Stop ai combustibili fossili: l’importanza di essere stati a Santa Marta (Colombia)

di Mario Agostinelli e Domenico Vito

Mentre gli occhi di tutti il mondo sono abbagliati dai vascelli in fiamme e dalle azioni piratesche dello Stretto di Hormutz, sempre più segno della decadenza e dell’insicurezza dell’economia del petrolio, in un altro mare dove i pirati scorrazzavano in altri tempi, si è tenuta – nell’indifferenza non lungimirante dell’attenzione internazionale – una conferenza la cui importanza sarà colta solo fra qualche anno. A Santa Marta, città colombiana affacciata sui Caraibi dal 25 al 28 maggio si è tenuta la prima conferenza internazionale sull’uscita dai combustibili fossili. Ne diamo una prima valutazione, rispettivamente dall’Italia come spettatore e da oltreoceano come partecipante.

La conferenza presieduta da Colombia e Paesi Bassi ha radunato 57 Paesi, con esperti, diverse organizzazioni e realtà della società civile che si sono incontrati per discutere concretamente e ponderatamente di come uscire dalla dipendenza dai combustibili fossili per un approvvigionamento energetico a livello mondiale compatibile con l’emergenza climatica. Mai momento è sembrato più propizio: i conflitti in Medio Oriente, l’aumento globale del prezzo dell’energia, i ricatti legati a gas e petrolio, evidenziano come il futuro del Pianeta passi per l’abbandono dei fossili.

Diversi paesi partecipanti, tra cui l’ospitante Colombia, la Spagna ma anche Regno Unito e Olanda hanno ribadito come l’economia del petrolio, del gas e del carbone non sia più in grado di dare stabilità al progresso, al benessere e alla sicurezza delle civiltà che si basano sulla loro estrazione e consumo. In questo senso la conferenza di Santa Marta ha rappresentato un primo passo di risveglio, da più parti auspicato ma mai realmente intrapreso a livello delle istituzioni mondiali.

La conferenza ha visto alternarsi diversi momenti finalizzati a rendere protagoniste le diverse categorie di attori coinvolte nel processo che si va delineando. Il primo giorno si sono tenuti gli incontri interministeriali, per poi procedere il giorno 25 aprile con il capitolo accademico che ha coinvolto più di 400 esperti di tutto il mondo e che ha dato vita al lancio di un nuovo gruppo di accademici e scienziati che si prefigge di fornire un supporto esperto alle nazioni che desiderano creare piani concreti di transizione verso l’abbandono dei combustibili fossili.

Domenica 26 aprile è stata invece la giornata del People Pre-Summit organizzato dalle reti Climate Action Network e Fossil Fuel Treaty e dell’assemblea globale delle rappresentanze sindacali, che si sono svolte all’Università della Magdalena e hanno visto il vibrante alternarsi di laboratori, incontri tematici, talleurs insieme a stand e banchetti che hanno dimostrato quanto ricco e vivo è l’ecosistema dell’attivismo climatico, ambientale e di genere in Sud America. Sia il Capitolo Accademico, che il People Pre-Summit e l’assemblea delle rappresentanze sindacali hanno prodotto documenti, rispettivamente la People’s Declaration ed il documento di posizionamento politico sindacale “Transitione giusta e democrazia energetica”. Entrambi costituiscono una road map partecipata di uscita dal fossile con soluzioni e proposte dalle organizzazioni.

Questi documenti sono stati poi recepiti nell’ultima parte della conferenza di Santa Marta, il cosiddetto segmento di Alto livello, dove tutti i ministri dei paesi aderenti si sono riuniti e hanno dato avvio al loro percorso di pianificazioni di uscita dal fossile. Per l’Italia era presente il delegato speciale per il clima, Francesco Corvaro, che nel suo intervento ha ribadito la necessità di diversi e nuovi spazi dove ravvivare il multilateralismo, con altresì la necessità di coinvolgere in questi spazi anche i big player della scena globale.

