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PRESENTAZIONE DEL LIBRO ASSOCIAZIONE LAUDATO SI’

MERCOLEDI 14 OTTOBRE 2020, ORE 18-21

Organizzano: Associazione Culturale Punto Rosso, Centro Culturale “Concetto Marchesi”, Sinistra Italiana Milano.

(anche in diretta Facebook sulle pagina di Sinistra Italiana Milano e Punto Rosso)

Questa crisi potrebbe essere l’inizio di una riconciliazione degli esseri umani con il vivente, del lavoro con l’ambiente, del consumo con la pietà, del desiderio con il senso del limite. Una grande presa di coscienza di uomini e donne, perché non è dalle concentrazioni del potere che possiamo aspettarci una via d’uscita, ma dalla forza con cui organizzazioni, società civile, sindacati e movimenti prenderanno la strada dell’autoeducazione, dell’autoformazione, della responsabilità.

Introducono i temi

Mario Agostinelli, Daniela Padoan e Guido Viale, dell’Associazione Laudato Si

Discutono con loro Heinz Bierbaum (Presidente del Partito della Sinistra Europea), Luciana Castellina (Task Force Natura e Lavoro), Don Alberto Vitali, Rahel Sereke (Parlamentare europea Verde), Nicola Fratoianni (Portavoce di Sinistra Italiana).

Presentano e coordinano Antonella Brambilla (Sinistra Italiana Milano), Roberto Mapelli (Ass. Cult. Punto Rosso) e Bruno Casati (Centro Culturale “Concetto Marchesi”)

Organizzano: Associazione Culturale Punto Rosso, Centro Culturale “Concetto Marchesi”, Sinistra Italiana Milano.

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Clima, le emissioni non sono calate abbastanza col virus: bisogna puntare alle energie naturali

Difficile misurare e prevedere la diminuzione di climalteranti dovuti al blocco delle attività in tempo di coronavirus, perché essa dipende da quali settori dell’economia hanno chiuso e le aspettative di ripresa nel corso dell’anno. Benjamin Storrow, in un documentatissimo articolo spegne alcuni entusiasmi sulla caduta delle emissioni durante la pandemia.

Se si calcola che ormai 4 miliardi di persone in tutto il mondo si sono fermate per contribuire ad arginare la diffusione del virus, il confronto con le previsioni dei meteorologi (poco oltre il 5% nel 2020), pur rappresentando il più grande calo annuale mai registrato, rimane al di sotto del calo del 7,6% che gli scienziati dicono che è necessario ogni anno nel prossimo decennio per impedire che le temperature globali aumentino di oltre 1,5 gradi Celsius.

Non c’è proporzionalità diretta tra calo dei prodotti e abbassamento delle emissioni. Quindi perché le previsioni non prevedono un calo maggiore di CO2 durante una delle peggiori catastrofi economiche della vita? Nei fatti la pandemia sta causando una caduta libera economica che differisce dalle precedenti recessioni.

Solo se le riduzioni di anidride carbonica non ripartissero secondo il cosiddetto “ritorno alla normalità” che sta a cuore di tutti i governi (si pensi da noi agli aiuti a Fca e Alitalia e al mantenimento delle centrali a carbone) registreremmo un obiettivo in linea con l’auspicio dell’Ipcc. Ma occorrerebbe un grande movimento che prema sui governi del mondo e sulle multinazionali e una svolta dalla produzione energivora alla cura dell’intera biosfera e un cambio degli stili di vita.

Sia negli Stati Uniti che in Cina il lockdown non è stato utilizzato per mutare il segno dell’eventuale ripresa, ma solo per tenere in vita con la manutenzione indispensabile il modello che riprodurrà quanto prima le emergenze in corso. I cali in Cina e Usa sono stati solo del 25% e del 14% nel mese di maggior diffusione del virus e la maggior parte dei meteorologi ipotizzano che l’economia riprenderà nella seconda metà dell’anno, spingendo le emissioni verso l’alto con un rimbalzo.

