Nel Piano Mattei avanti tutta col gas. Sull’energia pulita invece niente si muove

Come temevamo, il “Piano Mattei” è uno specchio per le allodole: ci fa sentire generosi espropriatori di risorse di paesi poveri, mentre si dà copertura ad una transizione energetica “che puzza ancora di gas”. Così, infatti l’hanno subito intesa Wwf, Legambiente, Kyoto Club e Greenpeace che sono uscite con un durissimo comunicato stampa consegnato All’Ansa il 30 gennaio. “Se la Presidente non lo ha esplicitamente nominato, in realtà è molto chiaro che nel Piano Mattei le rinnovabili non sono protagoniste, protagonista è ancora il gas, insieme ai disegni di Eni sui biocarburanti”.

E’ sempre più evidente il gioco, partito con Cingolani e poi ribadito in più sofisticate versioni da Pichetto Fratin e da Giorgia Meloni: dilazionare il più possibile nel tempo l’installazione di energia pulita, in attesa di progressi irrealistici delle tecnologie nucleari, sopperiti, alla bisogna, da nuovi rigassificatori, sparsi lungo le coste italiane e riforniti di metano d’oltre Mediterraneo. L’idea di trasformare la penisola in un hub energetico e di sequestro della CO2 attraverso una collaborazione che passa dall’Africa e dalle fonti inquinanti, rischia di compromettere definitivamente gli impegni per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C. Ma il discorso si fa ancora più insidioso se si riflette che il traguardo di una tanto incomprensibile insipienza in realtà punti a mantenere una struttura centralizzata del nostro sistema energetico, nelle mani delle lobby i cui Consigli di amministrazione discendono dallo spoil system che Giorgia maneggia con disinvoltura. Un ritardo così anomalo e insistito nel cambio di paradigma energetico finirebbe quindi col penetrare a tal punto nella cultura dei cittadini da scoraggiarli dal ricorso alle energie rinnovabili locali.

Proprio in questi giorni è uscito il decreto di lancio delle comunità energetiche, che risulta pasticciato e, ad ora, penalizzante per chi ha già messo mano a progetti e impianti in cooperazione. E fa impressione che nel 2023, nonostante la misura del 110%, la produzione di elettricità più diffusa tra le rinnovabili (il fotovoltaico per lo più installato motu proprio da cittadini privati) ha coperto solo il 10% della domanda elettrica nazionale, a fronte dell’obbiettivo di superare almeno il 43% di produzione lorda da Fer elettriche al 2030. Non si intravvede all’orizzonte un vero sostegno alle rinnovabili, sebbene esse rimangano una delle rare filiere di nuova occupazione e di lavoro qualificato.

Sembra che il dramma dell’Ilva non abbia insegnato alcunché. Mentre i rigassificatori galleggianti di Piombino e Ravenna sono stati autorizzati in nemmeno sei mesi, il decreto Energia deve ancora definire la realizzazione di approdi a mare da utilizzare per il montaggio delle pale eoliche galleggianti. Si tratta di porti già praticati e espandibili, come quello di Civitavecchia, dove è stato preventivato uno stanziamento di due miliardi di euro da una società mista italo-danese che ha presentato un progetto di eolico off-shore per 540 MW, a 30 Km dalla costa.

Poiché entro il 2025 verrà attuato il phase out dal carbone che oggi alimenta la centrale, dovrebbe essere consentito l’assemblaggio delle turbine in porto e, poi, il loro traino al largo, mantenendo ed anzi accrescendo l’occupazione dell’attuale impianto fossile e del suo indotto. Ma, anche qui, tutto sembra fermo.

Quando si pensa che l’eolico offshore in Europa gode di ottime prospettive di crescita – nel 2023 nella Ue sono stati installati 4,2 GW di nuova potenza, un record, con una crescita del 40% rispetto all’anno precedente – fa meraviglia che da noi, anche laddove le amministrazioni locali e i cittadini si sono battuti per progetti compatibili col loro territorio, la politica non decida per iniziative industriali che favoriscano la conversione energetica a vantaggio del clima.

