Il quinto rapporto IPCC sul riscaldamento globale

Lo scorso 27 settembre è stato rilasciato a Stoccolma il quinto rapporto dell’IPCC per la valutazione del riscaldamento globale. E’ possibile ora, alla luce di un documento scientifico con un consenso senza precedenti, riflettere sulla distanza tra l’allarme lanciato e il comportamento dei leader mondiali, che nei consessi successivi a Varsavia e a Bali non hanno per l’ennesima volta corrisposto alla responsabilità cui sono chiamati. D’altra parte, prevale ancora la competizione nell’arena del mercato globale rispetto alla cooperazione per il salvataggio del pianeta e continua ad affiorare il pensiero prevalente di questa fase storica, che si affida ad una presunta “razionalità economica” per affrontare i problemi sociali, politici e ambientali.

 

I contenuti del rapporto

Partiamo dai contenuti inoppugnabili del rapporto.

Non ci sono più margini di incertezza riguardo alla responsabilità dell’uomo sul riscaldamento globale. Anzi, ulteriori emissioni di gas ad effetto serra causeranno un ulteriore riscaldamento e cambiamenti in tutte le componenti del sistema climatico.

Le proiezioni climatiche mostrano che entro la fine di questo secolo la temperatura globale superficiale del nostro pianeta probabilmente raggiungerà 1.5 °C oltre il livello del periodo 1850 – 1900. Senza serie iniziative mirate alla mitigazione e alla riduzione delle emissioni globali di gas serra, l’incremento della temperatura media globale rispetto al livello preindustriale potrebbe superare i 2 °C e arrivare anche oltre i 5 °C.

Gli ultimi tre decenni sono stati i più caldi dal 1850, quando sono iniziate le misure termometriche a livello globale. L’ultimo decennio è stato il più caldo e l’oceano superficiale (0–700 m) si è riscaldato durante gli ultimi decenni del 1971-2010.

Il periodo 1983–2012  “probabilmente” è il trentennio più caldo degli ultimi 1400 anni.

Dal 1950 sono stati osservati cambiamenti negli eventi estremi meteorologici e climatici: la frequenza di ondate di calore è aumentata in vaste aree dell’Europa, Asia e Australia; in Europa e Nord America la frequenza o l’intensità di precipitazioni intense (o estreme) è aumentata.

Le calotte glaciali in Groenlandia e Antartide hanno perso massa negli ultimi due decenni. I ghiacciai si sono ridotti quasi in tutto il pianeta. Entro la fine del secolo, è verosimilmente da attendere una forte diminuzione delle coperture glaciali a scala globale (-15% fino a -55%), escluso l’Antartide.

L’innalzamento del livello globale medio marino ha accelerato negli ultimi due secoli ed è stato di 1.7mm/anno nel periodo 1901-2010 e di 3.2mm/anno nel periodo 1993-2010”.

Le continue emissioni di gas serra provocheranno ulteriore riscaldamento nel sistema climatico, con cambiamenti nella temperatura dell’aria, degli oceani, nel ciclo dell’acqua, nel livello dei mari, nella criosfera, in alcuni eventi estremi e nella acidificazione oceanica. Molti di questi cambiamenti persisteranno per molti secoli.

E ‘praticamente certo che ci saranno più frequenti estremi di temperatura (caldi e freddi) sulla maggior parte delle aree di terra e su scale temporali giornaliere e stagionali, all’aumentare delle temperature medie globali.

Le aree soggette a permafrost superficiale (fino a 3.5 m di profondità) presenti alle latitudini intermedie ed elevate si ridurranno (da -37 % fino a -81%) con l’aumento delle temperature atteso.

Il cambiamento climatico influenzerà in maniera crescente il ciclo dell’acqua a scala globale: le zone equatoriali e le alte latitudini vedranno probabilmente una crescita delle precipitazioni, con intensificarsi dei fenomeni estremi e susseguenti piene, mentre le zone tropicali aride andranno verosimilmente incontro a precipitazioni sempre minori. Le aree soggette a precipitazioni di matrice monsonica verosimilmente incrementeranno.

 

L’urgenza del cambiamento e la staticità dei decisori politici

Se il medico annuncia una malattia grave, si dovrebbe subito iniziare a cercare la cura. Perché mai dovremmo correre rischi più grandi quando si tratta della salute del nostro pianeta? E ‘fuor di dubbio che, se vogliamo evitare il cambiamento climatico superiore a due gradi centigradi, abbiamo bisogno di responsabili politici per implementare meccanismi che garantiscono che una grande quantità di carbonio rimanga sotto terra, sia riducendo l’estrazione dei fossili e sostituendoli con le rinnovabili e promuovendo il risparmio, che sostenendo l’agricoltura contadina e la riforestazione.