Anche in uno scenario in cui le emissioni sono diminuite del 25%, i tre quarti della produzione globale di CO2 continuerebbero durante un blocco annuale. A differenza delle recessioni passate, il trasporto sta guidando il calo delle emissioni. La spedizione è rimasta costante e la produzione è stata lenta a chiudere. Molte acciaierie e centrali a carbone hanno continuato a funzionare per tutto l’arresto, sebbene spesso a livelli ridotti.

Al contrario è calato il traffico di trasporto individuale delle persone: del 54% nel Regno Unito, del 36% negli Stati Uniti e del 19% in Cina, mentre i viaggi aerei, nel frattempo, sono diminuiti del 40%, con un riflesso drastico sul calo del petrolio (-65% kerosene; -41% benzina). Eppure, l’economia globale sta ancora consumando molto petrolio, sia per gli usi militari e per il mantenimento degli slot da parte delle compagnie aeree, sia per il trasporto su ruota e ferro con diesel.

Poi ci sono prodotti petrolchimici, che sono stati colpiti in modo diseguale dalla crisi. Le materie plastiche utilizzate nella produzione automobilistica sono in calo, ma quelle usate per l’imballaggio alimentare sono in aumento. I numeri mostrano quanto sia intrecciato il petrolio con l’economia globale e quanto sarà difficile decarbonizzare l’economia semplicemente attraverso l’adeguamento comportamentale. Le auto e gli aerei possono essere parcheggiati in massa, eppure il consumo di petrolio diffuso continua.

Questa prima fase di pandemia è stata pagata più dal trasporto aereo e di auto, ma meno dall’elettricità e dal gas naturale. Il carbone, anche se demonizzato in epoca di pandemia, rimane cruciale per la generazione di elettricità in tutto il mondo e rappresenta il 40% delle emissioni globali di CO2, più di qualsiasi altro combustibile. Assieme al petrolio, rimane un ingranaggio centrale nella produzione economica in tutto il mondo.

Ma mentre comincia ad essere matura una lotta per la conversione delle centrali a carbone e gas nelle economie avanzate, la pandemia sottolinea la necessità di rendere da subito accessibili le energie naturali per le parti in via di sviluppo del mondo su cui potrebbe essere riversato l’eccesso di fossili continuamente estratto.

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NIENTE DI QUESTO MONDO CI RISULTA INDIFFERENTE

Laudato Sì – Un’alleanza per il clima, la Terra e la giustizia sociale, in libreria dal 25 maggio 2020

La lezione della pandemia

Questa crisi potrebbe essere l’inizio di una riconciliazione degli esseri umani con il vivente, del lavoro con l’ambiente, del consumo con la pietà, del desiderio con il senso del limite. Una grande presa di coscienza di uomini e donne, perché non è dalle concentrazioni del potere che possiamo aspettarci una via d’uscita, ma dalla forza con cui organizzazioni, società civile, sindacati e movimenti prenderanno la strada dell’autoeducazione, dell’autoformazione, della responsabilità.

«È il tempo del nostro giudizio», ha detto papa Francesco il 27 marzo, in una metafisica piazza San Pietro sferzata dalla pioggia, impartendo l’indulgenza plenaria ai morituri, ai malati di coronavirus, ai loro familiari, agli operatori sanitari, a tutti coloro che si prendono cura di chi sta male, «È il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è». Il tempo «di trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati, e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, di solidarietà». Una fraternità e una solidarietà che prevede l’eguaglianza, l’accoglienza, l’apertura alla bellezza del mondo e la tutela di ogni creatura.

