La Commissione Ue vara un regolamento storico per rimettere in salute gli ecosistemi poveri

Con la sua proposta di regolamento dell’Ue sul ripristino della natura, presentata mercoledì 22 giugno, la Commissione europea definisce un quadro di obblighi per consentire agli ecosistemi poveri d’Europa – l’80% di essi – di ritrovare la loro salute e riportare la natura nel continente. Questa proposta è storica in quanto affronta la perdita di biodiversità per la prima volta in 30 anni, fissando obiettivi vincolanti per il ripristino di almeno il 20% delle aree terrestri e marine dell’Ue entro il 2030 e di tutti gli ecosistemi che necessitano di ripristino entro il 2050.

Intende così rispondere all’urgenza di agire per evitare il rischio di estinzione di un milione di specie se non si interviene – un campanello d’allarme lanciato 3 anni fa dall’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES) – “l’IPCC della biodiversità”. In tal modo, soddisfa un requisito della strategia dell’Ue sulla biodiversità per ripristinare tutti gli ecosistemi danneggiati. La presentazione del futuro regolamento Ue, inizialmente prevista per il 23 marzo, è avvenuta in un momento in cui a Nairobi sono ripresi i negoziati su un quadro ambizioso per la biodiversità globale. “La scienza è molto chiara: è la perdita di biodiversità che minaccia la nostra sicurezza alimentare. Questo regolamento non risolverà tutti i problemi, ma abbiamo bisogno della natura per sopravvivere e, per sopravvivere, la natura ha bisogno di noi per raddoppiare i nostri sforzi”, ha affermato il vicepresidente esecutivo della Commissione europea, Frans Timmermans.

Esiste un legame stretto con la lotta al cambiamento climatico. Secondo la valutazione d’impatto, ecosistemi più sani e più ricchi di biodiversità portano a risultati significativamente migliori in termini di mitigazione dei cambiamenti climatici, prevenzione dei disastri, qualità dell’acqua, aria pulita, suoli più sani e benessere generale. Come obiettivi specifici si individuano:

1) zone umide (costiere e interne);
2) praterie e altri habitat pastorali;
3) habitat fluviali, lacustri, alluvionali e ripariali;
4) foreste;
5) habitat di steppa, brughiera e macchia;
6) habitat rocciosi e dunali.

Come azioni si propongono:

– Invertire il declino delle popolazioni di impollinatori (api) entro il 2030 e aumentare le loro popolazioni da lì in poi;
– Nessuna perdita netta di spazi verdi urbani entro il 2030, un aumento del 5% entro il 2050, un minimo del 10% di copertura arborea in ogni città, paese e periferia europea e guadagno netto di spazio verde integrato a edifici e infrastrutture;
– Negli ecosistemi agricoli, aumento generale della biodiversità e una tendenza positiva per le farfalle dei prati, gli uccelli dei terreni agricoli, il carbonio organico nei suoli minerali dei terreni coltivati ​​e le caratteristiche paesaggistiche ad alta diversità sui terreni agricoli;
– Ripristino e riumidificazione delle torbiere drenate ad uso agricolo e nei siti di estrazione della torba;
– Negli ecosistemi forestali, aumento generale della biodiversità e trend positivo per la connettività forestale, deadwood, quota di foreste irregolari, uccelli forestali e stock di carbonio organico;
– Ripristino di habitat marini come fanerogame marine o fondali di sedimenti e ripristino degli habitat di specie marine iconiche come delfini e focene, squali e uccelli marini;
– Rimozione delle barriere fluviali in modo da trasformare almeno 25 000 km di fiumi in fiumi a flusso libero entro il 2030.

Gli Stati membri dovranno sviluppare piani nazionali di restauro in stretta collaborazione con scienziati, parti interessate e pubblico. Per tener conto delle specificità nazionali, “non sono previste misure, ma gli obiettivi saranno vincolanti. Gli Stati membri avranno un ampio margine di manovra per quanto riguarda l’ordine delle priorità, le misure da adottare e gli strumenti da utilizzare”. Un quadro davvero innovativo e interessante, del tutto stridente con l’accanimento al ricorso alle armi in guerre in estensione anche al di là dei confini europei.