La costruzione di un “retroterra” adatto offrirebbe la possibilità di avere a riferimento tutto il bacino del Mediterraneo. Tuttavia, il nostro Paese non dà cenni nemmeno per quanto riguarda la catena di fornitura, che registra invece nuovi stabilimenti produttivi in Polonia, Danimarca, Germania, Paesi Bassi e Spagna. Eppure, nel decreto Fer 2 sono previsti 3,8 GW come contingenti totali di potenza disponibili tra il 2024 e il 2028. Acquisteremo tutto da fuori, oppure non ne faremo nulla? Forse si vuole traccheggiare per arrivare al 2025 senza alternative, così da chiedere una proroga alla chiusura della centrale a carbone per “motivi occupazionali” e far sì che quegli stessi operai, che hanno scioperato per abbandonare i fossili, siano strumentalizzati magari per qualche sbocco nefasto dissimulato tra i progetti non certo virtuosi del tutt’ora misterioso “piano Mattei”.

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Piccoli reattori controllati con l’intelligenza artificiale: l’ultima tendenza dell’energia

La Cop di Dubai – un nulla di fatto a fronte dell’emergenza climatica – è passata per uno scialbo appuntamento presso una parte prevalente dell’opinione pubblica e, per l’industria dei combustibili fossili, ha rappresentato il migliore degli esiti possibili. Di fatto, ha reso evidente che l’assetto istituzionale uscito dagli Accordi di Parigi del 2015 non è in grado di contrastare con efficacia il cambio climatico.

Più che limitarmi ad analizzare l’insuccesso della Cop sulla base del peggioramento della situazione mondiale dal 2015 ad oggi (secondo le ipotesi disponibili dell’Emission Gap Report 2023, al 2030 emetteremo gas climalteranti per un 70% in più di quelle coerenti con l’obiettivo di non superare un Global Warming di 1,5°C, con un risultato atteso di +2, 7°C), vorrei qui sottolineare quanto le condizioni di cooperazione globale stiano venendo meno e quanto aspro sia il contrasto effettivo tra l’idea di un Trattato internazionale di non proliferazione dei combustibili fossili e il quadro geopolitico che globalmente abbiamo sotto gli occhi.

Dobbiamo quindi ripartire dal basso, non dalle Cop dei petrolieri, tenendo conto che il tempo viene a mancare, soprattutto in tempi di guerre diffuse e di imponenti consumi di elettricità. Per farlo, partendo dai nostri comportamenti quotidiani, occorre innanzitutto allentare l’assillo della crescita, iscritto nel cuore di un capitalismo sempre più alterante le condizioni di giustizia tra gli umani e tra essi e la natura. Nel corso della storia dell’umanità, diverse sono le epoche nelle quali la struttura della realtà ha subito netti cambiamenti nelle menti umane e molti sono i segni che indicano che ciò stia avvenendo anche nella nostra epoca. La scienza e le nuove tecnologie hanno accesso a livelli di potenza e a ampiezza di simulazioni del tutto sconosciute fino al secolo scorso ed ormai giunte ad un punto molto critico di avanzamento.

Gli sconvolgimenti politici e le catastrofi di questi decenni indicano di per sé che il baricentro del pensiero umano e le sue fondamenta si stanno da tempo sensibilmente spostando, mentre invece il mainstream tende a convincerci della possibilità di affrontare questo passaggio costellato di tragedie e minacce, mantenendo tutto come prima, e, anzi, aggiungendo emergenza ad emergenza e ricorrendo a densità energetiche (il nucleare!) e sistemi di informazione e comunicazione (l’Intelligenza artificiale!) che escono dalla possibilità certa di controllo della coscienza umana e possono pregiudicare l’esercizio del libero arbitrio anche nelle società democratiche così come le abbiamo conosciute.

Sotto questo profilo pongo all’attenzione due peculiari tendenze nel dominio dell’energia che sono in atto dai tempi più recenti e che non sono sufficientemente sotto controllo dell’opinione pubblica: a) la rincorsa a sfruttare in tutti i possibili luoghi del Pianeta il gas non convenzionale e da scisto; b) la richiesta affannosa di piccoli reattori nucleari (SMR) sparsi per il territorio per alimentare i “cloud” per l’impiego dei dati e degli algoritmi per l’intelligenza artificiale (IA).

Per quanto esposto in a), è notizia di questa settimana (v. Worldwide Gas di scisto Market) l’erompere di richieste di concessioni in ogni parte del Pianeta per perforazioni assai dannose ambientalmente al fine di estrarre gas da sabbie bituminose, rocce, fondali marini. Uno studio, che coinvolge come operatori le più grandi imprese fossili, come Eqt Corporation, Exxonmobil, Southwestern Energy, Antero Resources Corporation, Coterra Energy, Chesapeake Energy, Chevron, Cnx Resources Corp, Range Resources, Conoco Phillips, Sinopec, Cnpc, indica le convenienze, regione per regione, in tutti i cinque continenti e, di conseguenza, un invito a perseverare in una direzione calamitosa.

