Pichetto Fratin vuol fare dell’Italia l’hub europeo del metano: il governo prova una vera avversione per le rinnovabili

Della fase attuale ricorderemo non solo le intemerate di Trump, ma anche la linea di galleggiamento con cui il governo Meloni sta affrontando le emergenze in corso, con arretramenti e rimandi che costeranno cari a questa e alle prossime generazioni. Qui voglio prendere in considerazione il profondo arretramento in corso sui temi della transizione energetica, che avviene in una specie di zona franca a cui l’opinione pubblica presta scarsa attenzione.

Proprio a cavallo del cambio d’anno, mentre gli Stati Uniti provano a prendere possesso delle riserve di gas e petrolio del mondo, il ministro Pichetto Fratin sul Messaggero del 5 gennaio avanza la richiesta di fare dell’Italia l’hub europeo del metano, mentre propone il mantenimento in riserva attiva delle centrali a carbone di Civitavecchia e Brindisi. Un autentico “bengala nella notte” non avvistato nemmeno dal campo largo, così attento alle esternazioni da equilibrista di Meloni. Nelle dichiarazioni del Ministro dell’Ambiente c’è il compimento di un cambio di passo già annunciato a Bruxelles nelle pressioni per una regressione dell’ex Green Deal Ue e inverato nella posizione contro l’abbandono dei fossili esplicitata dalla delegazione italiana alla Cop30 di Belem.

Pichetto Fratin, dopo aver accennato impavido all’impresa di Trump a Caracas (“I giacimenti del Venezuela sono stimati in 300 miliardi di barili, un quantitativo che può rappresentare per l’Italia mille anni di sopravvivenza” – con un aumento di temperatura del globo non certo da sopravvivenza), dice che “l’Italia può spingere sulla sua produzione nazionale di gas e petrolio per aiutare ancora le imprese”, e fare da ricettore privilegiato del Gnl americano, ma lo deve fare in una dimensione e in un “asse in Europa, in particolare con la Germania di Merz”.

Una strategia di lungo periodo, quindi, che rende ragione di come l’opzione per il “nucleare sostenibile”, così sbandierata nella seconda metà del 2025, in realtà nasconda un’avversione alle rinnovabili come sostitutive dei fossili: una fonte, quest’ultima, a cui si affida ancor oggi ampia sicurezza in spregio al cambiamento climatico e alla salute della popolazione, ipotizzando perfino nuovi rigassificatori lungo le nostre coste.

E qui prende corpo “l’opportunità di mantenere ferme in sicurezza le centrali a carbone di Civitavecchia e Brindisi, per prevenire emergenze energetiche future, dato che siamo dipendenti dall’estero per l’85% della nostra energia”. E’ come se si volesse far pagare ancora alle popolazioni e ai lavoratori di due aree vulnerate per decenni il loro ardire per avere individuato soluzioni non più fossili alla sorte cui erano destinate da un modello che oggi è necessario superare. A questo proposito, è importante la coraggiosa presa di posizione dei segretari Pd delle due città, interpreti anche della società civile locale, che critica duramente il governo per l’incertezza sul futuro del carbone, accusandolo di abbandonare i territori che hanno già subito sacrifici ambientali e chiedendo un piano di riconversione serio e concreto dopo lo stop ai progetti di reindustrializzazione sulle vaste aree delle centrali. Progetti nati dal basso e che assicurerebbero occupazione e risanamento ambientale, come richiesto anche dal sindacato e dalle istituzioni locali.

In un articolo in risposta alle posizioni del Ministro del 5 gennaio è intervenuto un docente dell’Università dell’Insubria, che ha puntualmente confutato la svolta – perché di questo si tratta anche rispetto alle posizioni ufficiali spesso coperte da ipocrisia – del responsabile del governo che ha in effetti esposto una “piattaforma” di rilancio in tempi lunghi del fossile a partire dal Centro e Sud della penisola, già così disallinearti rispetto allo sviluppo che occorrerebbe riconsiderare.

Quando si afferma che “siamo dipendenti dall’estero per l’85% della nostra energia”, – e lo dice un responsabile del governo che dovrebbe avere il massimo di rigore nell’informazione – va ribadito che in realtà il dato è sceso nell’ultimo anno al 72% grazie allo sviluppo delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica. Fonti rinnovabili che andrebbero incentivate anche con un piano industriale nazionale a partire dal rafforzamento di impianti come Vestas a Taranto per l’eolico o 3Sun a Catania per il solare.