I giorni della conferenza di Santa Marta hanno saputo trasmettere grande energia ed entusiasmo sia nei movimenti che nei rappresentanti governativi più attivamente presenti. Un impeto vero e proprio che sarà fondamentale per far sì che il multilateralismo sopravviva e diventi realmente efficace.

“Finalmente una conferenza per il clima che funziona” – hanno commentato con malcelata ironia alcuni osservatori. Sebbene questo processo non sia all’interno della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) e non voglia essere dichiaratamente competitivo con lo svolgimento dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), esso sarà di grande beneficio ai processi ufficiali che seguiranno Santa Marta. In una situazione in cui la governance globale è fortemente compromessa, aver trovato un “luogo dall’altra parte del mondo” dove poter immaginare e dimostrare che un futuro senza fossile si può fare e pianificare senza dover pensare a resistenze polarizzanti e inevitabili tensioni geopolitiche nonché influenze lobbistiche produce una boccata di aria fresca rigenerante per tutto il movimento ambientalista.

Il prossimo appuntamento sarà nell’Isola di Tuvalu, d’intesa con la repubblica d’Irlanda, in quello che potrebbe essere il processo “staminale” della svolta sulle negoziazioni internazionali per il clima.

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L’Italia parteciperà o no alla conferenza sulla transizione in Colombia? Dal governo mosse contraddittorie

di Mario Agostinelli e Domenico Vito

Nel silenzio climatico generato dal frastuono dei conflitti e dal caos geopolitico globale, sotto l’indifferenza di un mondo ormai assuefatto ad un manipolo di despoti, ma nell’attenzione di molti della società civile si terrà nella città colombiana di Santa Marta, dal 24 al 29 aprile 2026, la prima Conferenza internazionale dedicata alla transizione dai combustibili fossili. Ufficialmente promossa da Colombia e Paesi Bassi, l’iniziativa si propone come uno spazio di dialogo e cooperazione tra Stati, governi locali e altri stakeholder che riconoscono l’urgenza di abbandonare progressivamente le fonti fossili. L’obiettivo è promuovere una transizione giusta, ordinata ed equa, in linea con gli obiettivi climatici globali e le migliori evidenze scientifiche disponibili.

Sebbene questa non sia ufficialmente una conferenza in seno alla Convenzione Quadro sui cambiamenti climatici, essa rappresenta un momento fondamentale per il multilateralismo climatico, proposto dall’Accordo di Parigi. La conferenza nasce infatti nelle stanze della scorsa COP30 in Brasile dall’insoddisfazione di molti paesi, tra cui in testa i paesi promotori dell’evento, che non hanno visto inserita nella decisione finale (il cosiddetto “global mutirão”) la richiesta di una pianificazione nazionale da parte degli stati firmatari dell’accordo sul clima, dell’uscita dai combustibili fossili al 2050. La proposta di tale pianificazione che discende dalle decisioni della COP28 a Dubai in cui fu dichiarata un’uscita dalle fonti fossili al 2050 – il cosiddetto e dibattuto transitioning away -, ha suscitato grande entusiasmo nella prima settimana delle scorse negoziazioni climatiche, ma incontrò grandi resistenze da alcuni paesi tra cui Italia e Polonia che ne determinarono la cancellazione dal Global Mutirão.

Ed è proprio su questo posizionamento, espresso dall’Italia all’ultima COP in sede internazionale e sulla partecipazione alla conferenza di Santa Marta che una vasta rete di organizzazioni della società civile italiana ha deciso di attivarsi per sostenere questo appuntamento cruciale per il futuro climatico globale e per chiedere al governo delucidazioni in merito alla strategia che intende attuare in merito alla road map globale per il phase-out da carbone, petrolio e gas. Organizzazioni ecologiste, movimenti e sindacati hanno difatti lanciato un appello a deputati, senatori ed europarlamentari italiani mentre si mobilitano a sostegno della Conferenza internazionale di aprile in Colombia.