Per quanto paventato in b), va ricordato che l’energia nucleare ha svolto un ruolo importante alla Cop 28, con 22 nazioni che si sono impegnate a triplicarne la potenza entro il 2050, con una particolare attenzione ai reattori di piccola taglia (SMR). Questi impianti minori (attorno ai 400 MW) pongono un inedito problema di sicurezza, perché occorrerebbe trasportare attraverso i numerosi territori che si appresterebbero ad accoglierli, elementi di combustibile altamente tossico, per poi gestirne le scorie distribuite in innumerevoli depositi e tenendo conto che l’uranio da impiegare in questi impianti richiederebbe un elevato arricchimento (U-235 fino al 20%), al limite inferiore di quanto avviene per l’allestimento di bombe nucleari. Rientra quindi in gioco e su vasta scala il connubio tra uso militare e civile dell’energia atomica, associato ad un’alta dispersione dell’inquinamento, paragonabile a quanto è accaduto per l’industria chimica, ma, questa volta, più letale e sottoposta a norme e criteri altrettanto pervasivi di controllo militare.

Il mercato che attrae gli SMR è quello dell’espansione dell’IA. Infatti, il suo funzionamento richiede una disseminazione di data center e cloud proprietari nei territori che ne impiegano gli algoritmi con un elevato consumo di elettricità sia per i chip più avanzati che per il raffreddamento delle memorie dati.

Microsoft, Google. Apple e Amazon stanno valutando nei loro laboratori di ricerca la possibilità di apprendimento automatico della IA nell’ottimizzazione, nel controllo e nel monitoraggio di SMR che alimentino i loro data center in continuazione, con i big data su cui risiedono il Cloud e la IA proprietari. Per avere un’idea delle dimensioni del problema, la sola rete Microsoft collega più di 60 regioni di dati, 200 data center, 190 punti di presenza e oltre 175.000 miglia di fibre terrestri e sottomarine in tutto il mondo, che si congiunge al resto di Internet. Va aggiunto che tre dei migliori operatori sono in Asia con oltre 500 data center sparsi in Cina, Giappone e altre nazioni asiatiche ed altri ancora sono dislocati in Africa e Oceania.

Ma che fine faranno le comunità energetiche rinnovabili, che trovano così tanti ostacoli anche burocratici nella loro realizzazione, quando ci dovessimo trovare di fronte – là dove viviamo e abitiamo – ad un nugolo di SMR proprietari, alimentati dalla fissione atomica, sparsi nelle regioni dove anche il lavoro umano viene sostituito da macchine “intelligenti”?

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Pessime le credenziali dell’Italia alla Cop28: opaco il contrasto alla crisi climatica

All’avvio della Cop 28 il governo italiano arriva con un bilancio opaco sul contrasto alla crisi climatica, con segnali di grande sofferenza già sopportata da lembi assai vasti del territorio nazionale e, nonostante tutto ciò, con la pretesa di non cambiare rotta rispetto ai piani energetici che languono quasi immutati da oltre un lustro sulle scrivanie dei ministeri e degli enti energetici nazionali.

Da parte della maggioranza attuale le novità più rilevanti si collocano, da un lato, nell’avvicinamento e la promiscuità con quegli interessi europei che vorrebbero rilanciare il nucleare per ritardare la rivoluzione delle rinnovabili e, dall’altro, nell’aperta contraddizione di ridare fiato al gas facendo dell’Italia l’hub europeo non solo del metano, ma addirittura della CO2, da sotterrare in pianura padana o in Adriatico, trasportata da condotte provenienti anche da fuori dei nostri confini.

Occorre notare che l’Italia, dopo aver aderito alla dichiarazione della Cop di Glasgow, impegnandosi a porre fine a nuovi finanziamenti pubblici internazionali per progetti di estrazione, trasporto e trasformazione di carbone, petrolio e gas entro il 31 dicembre 2022, ha disatteso l’impegno, finanziando solo nei primi sei mesi del 2023 progetti fossili con oltre 1,2 miliardi di dollari di sussidi pubblici. E per di più, come denunciato da ReCommon, le istituzioni di finanza pubblica italiane continuano a promuovere il finanziamento di ulteriori progetti fossili sia sul suolo nazionale che, in particolare, in Africa, dove il binomio Meloni-Descalzi ha insediato un improbabile “piano Mattei” per dissimulare la continuità delle forniture di gas ben oltre i vincoli posti dallo stesso Green New Deal Ue.