E infine, se volessimo diventare, in onore di Trump, la piattaforma di ricezione del gas da distribuire ai Paesi nostri vicini, dovremmo ricordare che tra il 2021 e il 2023 i consumi di gas in Europa sono scesi di quasi il 20% e sono ormai arrivati ai livelli del 1995-1996. Le prospettive future sono ovviamente da verificare, ma secondo Ember in base ai piani nazionali i consumi dovrebbero diminuire del 7% entro il 2030; mentre secondo l’Institute for energy economics & financial analysis potrebbero crollare addirittura del 25%. A chi dovremmo poi venderlo tutto questo gas? E chi pagherebbe per infrastrutture obsolete come i rigassificatori e le condotte?

Sarebbe bene che un movimento solido tornasse ad occuparsi delle politiche energetiche e industriali e che la politica ne facesse un centro di attenzione, anche per toglierci dalle secche attuali e salpare verso un altro mondo possibile e necessario.

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La classe operaia dimenticata: o l’Italia fa il salto o perderà la sua politica industriale

La cronaca giornaliera è percorsa dalle manifestazioni degli operai ILVA di Genova e Taranto, da diffuse vertenze sull’occupazione in molte parti del Paese, ma l’opinione pubblica ne è colpevolmente distratta. Quella che era una volta una componente centrale della nostra società – la classe operaia – sembra svanire nelle preoccupazioni di una società in affanno e pericolosamente trascinata sul crinale irresponsabile di un riarmo in previsione di una guerra.

Diversamente da quanto abitualmente trattato su questo blog, questa volta vorrei porre all’attenzione dei commenti dei lettori la venuta meno di una politica industriale in un Paese manifatturiero come il nostro, spinto da un governo imprevidente ad occuparsi della notizia dell’oggi che spinge via quella di ieri, senza che ci si ponga in una dimensione di futuro desiderabile. Come è possibile, mi chiedo, che decine di milioni di lavoratrici e lavoratori si rechino in fabbrica, in ufficio, nei capannoni della logistica o dei supermercati, a scuola o nei campi coltivati, con salari inadeguati e senza più un’idea di affrancamento sociale, di riconoscimento di ruolo di “liberazione” di un lavoro che occupa un’intera porzione della propria vita?

Gli scioperi generali e le manifestazioni che le organizzazioni sindacali stanno organizzando in questi giorni avranno pure a riferimento un obbiettivo per l’intera classe politica italiana che riguardi le condizioni non solo materiali, ma la sicurezza e la sensazione di essere utili alla società con una prestazione lavoro che liberi energie, anziché esporre a frustrazioni e precarietà?

Questa fine d’anno percorsa da vertenze bistrattate serva allora a riflettere sulla crisi dell’attuale sviluppo italiano, incapace di cogliere nelle emergenze e nella crisi di questo cambio d’epoca uno spazio di rilancio di solidarietà che non può che fare riferimento ad una componente sociale che sacrifica ogni giorno energie non solo per se stessa.

Come non riflettere sulla crisi climatica e sull’inadempienza delle classi politiche nazionali e globali che continuano a riprodurre il modello industriale dei fossili e non colgono nella transizione energetica verso le rinnovabili una chiave anche di un riscatto del senso del lavoro? Cosa ha da dire Pichetto Fratin su un orizzonte nucleare da lui auspicato, ma tutt’altro che praticabile, privo di indipendenza energetica per il Paese, quando molte delle crisi in corso potrebbero avere uno sbocco in una politica industriale che veda nel vento, nel sole, nelle batterie e nei pompaggi la soluzione anche occupazionale per le nuove generazioni? Cosa significa per l’attuale politica la vertenza pluriennale dell’ex-GKN o dell’eolico offshore a Civitavecchia o il taglio dei finanziamenti alle comunità energetiche, colpevolmente ritardati a danno non solo dell’occupazione e dell’ambiente locale?

Non ho dubbi sul fatto che possiamo uscire dalla stretta attuale rimettendo mano – come accennavo – alla politica industriale nazionale e ad una mobilitazione positiva del mondo del lavoro. Proprio ciò che intendono fare i rappresentanti sindacali che sanno bene quanto costi scioperare per un futuro che è tutt’altro che a disposizione in un oggi così spiazzante, eppure da perseguire con un’urgenza e un’attesa praticabili.