Nell’Appello, le organizzazioni firmatarie – A Sud, CGIL, Ecora, Extinction Rebellion Italia, Fridays for Future Italia, Greenpeace Italia, Legambiente, Osservatorio Parigi, Per il clima fuori dal fossile, VAS – Verdi Ambiente e Società, WWF Italia – denunciano l’insufficienza delle politiche climatiche attuali, sia a livello globale che europeo e nazionale. In Italia, sottolineano una distanza sempre più evidente tra gli impegni internazionali e le scelte politiche concrete. A rendere questa contraddizione ancora più evidente è il fatto che secondo comunicazioni ufficiali della presidenza colombiana, il governo italiano avrebbe confermato la partecipazione alla Conferenza di Santa Marta. Una notizia che, tuttavia, non trova riscontro né sui canali ufficiali dei ministeri competenti né nel dibattito pubblico nazionale, alimentando interrogativi sulla reale posizione che l’Italia intende assumere a livello internazionale.

Le politiche energetiche del governo, poi, appaiono contraddire gli impegni assunti in sede internazionale. L’Italia ha infatti recentemente rinviato il phase-out dal carbone dal 2025 al 2038, posticipando di tredici anni rispetto agli obiettivi precedentemente fissati, riaprendo la possibilità di utilizzo del combustibile più inquinante e motivando la decisione con esigenze di sicurezza energetica. Allo stesso tempo, il governo italiano ha sostenuto a livello europeo la necessità di allentare o sospendere il sistema ETS (Emission Trading System), uno degli strumenti chiave della politica climatica europea, indicando chiaramente una direzione orientata alla riduzione dei vincoli ambientali piuttosto che al loro rafforzamento. Tutte azioni che continuano a essere fortemente orientate al mantenimento e al prolungamento della dipendenza dalle fonti fossili.

Quello di Santa Marta invece rappresenta un appuntamento cruciale, nato dal desiderio degli Stati più ambiziosi per dotare la comunità internazionale di uno strumento capace di governare il phase-out dei combustibili fossili e costruire un futuro sicuro e sostenibile. L’iniziativa è collegata alla Fossil Fuel Treaty Initiative, un’alleanza tra Stati e società civile che promuove l’adozione di un trattato internazionale giuridicamente vincolante per la progressiva eliminazione di carbone, petrolio e gas. L’obiettivo è dotare la comunità internazionale di uno strumento capace di governare il phase-out dei combustibili fossili e costruire un futuro sicuro e sostenibile, che oltretutto vede oggi più che mai l’economia fossile generare forte instabilità geopolitica.

In definitiva quindi la conferenza di Santa Marta rappresenta un passaggio cruciale “al di fuori” dell’Accordo di Parigi e dall’UNFCCC, che tuttavia vuole trovarne i principi fondanti e agire concretamente in uno spazio franco al fine di raggiungere l’obiettivo cardine di mantenere il riscaldamento globale entro 1,5°C. Ma l’Italia cosa farà realmente?

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Così la legge delega del governo sul nucleare spinge la deregulation nell’autorizzazione di nuove centrali

di Mario Agostinelli e Giorgio Ferrari

La Convenzione sulla sicurezza nucleare (Cns) stabilita in ambito Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica), obbliga gli stati membri ad adottare un quadro legislativo e normativo in materia di sicurezza nucleare che deve riguardare anche la progettazione, la localizzazione, la costruzione, la messa in servizio e l’esercizio di nuove centrali nucleari.

In Italia questo complesso di norme e regolamenti riguardanti eventuali nuove centrali nucleari risulta del tutto inadeguato, dato che la normativa esistente (le Guide Tecniche dell’Enea-Disp) risalgono a prima dell’entrata in vigore della Cns e le attuali competenze dell’Isin non sono in grado di assolvere pienamente a questo compito, come riconosce la stessa Isin nel suo “Decimo rapporto sulla Convenzione per la sicurezza nucleare” pubblicato nel 2025.