In uno spaesamento generale del Paese entriamo alla conferenza di Dubai con pessime credenziali, nonostante la popolazione e i privati spingano responsabilmente per una crescita dell’energia rinnovabile. Intanto, mentre si allungano le ombre sul funzionamento delle assisi internazionali, tra ritardi sui vincoli climatici, assenti eccellenti e conflitti di interesse, anche l’Ue abbandona un ruolo di ambiziosa avanguardia, nascondendo sotto lo scudo dell’idrogeno “futuro” l’accettazione temporanea dell’espansione del gas, tuttora in promozione e allestimento in buona parte del continente.

Il capitolo italiano REpowerEU del Pnrr proprio in questi giorni è sceso da 19 miliardi di euro della proposta iniziale a poco più di 11. Inoltre, sul fronte Pnrr, la revisione stilata da Roma definanzia misure per oltre 15 miliardi, tra cui 6 miliardi per l’efficienza energetica nei Comuni, assieme ai fondi per gli impianti Fer innovativi e per l’idrogeno nei settori “hard to abate”. La cosiddetta “revisione al ribasso dei sussidi dannosi per l’ambiente” verrà immediatamente compensata da un sussidio per i costi di allacciamento alla rete del gas del biometano, con grande soddisfazione della Coldiretti.

Le grandi centrali a carbone di Brindisi e Civitavecchia verranno chiuse entro il 2025 – e questo è bene – ma nel contempo sulla costa tirrenica va a rilento l’intero piano complessivo per l’eolico off-shore di Civitavecchia, per cui ad oggi non sono previsti finanziamenti per l’allestimento delle strutture portuali adatte a farne l’hub per l’eolico nel Mediterraneo. E nemmeno è alle viste una adeguata azione di politica industriale per lanciare sul territorio laziale un complesso manifatturiero che sopperisca all’importazione di apparecchiature tanto innovative come le pale eoliche galleggianti.

Nondimeno, un complesso di istituti di ricerca e formazione dovrebbe fornire garanze di buona e duratura occupazione ad una popolazione che ha avuto il merito di lottare per la trasformazione energetica in una città che da oltre 70 anni sacrifica salute e fruibilità del territorio alla produzione di energia da olio minerale e carbone.

Tutti gli attori in campo (Enel compresa, anche se il suo piano industriale esce ridimensionato sulle rinnovabili nel passaggio da Storace a Cattaneo alla testa del gruppo) devono sentire come una conquista faticosa ma esaltante la transizione dal fossile all’energia pulita; lo stesso Ministero per le Imprese e il Made in Italy dovrebbe svolgere un ruolo propulsivo in tal senso, rendendo sinergico il coinvolgimento delle istituzioni accanto alle forze sociali vive che hanno partecipato dal basso ad aprire una strada nuova per minimizzare l’impatto ambientale e sociale e massimizzare le opportunità che devono essere colte oggi e non domani.

Quel che vale per Civitavecchia andrebbe consapevolmente esteso a tutto il Paese.

La presidente Meloni partecipa alla Cop 28 con un mandato della sua maggioranza (non del Parlamento!) in cui spicca l’assenza di un chiaro impegno su come accelerare la diffusione delle energie pulite e l’assenza di tempistiche per destinare lo 0,7% del Pil in aiuti allo sviluppo, di cui il 50% alla lotta al cambiamento climatico. Si cita “un percorso nazionale di graduale riduzione ed eliminazione dei sussidi alle fonti fossili”, da realizzare però “secondo modalità compatibili con lo sviluppo economico e sociale del Paese”.

Se si pensa poi che l’esecutivo dovrà anche incentivare le sperimentazioni “volte all’abbattimento delle emissioni e allo stoccaggio a lungo termine dell’anidride carbonica”, in modo da garantire lo sviluppo della filiera del sequestro di anidride carbonica, allora sarebbe bene che non solo gli ambientalisti, ma quanti hanno a cuore il futuro delle nuove generazioni smettano di accontentarsi di rincorrere la notizia del giorno che sposta quella del giorno precedente, per seguire più da vicino un processo partecipativo e di lotta per un mondo senza guerre, senza ordigni nucleari, che contrasti efficacemente il cambio climatico e si mantenga in armonia con la natura e il resto del vivente.