Non sarebbe male se un salto di prospettiva fosse chiesto ad un governo che rimuove le emergenze con conseguenze inquietanti per le nuove generazioni che hanno il diritto di sperare. E’ proprio una prospettiva nuova in cui collocare il mondo del lavoro in pace e non in guerra che può costituire un salto nella dimensione politica e sociale cui il Paese è chiamato. Ed allora, anche una politica industriale ed energetica che incoraggi il mondo del lavoro – e non solo – in una direzione coraggiosa e riconoscibile potrebbe rimuover tutte le pigrizie che fanno del periodo attuale uno dei più insidiosi di questo inizio secolo.

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Dalla Lombardia si alle rinnovabili no alla narrazione del Governo sul nucleare

Si è svolto Sabato 22 Novembre a Milano un convegno partecipatissimo e assai documentato sulla corsa al “risorgimento nucleare” che il Governo cerca di far passare senza un dibattito democratico all’altezza della sfida. La riflessione è stata dettagliata e convincente ed in linea anche  con la preoccupazione per il riarmo in corso e l’arretramento sul Green Deal che anche a Belem ha visto purtroppo attivamente protagonista il nostro Paese. Qui allegati due  files sul convegno e sulla Cop 30. mario

Mario Agostinelli
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Così un convegno a Milano smonta la narrazione di governo sul nucleare

Mentre risuonava il monito della Cop30 di Belem e il governo del nostro Paese spariva dai monitor allarmati per la protezione del clima, un importante convegno tenuto a Milano il 22 novembre – con una rilevante partecipazione in rappresentanza di 30 associazioni territoriali – produceva una critica sistemica all’opzione nucleare, civile e militare. L’auspicio del governo per un ritorno dell’atomo in Italia è stato preso in considerazione con molto realismo: si è colto così come i rischi tecnici, sanitari, economici e socio‑politici siano sottovalutati e incompatibili con le urgenze e la qualità di una transizione climatica rapida e a costi sostenibili.

Il dibattito è stato puntuale e documentato e ha registrato una notevole convergenza delle forze politiche invitate e intervenute (Pd, M5S, Avs, Prc, Pci), quando è stata messa a nudo la propaganda governativa per un incauto rilancio di quello che è stato definito con Robert Jungk “uno stato atomico”. Tra i molti spunti di un confronto documentato, riprendo qui alcune indicazioni tra le più rilevanti e di immediata comprensione.

Gli interventi (registrati in video) hanno confermato una falsa separazione tra “atomo per la guerra” e “atomo per la pace”, con il rischio effettivo di una “compromissione di democrazia, di natura, di futuro”. E’ stata contestata la narrativa dei “nuovi reattori economici”, definendola un’illusione fondata su stime di costo irrealistiche. Le cifre sbandierate (Lcoe a 50-70€/MWh) sarebbero lontane dai valori effettivi, che salirebbero oltre i 200 €/MWh, specie quando si internalizzano oneri finanziari, rischio progetto, assicurazioni, gestione rifiuti e decommissioning. Se le valutazioni del nostro governo stanno a livelli assai inferiori è perché si ipotizza la socializzazione dei rischi e la privatizzazione dei profitti tramite sussidi, garanzie e tariffe indicizzate a carico dei consumatori. Sono stati poi richiamati tempi di costruzione per i reattori ben superiori ai dieci anni, citando casi concreti per gli impianti più recenti: Hinkley Point C in Inghilterra con una escalation di costi a 33 mld £, Vogtle negli Usa con esborsi passati da 14 a 35 mld $.

Sul profilo salute‑ambiente, è stato rilevato che la radioprotezione moderna adotta il principio lineare senza soglia (Lnt) per le basse dosi: dunque non esisterebbero esposizioni “prive di rischio”. Si è sostenuto che, sapendo che gli effetti sanitari (tumori tiroidei, patologie cardiovascolari, malformazioni congenite) sono sistematicamente minimizzati da autorità e organismi internazionali, si arriverebbe a pratiche di negazione del danno analoghe a quelle storiche dell’industria del tabacco.