La casa comune

“Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora. Niente di questo mondo ci risulta indifferente”, scrive papa Francesco nell’incipit dell’enciclica Laudato si’. È il filo che segna un percorso di assunzione di responsabilità verso la casa comune, dove ogni pianta, ogni animale, ogni persona, ogni tramonto e specchio d’acqua hanno importanza, nella bellezza ferita del pianeta e nella necessità di una pratica di giustizia e di uguaglianza. Giustizia, uguaglianza, libertà, fratellanza, sorellanza, mitezza: parole usurate, “scartate” anch’esse – non diversamente dagli scarti materiali, produttivi e umani che segnano la nostra cultura – a cui è necessario restituire una funzione politica, perché non esiste giustizia ambientale senza giustizia sociale, e lo stato del pianeta, corroso da crisi rovinose, è il risultato di scelte politiche, economiche e finanziarie che l’enciclica non esita a chiamare criminali.

La catastrofe e l’ingiustizia

Temperature inverosimili incendiano interi continenti mentre i ghiacci si sciolgono e gli oceani, spazzati da tempeste e cicloni, erodono le coste. La desertificazione di intere aree cancella zone fertili e costringe le popolazioni alla fuga, mentre la biodiversità e la riserva di ossigeno garantite dalle foreste amazzoniche sono messe a rischio, assieme alla vita delle comunità indigene che le abitano. Sempre più numerose sono le persone che sopravvivono o muoiono per la strada o nelle baraccopoli del mondo, e sempre più enormi sono le spese militari degli Stati per armamenti concepiti allo scopo di portare distruzione e morte, il cui bilancio potrebbe da solo eliminare la fame nel mondo.

La cultura dello scarto e la conversione ecologica

In questa follia si situa il sistema dello scarto, ovvero di ciò che eccede l’utilità e il consumo, in una continua erosione delle risorse. Scarti non sono solo i rifiuti alimentari, produttivi, industriali, ma anche le persone marginali, malate, disoccupate, abbandonate a se stesse o in istituzioni chiuse, e i migranti che non vengono accolti, che muoiono in mare o per confinamento – così come scarti sono le periferie delle città e del mondo, le terre dei fuochi sparse nei continenti, le culture fragili e minacciate di scomparsa, le specie che stiamo estinguendo. Lo scarto denuda il modello economico, politico e culturale che ci sta conducendo alla catastrofe, che non è solo climatica e ambientale, ma etica e sociale, così che la conversione ecologica della produzione, degli stili di vita, della cultura e delle relazioni tra le persone e con le istituzioni rappresenta – con una serena e liberatoria rivoluzione nei comportamenti – la sola salvezza per la specie umana sul pianeta.

Unire analisi e lotte

Nel gennaio 2019, rispondendo alla richiesta dell’enciclica di fermarsi a riflettere sull’evidenza che l’umanità sta creando le condizioni per la propria estinzione, l’associazione Laudato si’ ha promosso un tavolo di lavoro formato da attivisti, studiosi, rappresentanti dell’associazionismo e dei movimenti, credenti e non credenti, che hanno deciso di confrontarsi, scambiare esperienze e collaborare alla stesura di un documento programmatico che provasse a dare attuazione concreta ai principi dell’ecologia integrale. Il punto di convergenza è stato individuato nella necessità di riconoscere l’interconnessione tra degrado ambientale, sociale, economico e culturale messa in luce dall’attuale crisi climatica, e di unire punti di vista, appartenenze e specialismi per giungere a un’analisi delle sue cause e articolare una risposta territoriale e globale.