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La guerra che rincorre i fossili, rallenta le rinnovabili e arricchisce Big Oil

Con il trascorrere dei giorni, la guerra in Ucraina non mostra soltanto lo spettro più atroce di enormi sofferenze ed i profitti odiosi dell’apparato militar-industriale, ma, nella follia che l’accompagna, rende evidenti enormi e calcolati interessi che stravolgono i mercati degli alimenti, dei combustibili e delle materie prime, mentre viene dilazionata in modo drammatico la conversione ecologica per combattere l’ingiustizia sociale e il cambiamento climatico. Su quest’ultimo aspetto e sulle politiche europee e nazionali al riguardo mi voglio qui soffermare.

Per ottenere il sostegno dei socialisti e dei liberali, Ursula von der Leyen si è impegnata a ridurre le emissioni di gas serra dell’Ue al 55% entro il 2030. Ora, il Partito popolare europeo (PPE) sostiene che la guerra in Ucraina renderà più difficile l’obbiettivo previsto e che gli inquinatori industriali dovranno avere più libertà di azione. Così, il centro-destra sta minacciando di far naufragare una riforma cruciale del mercato del carbonio, rischiando di far deragliare le ambizioni climatiche dell’Ue. L’eurodeputato francese Pascal Canfin ha riferito ad Euractiv che “Se sommiamo tutti gli emendamenti del PPE sui quattro testi in esame al Parlamento, non raggiungiamo il 55%”.

Molti sospettano che il PPE ricada nelle vecchie abitudini e difenda gli interessi delle industrie inquinanti coperte dal sistema per lo scambio di quote di emissioni (ETS). Dietro questa posizione c’è la volontà di acquisire nuove quote di carbone e metano provenienti da Australia, Qatar e Stati Uniti dopo le sanzioni sulla Russia.

Di contro, undici ex commissari dell’Ue, tra cui Romano Prodi, hanno inviato una lettera congiunta alla Commissione europea, martedì 3 maggio, chiedendole “una profonda trasformazione del sistema (energetico) verso idrogeno e rinnovabili” e “di garantire che le azioni a breve termine per allontanare l’Ue dalla dipendenza dai combustibili fossili russi non finiscano col costringere l’Ue ad una rovinosa dipendenza dai combustibili fossili da altri paesi”. Inoltre, invitano la Commissione a ritirare il suo progetto di atto delegato complementare per includere il gas fossile nella tassonomia dell’Ue come attività transitoria”.

In questo quadro in cui le destre europee si ergono a difesa delle multinazionali del settore Big Oil, è in corso una inversione rilevante dovuta alla pressione crescente degli investitori (i grandi fondi istituzionali in particolare) verso la transizione a fonti energetiche meno dannose per l’ambiente e il clima globali, con una spinta particolare verso eolico, fotovoltaico e idrogeno verde.

La risposta delle imprese fossili per eccellenza – come spiega Nicola Borzi su il Fatto Quotidiano del 9 maggio – sta nell’aumentare il rendimento del capitale per mantenere l’appeal delle proprie azioni. E qui viene in soccorso la guerra, ovviamente non per tutti in egual misura. Il conflitto in Europa orientale per ora ha stabilizzato i costi del petrolio in una fascia che oscilla intorno ai 110 dollari al barile, con un rialzo del 60% nell’ultimo anno. A questi valori, le imprese del settore realizzano enormi utili industriali. Sette delle più grandi multinazionali del greggio in media hanno triplicato i profitti netti rispetto a un anno fa. L’Eni li ha aumentati addirittura di dieci volte, da 0,3 a 3,3 miliardi di dollari. La statunitense Chevron li ha più che quadruplicati a 6,3, la francese Total li ha triplicati a 9 miliardi.

Le armi trasferite all’Ucraina dai Paesi Nato, da Canada e soprattutto Stati Uniti consumano ingenti quantità di fossili e, mentre attaccano pesantemente il clima, mantengono alti i prezzi dei combustibili, a qualsiasi costo, da attribuirsi non solo all’estrazione, ma, in aggiunta, ai trasporti via nave, alla rigenerazione di vecchi metanodotti, al costo della liquefazione del gas e dell’allestimento di impianti di rigassificazione nuovi “di pacca” alle banchine dei porti europei.

Washington immetterà sul mercato in media un milione di barili in più al giorno, spesso di provenienza da gas di scisto, destinati, dopo liquefazione e trasporto transoceanico ai moli del Mediterraneo e del Baltico. Con la guerra in Ucraina il gas naturale liquefatto (Gnl), a oggi, è l’unica fonte disponibile in tempi rapidi (ma a prezzi molto più alti) per liberarsi dalla dipendenza verso Mosca. Così, l’import di Gnl è cresciuto del 28% su base annua da gennaio a fine aprile mentre il consumo di gas in Europa è diminuito del 6%.