I limiti della cultura della sicurezza e della regolazione nel settore nucleare con la compenetrazione fra governi, enti regolatori e operatori indebolirebbe l’indipendenza e la trasparenza dell’informazione, con esiti di sottovalutazione delle emergenze, come mostrato dall’incidente di Fukushima. La promessa di “sicurezza assoluta” disincentiverebbe una pianificazione realistica per eventi rari ma ad alto impatto. In prospettiva climatica, nel caso di reattori nucleari si aggiungono stress fisici crescenti (ondate di calore, siccità, alluvioni) che aumentano il rischio di fermate non programmate e vulnerabilità dei sistemi di raffreddamento e delle supply chain. La gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti ad alta attività resta un nodo irrisolto tecnologicamente e socialmente. La chiusura degli impianti, poi, genera impegni finanziari certi e prolungati, spesso coperti da fondi alimentati da tariffe o fiscalità.

Il settore nucleare è dipendente da sussidi e diplomazia statale: export credit, garanzie, pacchetti “chiavi in mano” e programmi di “colonizzazione” come quelli trattati da Trump nell’incontro a Washington con Giorgia Meloni. La contiguità tecnologica tra civile e militare e i rischi di proliferazione sono all’ordine del giorno, con pratiche industriali controverse, ancor più condizionate oggi dalla corsa al riarmo. Pur tenendo conto dell’ondata di venture capital e dell’interesse politico, è stato sottolineato che i piccoli reattori modulari (Smr) affrontano ancora barriere su licenze, supply chain, dimostrazione di costi e sicurezza. Le stime aumentano, le timeline slittano, e permangono criticità insormontabili su rifiuti, gestione del plutonio e complessità ingegneristiche; la presunta “modularità” non avrebbe ancora provato economie di serie vantaggiose nella pratica.

In termini di sistema, si è rivendicato che eolico, solare e pompaggi (insieme a storage elettrochimico e flessibilità di rete) abbiano ridotto fortemente i costi complessivi e i tempi di dispiegamento, superando il nucleare nella competizione dei costi, oltre che in nuova capacità e quote di generazione. Una tecnologia come quella di fissione, assai poco flessibile, si integrerebbe peggio in mercati con alta penetrazione variabile come nel caso delle rinnovabili, aumentando i costi di bilanciamento.

Per quanto riguarda politiche pubbliche e allocazione del capitale, ogni euro vincolato a nuovi reattori sottrae risorse a soluzioni climatiche più rapide, scalabili e “low‑risk”: efficienza, reti, rinnovabili, accumuli, domanda flessibile, elettrificazione dei consumi finali e pompaggio idroelettrico. In un orizzonte di budget di carbonio stringente, i lunghi tempi di realizzazione del nucleare indebolirebbero il contributo alla decarbonizzazione entro le scadenze 2030-2040.

A conclusione del convegno si è ribadito quanto il nucleare combini rischi sanitari, costi in crescita, incertezze regolatorie, passività di lungo periodo e dipendenza da supporto pubblico, mentre le rinnovabili con sistemi di accumulo e gestione della domanda offrano tempi, costi e profili di rischio migliori. Per l’Italia, la priorità dovrebbe essere un portafoglio di efficienza, reti, rinnovabili, storage e flessibilità, evitando impegni finanziari e industriali che potrebbero aggravare la crisi climatica e gravare su contribuenti e consumatori per decenni. Ma non sembra questa la strada imboccata dal nostro governo.

Il successo del convegno milanese apre un dibattito finora monopolizzato dalle dichiarazioni e dai disegni di legge che Pichetto Fratin evita di portare al dibattito del Parlamento e ad una valutazione aperta e franca dell’opinione pubblica.

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La Cop30 di Belem segnerà il passaggio della leadership ambientale dall’Occidente a Cina e Brics

L’appuntamento della Cop 30 di Belem non sembra incidere nel dibattito politico aperto nel nostro paese. Eppure, la crisi climatica va peggiorando, mentre cresce la distanza tra un’opinione pubblica allarmata e governi irresponsabili nei confronti delle loro popolazioni. L’Italia del governo Meloni porterà in Amazzonia una posizione sostanzialmente negazionista a giustificazione del suo ritardo sugli obbiettivi assunti precedentemente a livello internazionale. Mentre su indicazione di Trump arretra il Green Deal europeo, è la Premier in persona a definire “ideologica” la sostenibilità ambientale, mentre corre in aiuto dell’industria continentale dell’automotive per tenere in vita motori endotermici – magari alimentati a biocarburanti – e sostiene le importazioni del gas liquido di Trump e Milei infrangendo l’obiettivo di emissioni climatiche zero al 2040.