La legge delega 2669 del governo Meloni tenta di aggirare questo ostacolo con un pericoloso escamotage che consiste nello stabilire “corsie preferenziali” all’autorizzazione in Italia di nuove centrali nucleari, se queste sono dello stesso tipo di quelle approvate dalle autorità di sicurezza di altri stati. Si tratta di una tendenziale deregulation nelle procedure di licencing (autorizzazione) che ha preso piede a livello internazionale a partire dagli Stati Uniti.

Già sotto la prima presidenza Trump, con voto unanime del Congresso Usa, furono varate le nuove linee guida per il rilancio del nucleare americano, le quali hanno trovato concreta applicazione nel 2025 con l’emanazione di tre ordini esecutivi del presidente Trump. Questi ordini mirano a ristrutturare l’intero settore nucleare, investendo il Dipartimento dell’energia (Doe), il Dipartimento della Difesa (Dod), l’Epa (ente di protezione ambientale) e soprattutto la Nrc (l’agenzia per la sicurezza nucleare).

Il Doe deve sviluppare al massimo “i reattori di prova qualificati”. Per reattore di prova qualificato si intende un reattore avanzato che soddisfa i criteri stabiliti dal Dipartimento, sufficienti a dimostrare che, dal punto di vista dello sviluppo tecnico e del supporto finanziario, il reattore può essere operativo entro due anni dalla data di presentazione di una domanda di esercizio. Il Doe, quindi, dovrà rivedere tutte le norme in materia di prescrizioni ambientali con l’obiettivo di accelerare e semplificare l’iter autorizzativo. Ma l’aspetto più preoccupante riguarda la Nrc a cui, senza mezzi termini, viene rimproverato di aver ostacolato la realizzazione di nuovi impianti nucleari applicando una eccessiva rigidità dei criteri di sicurezza che avrebbe scoraggiato gli investitori. La Nrc, dice Trump, deve promuovere l’energia nucleare, non ostacolarla: di qui una serie di indirizzi che minano nelle fondamenta gli standard di sicurezza finora applicati.

Le nuove autorizzazioni (cioè il licencing), che riguardino reattori sperimentali o di tecnologia consolidata, devono avere una prassi semplificata e accelerata. Semplificata riguardo alle prescrizioni e/o vincoli di natura ambientale che sono di competenza dell’Epa, accelerata perché si impone alla Nrc di rilasciare la licenza di esercizio entro 18 mesi dalla presentazione della domanda (precedentemente non esisteva vincolo temporale) e di 12 mesi nel caso di rinnovo della licenza richiesto dall’esercente. Inoltre, la Nrc dovrà adottare limiti di radiazioni diversi dagli attuali, riconsiderando la dipendenza dal modello lineare di no-threshold per l’esposizione alle radiazioni e da quello Alara (As Low As Reasonably Achievable, cioè quanto più basso ragionevolmente raggiungibile), considerati troppo restrittivi.

Lo scopo di questa imponente ristrutturazione è quello di ripristinare il primato mondiale degli Usa nella tecnologia nucleare attraverso una politica aggressiva che sul piano interno prevede di passare dagli attuali 100 Gw di potenza nucleare installata a 400 GW entro il 2050, mentre sul piano internazionale si punta ad esportare la tecnologia nucleare statunitense incentivando le società nucleari americane a diventare partner privilegiati nelle scelte nucleari dei paesi alleati – come l’Italia – degli Stati Uniti.