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Fukushima, bombe, transizione ecologica: l’Italia rimane vittima di un governo incompetente

di Mario Agostinelli e Alfiero Grandi

Una notizia gravissima per l’ambiente, già sotto stress per la crisi climatica, come l’inizio del versamento nell’Oceano Pacifico delle acque inquinate dalla radioattività della centrale nucleare di Fukushima sta passando senza suscitare purtroppo le reazioni che merita.

L’incidente nucleare di Fukushima in Giappone non solo ha confermato la pericolosità delle centrali nucleari civili in quanto tali, perché sottoposte a pericoli di varia natura nel loro funzionamento, ma anche la possibilità di eventi naturali eccezionali come fu il terremoto e poi lo tsunami che ne seguì. Dopo 12 anni non solo il Giappone ha ripreso la produzione di energia attraverso il nucleare “dimenticando” vittime e un territorio enorme inquinato, ma ha scelto di gettare in mare una grande quantità di acqua inquinata da radioattività, finora custodita in grandi contenitori in territorio giapponese, scaricando su tutta la popolazione mondiale le conseguenze dell’incidente, incurante delle proteste e sicuro che la potente lobby del nucleare appoggerà questa scelta sciagurata, perché altrimenti dovrebbe ammettere i pericoli che gravano su tutta la popolazione mondiale.

Erano possibili altre scelte, senza mettere a rischio le acque dell’oceano Pacifico, con l’obiettivo di gestire in sicurezza le conseguenze dell’incidente nucleare.

Il governo italiano, come purtroppo tanti altri, nel sostanziale silenzio dell’Europa non ha preso alcuna iniziativa. Non risulta che l’ineffabile riunione del G7 abbia discusso l’argomento per dissuadere il Giappone dal fare una scelta pericolosa, le cui conseguenze possono essere devastanti, ad esempio minacciando di bloccare l’acquisto di pesce pescato dal Giappone e in particolare mettendo sotto sorveglianza quello proveniente dal Pacifico, per evitare almeno il sushi inquinato dal nucleare.

Un conto sono eventi naturali che non si è in grado di contrastare, altro sono scelte fatte a freddo che mettono a rischio una parte del mondo e forse non solo quella, visto che come sappiamo le trasmigrazioni di pesci (basta pensare al granchio blu) e di piante è all’ordine del giorno. Le relazioni sempre più strette e frequenti portano a situazioni sconosciute, se poi l’inquinamento radioattivo viene diffuso nelle acque le conseguenze potrebbero essere pesanti e diffuse.

Non solo il governo italiano non si è occupato di un avvenimento di prima grandezza come questo: non ha neanche trovato modo di dissentire dalle bombe all’uranio impoverito che la Gran Bretagna ha deciso unilateralmente di inviare in Ucraina, come se non ci fossero già stati migliaia di militari che li hanno usati, oltre che tanti civili, ammalati di cancro, anche italiani. Si poteva almeno ripetere il dissenso della presidente del Consiglio manifestato sull’invio delle bombe a grappolo inviate dagli Usa in Ucraina (vietate dalla convenzione internazionale) anche sulle bombe a uranio impoverito, invece silenzio di tomba.

Del resto questo governo si caratterizza per avere un ministro dell’Ambiente del tutto incapace e comunque senza peso politico. L’Italia dovrebbe puntare senza ritardi sulla scelta delle energie rinnovabili che darebbero un risultato di autentica autonomia nazionale dalle fonti fossili, invece il peso degli interessi legati ai combustibili fossili è sempre più forte e gli investimenti sulle energie rinnovabili, proprio perché dipendono da fonti naturali, sono in grave ritardo, come dimostrano i dati degli ultimi anni. In particolare non si capisce quale sia il coordinamento tra i ministri dello Sviluppo e quello dell’Ambiente che dovrebbero insieme costruire una strategia sull’auto del futuro, più in generale sulla mobilità, e su questa base cercare intese con le aziende e i sindacati sulle condizioni da realizzare per garantire una transizione ecologica accelerata, mentre ogni occasione è buona per cercare di ritardare, di rinviare, facendo rimanere l’Italia isolata dai paesi più avanzati in Europa.

