di tendenza a sfavore di quest’ultime. In queste settimane si è registrata una straordinaria vittoria dell’opinione pubblica cilena e mondiale, nonché delle popolazioni della locali, contro il mega-progetto Hidroaysen di Endesa-ENEL, relativo alle cinque grandi dighe che sarebbero dovute sorgere sui fiumi Pascua e Baker in Patagonia, fornendo una potenza di 2.750 MW con un costo di 6,5 miliardi di Euro. 
Il nuovo esecutivo cileno, guidato da Michelle Bachelet, subentrato a quello di Sebastian Piñera che nel 2011 aveva dato un parziale nulla osta all’opera, ha cancellato il piano su cui ENEL era impegnata con una partecipazione al 51% , motivando la sua decisione sulla base di una serie di questioni di carattere ambientale non risolte, nonché di problematiche legate al reinsediamento delle popolazioni locali.

Democrazia e oligarchie economiche e politiche si giocano oggi una partita decisiva sul futuro dell’energia e non solo di essa. Se ne occuperà la sinistra in crisi?

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