Il libro

Niente di questo mondo ci risulta indifferente rappresenta lo sviluppo di questo percorso condiviso e la necessità di tradurre la visione unitaria e sovversiva dell’enciclica in un’analisi per punti che, senza pretese di esaustività, possa dare una comprensione basilare del problema climatico e delle politiche ad esso connesse, fornendo dati puntuali, statistiche, documenti e fonti. Non solo una fotografia della situazione attuale, ma un primo inventario delle molteplici azioni creative che continuamente nascono e producono alternative alla cappa ideologica che pare rinchiuderci. Crediamo in una presa di coscienza che divenga premessa per un’azione diffusa sul territorio e nella comunità, alla ricerca di una via per la salvezza della nostra specie e per la sua riconciliazione con le creature – animali, piante ed ecosistemi. Che la pubblicazione del libro avvenga durante la pandemia di coronavirus, proprio mentre si chiarisce quanto la diffusione di patogeni sia connessa alla distruzione degli ecosistemi e quanto la moria di persone, soprattutto le più fragili, abbia a che fare con una sanità rivolta al profitto anziché alla cura, appare una conferma delle argomentazioni che ci hanno sorretto e della necessità di un radicale cambiamento che investa la politica e gli stili di vita: un cambiamento che può avvenire solo grazie a una vasta azione di formazione e autoeducazione, e ad attività comunitarie capaci di portare sui territori e nelle istituzioni la bellezza, l’equilibrio della natura, la sorellanza e fratellanza tra esseri umani, e tra questi e il vivente: quella che papa Francesco, nella Laudato si’, chiama giustizia sociale e ambientale, retta dall’”intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta”.

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“PLANET OF THE HUMANS”: QUANDO L’ ECOLOGIA NON E’ INTEGRALE

a cura di Mario Agostinelli – Extraterrestre, Il Manifesto, maggio 2020

Michael Moore è stato un dissacratore e, contemporaneamente, un comunicatore spesso convincente. Per chi ha visto i bellissimi Roger and Me (1989) e Bowling for Columbine (2002), è spiacevole e difficile da capire perché il regista americano avvalli e promuova oggi un film come “The Planet of the Humans”, che deve il proprio successo mediatico allo shock di vedere il brand liberal di Moore piegato a sostegno di tesi fino ad oggi appannaggio grossolano della destra repubblicana.

Parto da un giudizio molto severo, ma il film, che in poche settimane ha registrato oltre 8 milioni di visualizzazioni, ha destato un forte scompiglio nel movimento ambientalista e nell’opinione pubblica americana, mentre ha trasformato i tre produttori – Jeff Gibbs, Michael Moore e Ozzie Zehner – in gettonate presenze su media outlet, non certo noti per le loro posizioni progressiste o ambientaliste (Fox, The Hill, Sky News).

Spiace che in una fase storica di profonda e perfino drammatica revisione del rapporto tra uomo, tecnica e natura, il documentario sia principalmente dedicato alla battaglia “irrimediabilmente perduta” dell’ambientalismo e a lasciare intendere che il successo delle fonti rinnovabili sia dovuto agli interessi di Wall Street, mentre poco si possa fare per sostituire le fonti fossili, responsabili dell’accelerazione del cambiamento climatico. Non è certo il movimento ambientalista a difendere il modello dei venture capitalists americani e la bolla speculativa da loro creata nella seconda metà degli anni 2000, che ha bruciato piú di dieci miliardi di dollari in progetti azzardati come la centrale termodinamica di Ivanpah finanziata da Google, o la Kior di Vinod Khosla di cui si parla nel film. O la Solar City e la Tesla di Elon Musk, esempi magistrali e controversi di crescita speculativa a debito, su cui però Gibbs preferisce sorvolare per attaccare la Chevy Volt di General Motors. Un modello poco interessato a perseguire l’obbiettivo di impiegare fonti naturali decentrate, governate sul territorio, integrate nei cicli naturali il più possibile e, quindi, utili a frenare il brusco cambio climatico in corso.