L’unica novità è che il ministro Pichetto Fratin, immemore di ben due referendum popolari che hanno bocciato a larga maggioranza il nucleare civile, continua a chiacchierare di una nuova generazione di centrali che oggi non solo non esistono ma sono sostanzialmente simili a quelle esistenti, pericolose e inquinanti e per di più costosissime, di fronte a una penuria di uranio per farle funzionare.

Di questo passo il nostro paese rimarrà fuori dalle scelte più avanzate, non investirà sui settori del futuro e sull’innovazione del lavoro e rimarrà vittima di un governo che pensa di cavarsela sfruttando le maggiori entrate da inflazione senza capire che diventeranno presto maggiori spese e porteranno a una ulteriore divaricazione sociale tra redditi alti e redditi bassi. Ci mancherebbe solo che questo impasto di arretratezza e incompetenza italiana dopo le elezioni diventasse il modello per l’Europa.

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La transizione ecologica va fuori strada: subdole manovre di greenwashing lo dimostrano

In una puntuale riflessione apparsa su La bottega del barbieri di martedì 27 giugno sotto il titolo Una polemica disordinata, Giorgio Ferrari solleva una critica rivolta all’Ipcc e a molti ambientalisti per aver rappresentato la battaglia contro il cambiamento climatico come una mera surroga dei combustibili fossili con fonti di energia rinnovabile. In effetti, il confronto pubblico si è spesso fissato su questa semplificazione, ma, credo, più per colpa dei conservatori, ostinati ad associare ogni manifestazione vitale e di progresso alla potenza e all’efficienza di macchine e impianti alimentati da combustioni o addirittura reazioni nucleari, piuttosto che ispirate al criterio di sufficienza, caratteristico dei processi naturali sostenuti dall’irraggiamento solare. Un criterio che si indirizza a tempi più lenti e cicli meno dissipativi, compatibili con la conservazione della biosfera e associati a scorie frequentemente riciclabili.

Forse in nome di uno sviluppo e di una crescita che ormai fanno parte dell’archeologia della storia, la conversione ecologica richiesta dal brusco mutamento del clima non entra affatto nel lessico di governanti, ministri, esperti e dirigenti di vario calibro, che trattano le soluzioni all’emergenza come una questione da libro dei sogni. L’osservazione di Giorgio Ferrari tocca opportunamente il rischio di un probabile insuccesso nella lotta complessa contro il riscaldamento, dato che, non ponendosi nei confronti del capitalismo su uno spettro più ampio di quello delle tecnologie, non si esplicita molto oltre la rivendicazione di un’economia circolare e la ripartizione delle quote tra le fonti. Si arrischia così di oscurare quanto l’estrattivismo, che le rinnovabili portano con sé, finisca nel proseguire a sfruttare l’Africa e i paesi più poveri come una colonia per produrre elettricità e idrogeno da importare in casa propria.

Tuttavia, anche se la critica di adagiarsi su un orizzonte limitato alla sola questione energetica, intesa come la mera sostituzione delle fonti fossili, è un ammonimento di cui tener conto – ed è benevolmente rivolta anche a me – provo a mettere in conto come contrastare gli interessi intercapitalistici che tenderebbero a coprire con subdole manovre di “greenwashing” una rapida e salvifica uscita dall’Antropocene.

Parto proprio dalla necessità di cambiare rapporti e stili di vita in sintonia con la affermazione (imposizione?) di nuove tecnologie, che devono subire un’accelerazione in sintonia con una crescita di partecipazione, informazione e formazione che coinvolga in modo specifico un rapporto continuativo tra scuola, ricerca e lavoro. Nel caso dell’energia, trovo che non sia tanto una questione di cifre, quote o obbiettivi soltanto, ma di discontinuità con un sistema che ha il suo perno nella potenza e nell’efficienza anziché nella sufficienza.

Non si può allora restare indifferenti di fronte alla scelta del governo Meloni di riaprire il dossier nucleare, mentre lancia un “Piano Mattei” perché l’Italia diventi lo snodo del gas dal Mediterraneo all’Europa e la cloaca – dalla pianura padana alle dorsali appenniniche fino alla Basilicata – della CO2 sequestrata nelle caverne svuotate dal metano Eni e nutrite con condotte di gas climalterante provenienti dalle combustioni di metano da tutta Europa.

Parrebbe incredibile che, proprio mentre si registra al 3 luglio il giorno più caldo sulla Terra mai censito dall’uomo, un governo che ha preso in giro gli stakeholders sull’aggiornamento del nuovo Pniec con una finta consultazione, si pronunci con le sue più alte autorità per infrangere e sbeffeggiare le ultime raccomandazioni che proprio l’Ipcc ha consegnato ai governi, alle banche, alle imprese.