Gli impatti dei cambiamenti climatici presenteranno crescenti sfide per i governi di tutto il mondo e rischi imprevedibili per il sistema globale delle imprese. L’aumento delle temperature, i cambiamenti nel regime delle precipitazioni, l’aumento del livello dei mari, ghiacciai che scompaiono e l’acidificazione dell’acqua del mare avranno effetti diretti sulla spesa pubblica, sulla salute, sulla qualità della vita, sui risultati economici di molti settori industriali. La stessa UE sembra non mantenersi all’altezza della sua storia precedente e cede sempre di più alla pressione dei grandi enti energetici che spingono per bassi costi delle materie prime fossili, incentivi per l’ammodernamento delle grandi infrastrutture, eliminazione di qualsiasi forma di carbon tax. Va segnalato come alla testa di questo schieramento si sia posizionata la Polonia, forte anche dell’accondiscendenza del governo italiano.

C’è molta incertezza nelle aree geopolitiche del pianeta, che guardano a breve al rilancio del gas e del petrolio con sistemi non convenzionali (shale gas) per accreditare un’affermazione dei loro settori manifatturieri tradizionali grazie al minor peso della bolletta energetica. Naturalmente, tutti i costi esterni di queste scelte ricadrebbero sulla società a livello globale e sulle generazioni future, costrette a riparare ai danni climatici, all’inquinamento e al peggioramento delle condizioni di salute. C’è un aperto conflitto tra Canada, Australia e Stati Uniti da una parte e i paesi poveri dall’altra, con la Cina il Brasile e i paesi emergenti in una posizione di attesa, mentre la stessa UE si trova incerta e lacerata al proprio interno.

 

Il negazionismo dei media

L’obiettivo della gran parte dei media è di tener lontano l’opinione pubblica dalla drammaticità del problema con una insistenza calcolata nel mettere in dubbio i risultati dei rapporti IPCC e nel travisare l’informazione sulle prove esibite. Il ruolo delle grandi corporation e delle lobby del carbone e del gas che stanno dietro questa operazione è evidente ed è documentato da una coraggiosa inchiesta del Guardian. Sono all’attacco il Sunday, il Christian Post, i canali e i giornali di Rubert Murdoch, il Wall Street Journal e il Washington Post. E, naturalmente, ne risentono anche i quotidiani nostrani come Repubblica, Il Sole 24 Ore e soprattutto il Corriere della Sera, che vengono amplificati e ripresi dalle TV private nelle news e nelle loro trasmissioni pseudoscientifiche.

La disinformazione e il negazionismo si sono sapientemente articolati secondo cinque schemi, che tutt’ora si intrecciano a seconda dell’occasione. Lo schema 1 riguarda la pura negazione che il problema del clima esista. Quando le persone vengono poste di fronte ad un problema scomodo, la reazione immediata consiste nel negare la sua esistenza e, in questo caso, nel negare che il pianeta si stia riscaldando. A tal fine si sono esibiti dati che riguardavano la bassa atmosfera, ma ben presto è stato dimostrato che anche la bassa atmosfera si stava scaldando a un ritmo coerente con le misure di temperatura superficiale. In più si è volutamente trascurato che il 98% del riscaldamento inizialmente va a finire negli oceani.

Lo schema 2 si è sviluppato per negare che l’uomo fosse la causa e, a questo fine, sono stati contestati i modelli in uso per interpretare i dati; inoltre, si è messa in discussione la eccezionale concordanza degli esperti, andando a scovare le chat dissonanti su blog tematici per niente certificati e citando illegalmente della corrispondenza privata. Lo schema 3 accetta che l’uomo sia responsabile del mutamento, ma sostiene che il riscaldamento globale non è nulla di cui preoccuparsi, perché può essere risolto dalla tecnologia a valle e da una riorganizzazione degli insediamenti umani. Lo schema 4 esprime il massimo di pessimismo: non c’è niente da fare! La soluzione del problema sarebbe troppo costosa e farebbe male ai poveri. In realtà è vero il contrario. Lo scetticismo su possibili soluzioni addirittura precipita nella schema 5: è troppo tardi per intervenire. Quindi, non dovremmo perder tempo e dovremmo solo attrezzarci ad anticipare le catastrofi ed a ripararle poi con un apparato di intervento di permanente emergenza.

Credo che ognuno di noi abbia fatto esperienza di quanto queste posizioni vengano a bella posta contrapposte tempestivamente ad ogni esposizione dei responsabili internazionali dell’IPCC.  Basta ancor oggi leggere i giornali o ascoltare radio e TV. Gli opinion leader frequentemente si buttano a confutare una previsione che dovrebbe ribaltare completamente l’agenda politica e lo fanno grossolanamente su commissione, senza cognizioni di causa. Ma il quinto rapporto IPCC è un brutale colpo a quelle che ormai si rivelano solo insinuazioni o, più banalmente, cappellate.