Questi aspetti trovano un preciso riscontro nel disegno di legge delega del governo Meloni e precisamente al paragrafo l dell’Art. 3, dove è scritto: “previsione di specifici regimi amministrativi per il riconoscimento di titoli abilitativi già rilasciati dalle competenti autorità di uno Stato membro dell’Agenzia per l’energia nucleare (Nea) dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico o di uno Stato con il quale sono stati stipulati accordi bilaterali di cooperazione tecnologica e industriale nel settore nucleare e ferme restando le competenze dell’Autorità di cui alla lettera dd)”. In pratica qualora un progetto di reattore venga licenziato in un paese membro della Nea (Agenzia per l’energia nucleare) di cui fanno parte sia Italia che gli Stati Uniti, questo progetto potrebbe beneficiare in Italia di un iter autorizzativo semplificato.

Tenuto conto che la Nea (a differenza della Aiea) è un organismo politico creato in sede Ocse dai governi che vi aderiscono, si comprende come la legge delega del governo Meloni contenga in sé i presupposti per una deregolamentazione delle procedure e degli standard di sicurezza da applicare alle future centrali nucleari previste dalla legge delega 2669, le quali, peraltro, essendo soggette ad autorizzazione unica in quanto opere di pubblica utilità, già godono di un iter autorizzativo semplificato. Una ragione in più per contrastare un ritorno del nucleare nel nostro Paese, che sarebbe affidato oltre ogni prudenza alle dipendenze di Meloni da Trump e dalla sua inusitata e perversa smania di deregolamentazione.

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Sulle bollette il governo non risolve ma redistribuisce. Un altro incentivo al gas

Abbiamo già rilevato in precedenti post come il disegno di legge sul cosiddetto “nucleare sostenibile” pretendesse di considerare il ritorno dell’atomo come complementare e necessario all’affermarsi delle rinnovabili. Anche il “Decreto Bollette” approvato il 18 febbraio 2026 dal Consiglio dei Ministri viene ora presentato come uno strumento per ridurre i costi per i cittadini e favorire la transizione energetica verso sole, vento ed acqua. Un’analisi del suo impianto, però, mostra un indirizzo ben diverso: il provvedimento incentiva l’uso del gas nel mix elettrico minando l’espansione delle FER e, nel complesso, il quadro normativo tende a rafforzare le tecnologie fossili nella fase di prezzo, con effetti negativi su bollette, investimenti per energie pulite e decarbonizzazione.

Il cuore del tema del decreto è l’articolo 6 che, dal 1° gennaio 2027, introduce rimborsi ai produttori termoelettrici per gli oneri di trasporto del metano verso gli impianti di combustione e prevede per le centrali turbogas la compensazione degli oneri ETS, previa autorizzazione europea in materia di aiuti di Stato. Poiché il prezzo all’ingrosso dell’elettricità è spesso determinato dagli impianti a gas nelle ore in cui fissano il prezzo marginale, la sterilizzazione parziale di costi variabili come trasporto e crediti di emissione di CO2 riduce il loro costo di offerta e abbassa i prezzi in quelle fasce orarie. Ne deriva un beneficio immediato per il prezzo spot, ma anche una maggiore competitività del gas a scapito delle rinnovabili e della flessibilità di sistema senza effetti complessivi, ma solo una redistribuzione – come vedremo avanti – dei costi dell’energia che finiscono sugli utenti finali in bolletta.

L’effetto è duplice. Nel breve periodo, il gas aumenta il proprio ruolo nel dispacciamento, prolungando l’operatività della filiera GNL–rigassificatori–turbogas e comprimendo le rendite inframarginali delle tecnologie non emissive e dello storage, che vivono di differenziali di prezzo tra ore. Al contempo, il segnale economico della penalizzazione sulla CO2 emessa, che a livello Ue resta invariato, verrebbe attenuato per gli operatori italiani del settore del gas, riducendo l’incentivo a sostituire o decarbonizzare tali impianti. Il rischio è un “sequestro” tecnologico: il gas permane come riferimento per più anni, rallentando la velocità di penetrazione delle FER.