Dopo l’inserimento nella tassonomia “verde” di nucleare e gas, le incertezze della Commissione Europea rispetto agli stessi obbiettivi del Green Deal si sono rivelate convinzioni nella decisione di estendere la produzione di idrogeno al nucleare. Non deve stupire che entrambe le aperture siano state prese a cuore dal governo Meloni, che nel Piano Energia e Clima “sottoposto a consultazione” e inviato pochi giorni fa a Bruxelles, ha chiarito le vere intenzioni dei suoi ministri ispirati da Big Oil.

Lunedì 19 giugno 2023, l’Organizzazione Mondiale di Meteorologia (Omm), organismo Onu, e il Servizio sul Cambiamento Climatico Copernicus (C3s), della Unione Europea, hanno confermato che la temperatura media dell’Europa aumenta due volte più velocemente della media mondiale a causa della crisi climatica. Nel 2022 l’estate è stata la più calda mai osservata, con una deviazione di +0,79 °C dalla norma 1991-2020.

A giudicare della eco trovata sui media, per l’Italia si tratta di un’altra non notizia.

Ormai si comincia a dire all’opinione pubblica che gli effetti della mitigazione non saranno in grado di impedire ulteriori peggioramenti del clima, per cui la priorità passerà all’adattamento, traccheggiando quanto più possibile con il gas e il Ccs e mettendo sullo sfondo un nucleare inesistente e, magari, facendo l’occhiolino alla geoingegneria, come avviene per le improbabili nuvole di gesso, zolfo e acqua, suggerite da Bill Gates per riflettere nello spazio parte dei raggi del sole, limitando il riscaldamento globale.

Intanto, Pichetto Fratin promette un “cambiamento il più possibile rapido del mix energetico, con una transizione energetica realistica e non velleitaria”: ovvero un hub del gas e tante rinnovabili con un vasto programma di idrogeno verde, che – ove mai esisterà – potrebbe muoversi nelle stesse infrastrutture del gas, tipo la dorsale adriatica in via di appalto. Tutto e il suo contrario. “Certo, aggiunge, su questo siamo un po’ in ritardo per via delle ‘difficoltà autorizzative’”.

C’è poi un solido ottimismo sul nucleare, che “non emette climalteranti”. A tal proposito basta analizzare l’esposizione di Sergio Zabot dove si scopre che le quantità di CO2 emessa nell’intero ciclo di vita dell’uranio è comparabile con quella emessa da un equivalente ciclo combinato alimentato a gas naturale. Vero è che il pianeta Terra ha la febbre: ma la transizione energetica sta andando fuori strada. “Al momento non solo è a rischio l’obiettivo di contenere la temperatura entro il grado e mezzo rispetto ai livelli preindustriali, ma anche i due gradi sono a rischio”, ha messo in guardia il direttore generale di Irena, Francesco La Camera, secondo il quale l’aumento di 1,5 gradi potrebbe esser raggiunto già in un paio di anni!

Ma, sempre secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters, il taglio delle emissioni previsto dal piano nazionale nei settori dei trasporti, dei servizi, dell’agricoltura e delle industrie a basso consumo energetico sarebbe del 35-37% rispetto al target del 43,7% fissato dalla Ue. Parrà strano, ma la viceministra dell’Ambiente Vannia Gava ha confermato l’approccio prudente del governo. “Basta con i libri dei sogni, serve concretezza, vogliamo arrivare a net zero nel 2050 ma dobbiamo farlo con le tecnologie disponibili, in modo graduale”. La stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha indicato, lunedì 3 parlando agli industriali, che “La transizione va fatta con criterio, non possiamo smantellare la nostra economia per inseguirla”, confermando le resistenze del governo italiano a livello Ue su temi come l’auto elettrica o l’efficientamento energetico degli edifici.

Se queste sono le idee, i contrasti e le emergenze in campo, si capisce come il 2022 sia stato l’anno in cui si è registrata una spinta record sulle rinnovabili, ma anche quello con i più alti livelli di sussidi ai combustibili fossili di sempre. La partita per una transizione ecologica è ineludibile, ma tutta da giocare: le destre in Europa hanno deciso di farlo su un fronte prettamente sociale, prima che tecnologico…

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