E da noi? Si suppone che, data l’esposizione naturale dell’Italia, ci sia una rincorsa alle rinnovabili. Invece, per quel che si sa, Snam è alla ricerca dell’acquisto di due navi metaniere nuove, una delle quali per metanizzare la Sardegna!

Intanto, la Commissione europea ha pubblicato martedì 3 maggio un rapporto che mostra progressi contrastanti nell’attuazione della direttiva sulla pianificazione dello spazio marittimo, che richiede a 22 Stati membri costieri di produrre piani dello spazio marittimo entro il 31 marzo 2022. Sebbene la maggior parte degli Stati membri costieri abbia ora un piano di questo tipo, secondo il rapporto otto paesi (Estonia, Spagna e Bulgaria, Croazia, Cipro, Grecia, Italia e Romania) non hanno compiuto progressi sufficienti. (V,https://aeur.eu/f/1go(LC)

E allora, mi domando, l’OK all’eolico galleggiante a Civitavecchia, in quale corridoio ministeriale si è perso?

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Chernobyl, ricordo a chi sventola l’atomo come soluzione che il nucleare è per sempre

Era il 26 aprile 1986 quando il reattore numero quattro di Chernobyl esplose. Fu una catastrofe, il più grave incidente nucleare della storia. Una ferita non rimarginata, dopo 36 anni, anche se il territorio non appare più come un deserto post apocalittico, perché è sede di una riserva naturale creata per isolare i resti della struttura. Ma l’isolamento è stato rotto nientemeno che dalla guerra: sono entrati i soldati russi e i mezzi corazzati di entrambi i contendenti, evocando lo spettro di un conflitto in cui la radioattività avrebbe spalancato scenari da incubo.

Sono 15 i reattori nucleari situati in Ucraina e rappresentano un elemento di
ulteriore preoccupazione nell’infuriare dei combattimenti. L’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, aveva lanciato l’allarme: “Abbiamo perso i contatti con la centrale nucleare di Chernobyl”. ma gli operatori della centrale hanno scollegato l’impianto nucleare dalla rete, tamponando il possibile rilascio di sostanze radioattive nell’aria.

Gli scenari, comunque, non sono confortanti. Secondo l’operatore nucleare ucraino lo stop all’energia impedirebbe “potenzialmente il raffreddamento del combustibile nucleare esaurito sepolto sotto una coltre di metallo e cemento. Purtroppo, Chernobyl o Fukushima o Zaporizhzhia (la più grande centrale nucleare d’Europa, anch’essa teatro di guerra) ci ricordano che il nucleare è per sempre, in contrasto con una narrazione che è ripresa nella crisi in corso e che vorrebbe convincerci che l’atomo potrebbe essere la soluzione dei problemi energetici.

L’orrore della guerra in Europa richiama in modo angosciante l’illusione di avere a disposizione energia densa e concentrata non solo a fini irreparabilmente distruttivi (le bombe), bensì governata con tecnologie che offrano autonomia energetica in un quadro geopolitico dato in grande mutamento (i reattori nucleari sono possibili obiettivi di missili e bombe). La relazione tra la densità energetica e il tempo entro cui la natura e la vita possono disperdere gli effetti deleteri di una trasformazione prodotta artificialmente dall’uomo fa rifletter come, su tempi storici, la fissione e la fusione di nuclei atomici, pur in uno spazio ristretto, corrispondano alla combustione istantanea di decine di migliaia di tonnellate di carbone o alla caduta da grandi altezze di enormi masse d’acqua: una prospettiva che, messa sotto questi termini di paragone, metterebbe in discussione la responsabilità della presenza umana sulla Terra e raggirerebbe la presunta progressività della sua storia e dell’incivilimento.

Non è un caso che tutti gli incidenti nucleari vengano nascosti. Cosa è successo davvero a Three Mile Island, cosa sta succedendo oggi a Fukushima, quanta radioattività viene riversato in mare? Questa discordanza sugli effetti è tipica di una tecnologia che non può che creare imbarazzo in una società fraterna e tanto meno in una società che non ripudia la guerra e, quindi è esposta a rischi catastrofici imprevedibili.

Si racconta del ritorno degli animali a Chernobyl nella foresta. Ma, come dice l’ingegnere nucleare Alex Sorokin: “Attenzione agli effetti delle radiazioni nel tempo. Un’esposizione prolungata provoca una probabilità di ammalarsi di cancro inaccettabile per gli esseri umani, mentre gli animali sono inconsapevoli dei rischi che corrono”.