Il costo della misura non scompare: viene redistribuito. I rimborsi ai termoelettrici sarebbero coperti tramite nuove componenti in bolletta sui prelievi elettrici, con maggiori oneri per famiglie e PMI. In assenza di interventi strutturali, si ottiene quindi una riduzione selettiva e temporanea dei prezzi in alcune ore, controbilanciata da un aumento di voci tariffarie in capo ai consumatori finali. Si scambiano sconti immediati con oneri differiti, senza incidere sul costo complessivo del sistema.

La tesi di fondo del decreto è chiara: non si riduce il costo dell’energia, lo si ripartisce in modo diverso tra categorie, vettori e tempi. Le scelte davvero risolutive restano rinviate: riforma degli oneri generali, razionalizzazione delle rendite, potenziamento del bonus sociale in chiave mirata, investimenti su reti e interconnessioni, accelerazione efficace delle FER e dell’efficienza energetica. Solo queste leve possono abbassare in modo duraturo la bolletta media, insieme a segnali di prezzo coerenti per lo storage e la gestione della domanda.

Sul piano degli investimenti, il nuovo assetto rischia davvero di scoraggiare iniziative in rinnovabili e flessibilità, spingendo gli operatori verso regimi più regolati e garantiti, con potenziale aumento del costo sociale. L’esito effettivo per quanto riguarda la compensazione degli oneri ETS dipenderà però da due variabili decisive: le decisioni europee sugli aiuti di Stato – tutt’altro che scontate – e i dettagli attuativi di ARERA (l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente), inclusi definizioni, monitoraggio delle offerte, tetti e obbiettivi dei rimborsi.

In conclusione, il decreto privilegia un pragmatismo di breve periodo che evita nuovo debito e potenziali contenziosi, ma scambia tempo con trasparenza e sposta costi nel tempo e tra soggetti. Senza una cura strutturale il sistema non diventa meno costoso: cambia solo chi paga, quando e come. Finché non si taglia la spesa parafiscale in bolletta e non si raddrizzano gli incentivi di mercato e di rete, la bolletta media pagherà redistribuzioni complesse più che una vera riduzione del costo dell’energia. Se il gas resta il vero protagonista su cui fondare le proprie scelte, il governo sembra alimentare una logica che ostinatamente ritarda la rivoluzione delle rinnovabili. Del resto, le richieste di un incremento degli acquisti di gas americano, che Donald Trump aveva strappato a Meloni nell’incontro di Washington dell’aprile 2025.

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Il governo punta a un nucleare complementare alle rinnovabili. Peccato sia già stato bocciato

Nel ddl 2669 del governo sul nucleare “sostenibile” in discussione alla Camera dei Deputati in questi giorni, una delle ragioni a sostegno del ritorno dell’atomo in Italia dopo due referendum abrogativi viene individuata nella presunta necessità di fornire il supporto di centrali nucleari come carico di base (baseload) a sistemi avanzati di fonti rinnovabili variabili (VRE), dove per VRE si intendono le reti solari ed eoliche su larga scala integrate negli anni a venire con batterie e pompaggi.

L’uso combinato delle due tecnologie – rinnovabili e nucleare – sarebbe cioè finalizzato a creare sistemi elettrici decarbonizzati e a basso costo, fornendo una generazione stabile (quella nucleare) per bilanciare l’intermittenza di sole e vento. In sostanza, il ddl 2669 propone un nucleare “complementare” alle rinnovabili per garantire – così viene dichiarato – stabilità e sicurezza alla fornitura e contenimento dei costi.

Una prospettiva, quella dell’impiego di reattori a fissione in funzione di baseload, che non potrebbe essere tradotta in realtà prima di 15-20 anni effettivi e che dovrebbe favorire un nucleare – cosiddetto “sostenibile” – inserito in una rete europea già fortemente interconnessa, con grande penetrazione di solare, eolico e batterie, come nello scenario al 2045 delineato da Esys (Energy Systems of the Future), uno studio commissionato dalle accademie tedesche a cui faccio riferimento. Ma proprio questo studio documentatissimo boccia irreparabilmente la complementarietà tra nucleare e rinnovabili.