 

Il rischio per il sistema delle imprese

C’è un aspetto nuovo nel conflitto aperto sul “climate change” e riguarda proprio il punto che sembrava il più ostico da affrontare – cioè la convenienza economica – e coinvolge i partner più titubanti a cambiare passo – cioè il mondo delle imprese. Il rischio di una gigantesca “bolla di carbonio” che deriverebbe dall’attuazione di serie politiche di riduzione delle emissioni, mette a rischio il futuro del settore del gas e del petrolio: infatti, se non si prenderanno subito provvedimenti, in un futuro prossimo non sarà più utilizzabile il 60 – 80% delle riserve di carbone, petrolio e gas delle aziende quotate in borsa. Gli investitori più attenti si stanno accorgendo che puntare su questo tipo di aziende sta diventando una scelta molto rischiosa. Già oggi la BEI e la Banca Mondiale ricusano molti dei progetti di costruzione di centrali a carbone.

La competitività delle imprese in Europa sarebbe gravemente colpita dal riscaldamento globale, che secondo molti scienziati rischia di verificarsi in questo secolo. Peter Thorne, l’autore principale delle osservazione per il Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici (IPCC) ha affermato che:

“se si dispone di possibilità alternative e di cambiamento, è sbagliato continuare a costruire infrastrutture che peggioreranno il clima, mentre è più saggio costruirne per le implicazioni di adattamento e mitigazione”. L’UE è scossa al proprio interno dalle richieste degli enti energetici, appoggiati da alcuni governi (tra cui quello polacco e quello italiano), per incentivare l’utilizzo in Europa di carbone e gas a buon mercato importato dagli Stati Uniti spostando il finanziamento alle fonti rinnovabili.

 

Si direbbe però che l’imprenditoria più innovativa sia assai più avanti: infatti, per aiutare la comunità imprenditoriale a comprendere meglio le implicazioni del cambiamento climatico, la University of Judge Business School di Cambridge e la Fondazione Europea per il Clima hanno distribuito a vari settori industriali un documento assai rigoroso, dal titolo intrigante: “Il cambiamento climatico influenzerà il mio settore di attività?”. L’intento è quello di incoraggiare le direzioni aziendali a uscire dal business quando comporta forti emissioni ed a prepararsi per una nuova economia “low carbon”. Il documento si trova su http://bit.ly/15D2DvH.

 

Dopo il rapporto: i negoziati di Varsavia (Novembre) e Bali (Dicembre 2013)

“Sono davvero sbalordito, non vi è alcun senso di urgenza qui” ha dichiarato un portavoce dell’IPCC alla conferenza COP 19 conclusa a Novembre a Varsavia.

L’unico sorprendente successo è stato un accordo sul REDD (Riduzione delle emissioni da deforestazione e degrado) che fornirà una compensazione per i paesi che potrebbero perdere gettito non sfruttando le loro foreste e che include la verifica, il monitoraggio e la salvaguardia per le comunità locali. La deforestazione e la conversione delle foreste in terreno agricolo contribuisce per circa il 10 per cento delle emissioni totali di CO2 antropica.

Più controversa è stata l’introduzione di un meccanismo internazionale per le perdite e i danni climatici” (“loss and damage”), che apre la strada al risarcimento dei danni per i paesi sviluppati. In definitiva, la lentezza del processo per arrivare nel 2015 al “dopo Kyoto” e la scarsa fiducia fra le Parti, suscitano seri dubbi sul  raggiungimento di un nuovo accordo globale per la riduzione delle emissioni.

A Bali, in Dicembre, per la prima volta nella sua storia, l’Organizzazione Mondiale del Commercio ha concluso un incontro ministeriale con un accordo.

A sperare in un accordo finale erano stati proprio i PVS, perché per loro da quando l’OMC/WTO ha smesso di funzionare come strumento prevalentemente euro-americano, è iniziata la stagione degli accordi bilaterali o regionali che seguono la logica delle catene di approvvigionamento esigendo una grande integrazione fra i Paesi che partecipano alla filiera di un prodotto. Ma questi accordi in genere legano un centro di consumo a quelli di produzione e i Paesi più deboli si trovano in una posizione negoziale debole.

Questo apre possibilità per il futuro, possibilità però che saranno tutte da creare. L’accordo in sé è infatti molto deludente e il piatto della bilancia pende anche questa volta dalla parte dei paesi più forti. Il rischio è che i Paesi poveri siano costretti a privilegiare l’informatizzazione dei loro uffici doganali rispetto alle scuole e a migliorare le infrastrutture dei porti piuttosto che gli ospedali.

Come ha scritto Roberto Meregalli, “la battaglia per un sistema equo di regole che ponga il diritto al cibo, al lavoro, alla salute, all’ambiente prima del diritto a fare business, sarà ancora aspra e lunga, ma la crisi dell’occidente dovrebbe aver insegnato che le ricette del passato sono da buttare e che l’unica politica win-win è quella della cooperazione”.

Insomma, dopo Stoccolma, Varsavia e Bali è la scienza o l’economia a dettare l’agenda per gli abitanti del pianeta?

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