La Cop di novembre a Belem, alla foce del Rio delle Amazzoni, ha un alto valore simbolico e va contestualizzata come un appuntamento rilevante per l’attenzione alla biosfera e al protagonismo dell’emisfero Sud del Pianeta. Anche per questa ragione sarebbe rilevante una visione che superi il vecchio colonialismo dell’Occidente ricco, tutt’altro che esorcizzato dalle lobby energetiche che combattono le rinnovabili.

I segnali più recenti che provengono dalla natura sono drammatici. La devastazione lasciata dall’uragano Melissa in Giamaica e nella parte orientale di Cuba, con venti di quasi 300 chilometri orari, non è stata frutto del caso o di un capriccio meteorologico eccezionale. Il fenomeno della rapida intensificazione dei cicloni sta diventando sempre più comune nei Caraibi, e c’è una spiegazione nell’effetto del riscaldamento globale. Effetto riscontrabile anche in Europa, dove la temperatura media ha già superato la soglia di1,5°C e già in questa estate ondate di calore ed eventi estremi sono costati 43 miliardi di euro, di cui 12 all’Italia.

Per l’imminente Cop 30, al contrario dell’involuzione che matura negli Usa, in Italia ed Ue, il continente africano si va preparando ad un ruolo meno dipendente dai Paesi ricchi. Invece di continuare ad aspettare gli aiuti, l’Africa sta cercando di mobilitare investimenti nella sua transizione verde perché può così aiutare il mondo ad affrontare il cambiamento climatico.

Il successo di questo sforzo originale, adottato all’Africa climate summit di Addis Abeba, richiederà progressi su quattro fronti, tutti in agenda per il confronto che si aprirà a Belem. Il primo riguarda il costo del capitale, per cui è essenziale una riforma sistemica, con la creazione di una nuova architettura finanziaria a guida africana che ne riduca il costo. Il secondo si rivolge ai mercati del carbonio, in un contesto che, anziché fornire compensazioni a basso costo per le emissioni di attori esterni con scarsi benefici per la sua popolazione, promuova un mercato del carbonio integrato, regolamentato dagli africani. Il terzo si rivolge all’adattamento, da integrare nelle politiche industriali locali, poiché gli investimenti in agricoltura, infrastrutture e sistemi idrici resilienti al clima generano posti di lavoro, promuovono l’innovazione e stimolano l’integrazione dei mercati. Infine, i minerali essenziali di cui il continente è ricchissimo andranno integrati in catene del valore nel continente. L’Africa potrà così evitare la “maledizione delle risorse” e garantire che la sua ricchezza di minerali essenziali generi posti di lavoro e industrie locali.

In definitiva, la logica estrattiva del passato – in cui l’industrializzazione si basava sullo sfruttamento e sulla distruzione – deve cedere il passo a un approccio più olistico, giusto ed equilibrato, che riconosca che gli esseri umani appartengono alla natura, non il contrario.

Su un altro fronte, sempre estraneo all’Occidente, è probabile che, a seguito dell’abbandono dell’accordo di Parigi da parte di Trump, al ripensamento del Green Deal da parte della von der Leyen, ai passi indietro dell’Italia, l’attenzione per un esito non drammatico della Cop 30 di Belem passi ai Paesi Brics ed in particolare, a Brasile e Cina ed ai loro differenti approcci alla transizione energetica. Di fronte ad un primo cittadino americano che ha descritto il clima come “la più grande truffa mai perpetrata nel mondo” ed ha attaccato le rinnovabili come un “scherzo patetico”, il leader cinese Xi Jinping ha replicato: “La transizione verde e a basse emissioni di carbonio è la tendenza del nostro tempo. Mentre alcuni paesi si stanno muovendo contro di essa, la comunità internazionale dovrebbe rimanere concentrata sulla giusta direzione”. Una contrapposizione di non poco conto, largamente trascurata dal nostro mainstream, che si affanna a trascurare come l’evoluzione delle emissioni di anidride carbonica del comparto energetico cinese siano già diminuite del 3% nella prima metà del 2025 e come nel primo semestre del 2025 la Cina abbia installato 12 volte più potenza solare rispetto agli Usa.

La Cop 30 di Belem segnerà probabilmente il passaggio della leadership ambientale dal mondo occidentale a Cina e Brics, accompagnato da un risveglio africano: un cambiamento che può dare un risalto internazionale alla Cop 30 che qui da noi non si intende sottolineare.

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