Lo studio Esys ha infatti analizzato il ruolo delle centrali a baseload (intendendo con questo termine impianti progettati per operare in modo continuo e stabile 24 ore su 24, coprendo il fabbisogno minimo di energia elettrica richiesto dalla rete) in un sistema energetico europeo completamente decarbonizzato entro il 2045. I risultati indicano che un sistema basato principalmente su VRE, supportato da flessibilità della domanda, interconnessioni di rete e tecnologie di accumulo, è tecnicamente robusto ed economicamente sostenibile senza la necessità di nuove capacità baseload, né atomiche né a gas a sequestro di CO2.

Infatti, le centrali di baseload, come quelle nucleari, potrebbero anche essere integrate nei sistemi energetici futuri, ma il loro impatto sui costi complessivi del sistema risulterebbe marginale. Inoltre, la loro competitività economica dipenderebbe da una significativa riduzione dei costi operativi e di investimento, che al momento appare improbabile.

Nello specifico è stato evidenziato come le centrali a baseload potrebbero essere competitive solo se i loro costi di capitale (Capex) e i costi livellati dell’energia (Lcoe) raggiungessero livelli molto bassi, oggi impossibili. Per il Capex, se il costo di costruzione supera i 15.000 €/kW, nessuna nuova capacità baseload sarebbe conveniente economicamente da integrare nel sistema. Anche un Capex di 10.000 €/kW risulta non competitivo se associato a costi operativi variabili elevati come nel caso del normale nucleare da fissione.

Per il Costo Livellato dell’Energia (Lcoe) la soglia massima di competitività per le centrali a baseload sarebbe di circa 80 €/MWh e, per ottenere un’espansione significativa, i costi dovrebbero scendere a livelli di circa 40 €/MWh, un valore considerato irrealistico in base alle attuali strutture di costo del nucleare.

Nel caso del nucleare da fissione i progetti più recenti hanno infatti registrato costi di costruzione elevati (10.000-15.000 €/kW) e ritardi significativi. A livelli di Lcoe più elevati (ad esempio, 80 €/MWh), la capacità di baseload diventa non competitiva rispetto alla VRE e nel caso del nucleare dove Lcoe sale oltre i 110€/MWh non se ne parla proprio.

Anche le promesse dei reattori modulari (Smr) rimangono teoriche, senza prototipi commerciali e, comunque, anche nelle previsioni dello studio qui preso in considerazione, ancor più fuori gioco dei reattori a grande dimensione.

Da ultimo, va detto che la redditività di un eventuale baseload dipende da un ampio ricorso all’elettrolisi per l’idrogeno, necessaria a garantire un alto utilizzo dei reattori nei tempi in cui l’elettricità da loro prodotta non sia richiesta dalla rete cui fanno da baseload. Ma sia i costi futuri che i fattori di capacità per l’elettrolisi sono tuttora molto incerti.

Anzi, l’idrogeno appare più efficiente come accumulo — anche stagionale — per assorbire gli eccessi delle rinnovabili, piuttosto che come stampella per alti utilizzi di impianti nucleari, di per sé poco flessibili e costretti a funzionare per il pieno di ore all’anno per contenere l’Lcoe al variare del tempo di funzionamento.

In conclusione: mentre le fonti rinnovabili, supportate da flessibilità e accumulo, rimangono la soluzione più economica e scalabile, le centrali a baseload non sono essenziali per un sistema energetico decarbonizzato e sicuro. La loro competitività economica è limitata, come esposto, da costi elevati e da incertezze tecnologiche, che potrebbero limitare seriamente e irrecuperabilmente la capacità di adattarsi alle nuove tecnologie rinnovabili in espansione.

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