In effetti, gli impianti rinnovabili presi ad esempio in alcuni stati chiave degli USA, o sono inefficienti (tecnologie messe in opera decenni addietro) o assomigliano del tutto alle centrali puzzolenti da rimpiazzare, con un consumo di suolo, materia ed energia che è in contraddizione con l’approvvigionamento da vento o sole, diffusi ovunque in natura, intermittenti sì, ma oggigiorno stoccabili sotto forma di energia elettrica convertita ad alti rendimenti. Un obbiettivo tutt’altro che inesplorato soprattutto in Europa, ma anche e sempre di più in Asia e Africa e assai meno negli Stati Uniti di Trump. La questione va ben oltre il successo o meno di una pellicola costruita con maestria e, quindi, da vedere e discutere:  si tratta altresì di sostenere o affossare l’unico modello a disposizione al presente, ove fosse abbinato ad un drastico risparmio, per spalmare su scala planetaria una “sufficienza” energetica che consenta di sopravvivere all’intera biosfera, senza sacrificare gli scarti – umani e no – alle pandemie, alle guerre, ai respingimenti dai propri confini e alle catastrofi provocate dall’innalzamento della temperatura.

Gibbs e Zehner (l’esperto) di tutto questo non si curano. “Planet of the Humans” fa disinformazione e dispensa tesi scorrette, volte a sostenere che la transizione energetica e la sostenibilità siano un’illusione, se non addirittura una cospirazione dell’establishment. In una delle scene centrali del film Zehner si fa intervistare da Gibbs e parla del processo di formazione del silicio metallurgico, uno dei materiali precursori nella produzione di celle solari. Descrive come sia un processo industriale in una fornace ad alta temperatura che consuma energia ed emette CO2, per concludere tout-court che le rinnovabili inquinino quanto le fonti fossili. Basta l’analisi del ciclo di vita delle rinnovabili per confutare il colpo gobbo: per i pannelli fotovoltaici, infatti, sono oggi necessari tra gli 1.5 e 2kWh/Wp per la produzione di un sistema solare connesso alla rete elettrica. A seconda di dove venga installato il sistema, ci vorranno tra i 9 ed i 24 mesi per produrre in uscita la stessa quantità di energia immessa nella fabbricazione, a fronte di una vita media di 30 anni dell’impianto. L’emissione di gas serra che ne risulta, anche tenendo conto di un mix energetico ‘sporco’ come quello della rete elettrica cinese, varia tra i 15 ed i 50gCO2 per kWh prodotto, a fronte di 800-1200gCO2/kWh per le fonti fossili. Quindi, dove sta il problema e perché mai proporci le stucchevoli riprese dei generatori diesel a supporto degli amplificatori delle band alimentate a pannelli nei raduni ecologisti?

Il problema, forse, è che le banche non guardano più con molta fiducia al sistema industriale esistente che consuma risorse, produce e distribuisce elettricità in maniera insostenibile, produce pesticidi per l’agricoltura, impone una mobilità indifendibile nei suoi sprechi ed ha trasformato gli Stati Uniti nel primo esportatore al mondo di olio e gas di scisto altamente inquinanti, semplicemente perché questo modello di sviluppo -il Modello Americano- è in crisi e rappresenta un fattore di rischio finanziario elevato. I Bloomberg, i Blood, i Buffet e i Fink sono capitalisti, e se si interessano (un po’) alle rinnovabili è per opportunismo, diversificano, non certo perché si siano convertiti all’ecologismo. Qui, però, c’è il corto circuito. Perché – per usare l’immagine di Roger and Me – è come se Moore tracciasse un parallelo tra lo sviluppo delle energie rinnovabili e le fabbriche Messicane in cui General Motors andava a delocalizzare la produzione negli anni ’90.