In effetti, gli effetti delle radiazioni su organismi viventi si accumulano nel tempo, quindi “un’esposizione prolungata alle radiazioni presenti oggi nell’area provoca una probabilità di ammalarsi di cancro inaccettabile per gli esseri umani”. Anche dopo 36 anni le radiazioni continuano a preoccupare perché rimangono attivi i radionuclidi a decadimento lento, che durano migliaia di anni e non vanno a zero. II fatto è che il reattore 3 (diviso solo da una parete, speriamo robusta, dal reattore 4, quello esploso) continua a funzionare con frequenti arresti; mentre i responsabili politici dell’Ucraina assicurano di non poterne fare a meno.

In caso di incidente con fusione del reattore, le stesse reazioni di fissione dell’uranio, che producono molta energia e radiazioni, possono continuare, nonostante la distruzione dell’impianto. Coprire il reattore di cemento, sabbia e boro, in modo che smettesse di sputare fumo radioattivo, richiese poi settimane di lavoro e il sacrifico della vita di decine di operai, tecnici e vigili del fuoco, mentre migliaia di persone fra Russia e Portogallo, nei decenni successivi, si ammalarono e talvolta morirono per patologie, come tumori alla tiroide e leucemie, connesse all’esposizione agli isotopi radioattivi rilasciati dal reattore sovietico. Ma il disastro non è certo finito ricoprendolo di un cumulo di materiale assorbente.

Il “sarcofago” frettolosamente costruito ha ben presto cominciato a mostrare segni di cedimento, e così, nel 2016, è stato coperto da un gigantesco capannone metallico, che, oltre a contenere eventuali rilasci di radiazione, permetterà di tentare, fra decenni, l’estrazione e messa in sicurezza del “corium”, l’estremamente radioattiva miscela di uranio, acciaio, cemento e grafite, fusa dal calore e infiltratasi nei locali al disotto del reattore.

Il fatto che si stiano verificando ancora reazioni di fissione nel reattore distrutto, le stesse che hanno portato alla sua esplosione, stupisce e preoccupa. I ricercatori non hanno idea di cosa stia facendo ripartire le reazioni di fissione, ma se ciò fosse legato all’asciugarsi della massa fusa, temono che possano intensificarsi sempre di più, e, visto che nella stanza da cui provengono i neutroni stavolta non si può entrare, la reazione non si potrà bloccare. Ripeto: i tempi biologici sono incomparabili con i tempi di esaurimento dei processi radioattivi.

Sempre a proposito di reattori nucleari, a Zaporizhzhia (Ucraina) sono in attività sei reattori russi VVER-1000/320 (unità 1-6) nel sito, ciascuno con una capacità di generare 950 MWe. Nel 2017 c’erano 2.204 tonnellate di combustibile esaurito in deposito presso il sito: 855 tonnellate all’interno delle piscine di combustibile esaurito e 1.349 tonnellate nel vessel. Se si pensa che attorno a questa enorme potenza si sono svolte battaglie molto cruente e che ci sono stati molteplici problemi di sicurezza nel corso dei decenni con i reattori di Zaporizhzhia progettati e costruiti negli anni ’70 e ’90, l’incidente storico di Chernobyl appare solo un inquietante ammonimento.

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Clima, la guerra in Ucraina chiede cambiamenti più urgenti. Altro che riarmo e ancora fossili!

L’attenzione ossessiva alla pandemia è stata soppiantata da una cronaca atroce, istante per istante, dell’invasione dell’Ucraina da parte delle truppe russe. Da tempo le notizie si cancellano l’un l’altra. Si seguono i fatti, non si indicano i processi. L’impressione è che non sappiamo più trovare il filo delle emergenze, le loro connessioni, le possibili riparazioni che possono avere solo dimensione universale e trovare una armonia tra presenza umana e ospitalità della Terra.

Mentre l’opinione pubblica è con insistenza trascinata a vivere come sequenze temporali separate eventi che incombono senza sosta e sempre più bruschi, la società e le sue rappresentanze smarriscono il filo di un terribile pericolo: la sopravvivenza e la perdita di incivilimento che riguarda l’umano. Francesco sei anni fa aveva afferrato il cambio d’era e l’aveva descritto come un prodotto fisico, spirituale, sociale dei nostri comportamenti: irreparabile senza una svolta ed un ripensamento sull’intero fronte delle interconnessioni da cui provengono il cambio climatico, il pericolo nucleare, la diffusione della disuguaglianza sociale.