I casi discussi in dettaglio in “The Planet of the Humans” non sono certamente difendibili nei loro eccessi, ma, per fortuna, non sono altro che i tentativi più datati e meno rappresentativi delle tendenze con cui è possibile già ora progettare una transizione energetica che sia democraticamente governata e a minima entropia. Il pensiero ecologista ha fatto molti passi avanti rispetto a dove lo vorrebbe il film e, per buona sorte, li ha compiuti al di fuori delle lobby che dominano il mondo finanziario, esibito nel filmato come l’alleato da esorcizzare. Lo spostamento da grandi centrali nucleari o a combustione verso impianti più decentralizzati e più vicini al luogo di fruizione dell’energia prodotta, saranno sempre più diffusi, sia per ragioni ambientali, sia per l’insostenibilità intrinseca e la scarsa sicurezza delle reti a lungo raggio. Parrà strano, ma perfino la pandemia in corso contribuisce a spezzare una lancia in favore di sistemi distribuiti e soggetti a minore manutenzione che, è importante notarlo, già oggi iniziano a fornire continuità e flessibilità nella fornitura di energia pulita a costi competitivi: si pensi che in queste settimane Renew Power, una compagnia indiana, ha vinto una gara per fornire energia elettrica rinnovabile 24ore x7 giorni, con un mix di solare, eolico, idroelettrico e accumulo, a 4 cents/kWh, contro un costo dell’elettricità generato dai combustibili fossili che su scala regionale varia da 5 a 17 centesimi di dollaro per kWh!  

E’ in atto una lenta ma costante crescita di consenso intorno all’approccio di una ecologia integrale, opposto a quello di un “green washing”, anche perché ha il suo presupposto e fondamento nella giustizia sociale. Un sentire che la stessa dinamica della pandemia ha fatto crescere, assieme al bisogno di cura, consolidando una coscienza popolare che constata come “ogni cosa sia legata a tutte le altre” – per dirla con Barry Commoner (1970!) – o che tutto è interconnesso fin dal tempo più remoto e che perciò “niente di questo mondo ci risulta indifferente” – per dirla con la “Laudato Sì” (2015!). Riconoscere la stretta relazione di interdipendenza tra uomo, vivente, natura ed universo sotto la lente specifica dell’energia, significa riuscire a produrre, consumare, vivere e muoversi consumandola secondo lo spazio ed il tempo dei cicli naturali rigenerabili, anziché bruciando in una caldaia e in un baleno il lavoro che i raggi solari hanno depositato nei millenni nelle viscere della Terra.

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Coronavirus ed emergenza climatica, dalla nuova Collana ESC

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Il mondo non sarà più lo stesso, l’emergenza COVID-19 che ha segnato le nostre vite negli ultimi mesi, stravolgendo il mondo che ci circonda, diventerà qualcosa con cui dovremo imparare a convivere. La nuova Collana ESC edita da Castelvecchi vuole raccontare quello che è stato e le sfide che dovremo prepararci ad affrontare. Professionisti ed esperti di varie discipline ci aiuteranno a riflettere sui cambiamenti in atto in ogni settore delle nostre vite: scuola, sanità, economia, clima, diritti, tecnologie e molto altro.

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Raffaele Mantegazza La scuola dopo il Coronavirus 

Ivo Lizzola Un senso a questi giorni. Conversazione con Pierluigi Mele

Pier Virgilio Dastoli Unione Europea: bilancio dei beni comuni 

Mario Agostinelli Coronavirus ed emergenza climatica 

Tonino Perna Pandeconomia 

Francesco De Filippo Dai serpenti di Wuhan alle aragoste di Portofino

Carlo Saitto Le politiche sanitarie e il Coronavirus

Paolo Benanti Se l’uomo non basta. Speranze e timori nell’uso della tecnologia contro il COVID-19 

Pietro Battiston e Roberto Battiston La matematica del virus. I numeri per capire e sconfiggere la pandemia

I PROSSIMI TITOLI

Alain Badiou Sulla situazione epidemica Boaventura De Sousa Santos La crudele pedagogia del virus – AA.VV. Il contagio del pensiero. Filosofia, antropologia, pandemia – AA.VV. Virus e logos. «Guardare avanti: esercizi di utopia razionale» e in arrivo anche i contributi di Derrick De Kerkhove, Giuseppe De Marzo, Andrea Ranieri e Giuseppe Iorio.

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