Oggi, la guerra atroce nel cuore dell’Europa evidenzia drammaticamente sofferenze e nuove povertà e intanto dilaziona le misure per frenare l’aumento della temperatura globale e sovvertire il sistema energetico, riconsegnato di colpo ai fossili in una morsa perversa tra carbone, gas, armamenti e andamento del Pil. L’errore può dimostrarsi fatale e non dobbiamo prestare il fianco. Non siamo solo esposti alle difficoltà di approvvigionamento del gas e alla penuria di combustibili di cui improvvisamente cesserà la fornitura. Siamo invece assai prossimi ad un passaggio storico cui stiamo arrivando impreparati e ad una velocità imprevista dai governanti del Pianeta.

Anche il nostro Governo, purtroppo, non coglie l’eccezionalità del momento: mentre da una parte annuncia il riarmo, dall’altra guarda all’indietro e, anziché accelerare il passaggio alle rinnovabili e ad un modello decentrato di produzione e consumo, va alla ricerca di nuovi fornitori da sostenere con ingenti investimenti infrastrutturali, che certamente non ci consentiranno la conclamata fuoriuscita dal fossile. Nei paesi importatori, in un clima di pace costituzionalmente precaria, crescerà ancora la incertezza del lavoro e la disoccupazione, assieme ad una ingiustizia sociale insanabile. Al contrario, la svolta verso la transizione ecologica dell’economia intraprenderebbe quel percorso di cura e di riequilibrio con la natura che l’Ue aveva individuato come propria missione riparatrice dopo secoli di industrializzazione e colonizzazione.

E’ grave che il governo Draghi riporti in secondo piano la questione climatica, al centro fino a pochi mesi fa di importanti incontri internazionali, e non ristrutturi dalle fondamenta la cabina di regia del Pnrr, ora che i rubinetti di approvvigionamento dei fossili vanno ad esaurimento con le sanzioni alla Russia. L’Osservatorio per la riconversione ecologica-Pnrr ha avanzato la richiesta di promuovere in tempi brevissimi una Conferenza nazionale sull’energia in cui fare il punto sulla situazione, ascoltando le proposte avanzate dai soggetti istituzionali e sociali. Queste proposte potrebbero diventare parte di un impegno comune ed eccezionale delle aziende a partecipazione statale, assieme alle forze sociali (imprese e sindacati), alle associazioni ambientaliste, alle comunità energetiche e a quanti hanno competenze in materia.

L’insano blocco delle energie rinnovabili ai livelli di dieci anni fa rende obbligatorio il protrarsi di combustioni altamente climalteranti, mentre restano inevase preziose candidature dei privati a investire risorse nel settore eolico off-shore, in quello terrestre e nel fotovoltaico. La stessa sostituzione del turbogas con le rinnovabili a Civitavecchia rimane avvolta da un silenzio inquietante.

C’è poi una narrazione che è ripresa e che vuole convincerci che il nucleare è la soluzione dei problemi energetici. L’orrore della guerra in corso richiama in modo angosciante l’illusione di avere a disposizione energia densa e concentrata non solo a fini irreparabilmente distruttivi (le bombe), bensì governata con tecnologie che offrano autonomia energetica in un quadro geopolitico dato in grande mutamento (i reattori nucleari). Siamo da mesi inondati da notizie mirabolanti e rassicuranti sull’impossibilità di avere un sistema energetico funzionale privo dell’apporto della fusione di atomi leggeri o della fissione di elementi a elevato peso atomico che assicurino la crescita, mentre la crisi climatica, esacerbata dalla guerra, toglie tempo alle illusioni più irresponsabili.

In una prospettiva di rapida indipendenza dal gas russo e, più in generale, da idrocarburi e fonti fossili, occorrono proposte precise come la riscrittura del Piano integrato energia clima (Pniec), per fissare al 2030 per le fonti rinnovabili l’obiettivo di 90 nuovi GW – ad un ritmo di 8/9 GW all’anno nel prossimo quadriennio – e per indirizzare Amministrazione pubblica, Enti e Istituzioni preposte, insieme a tutte le imprese, verso un percorso rapido di massima elettrificazione nei diversi impieghi – industria, trasporti, usi domestici – con energia elettrica fornita sempre più da energie rinnovabili (Fer).

In definitiva, le conseguenze della guerra debbono spingere ad adottare provvedimenti ancora più urgenti per le realizzazioni energetiche fondamentali per il Paese e per la lotta al cambiamento climatico, con il massimo coinvolgimento dei cittadini.

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L’idroelettrico avvantaggia solo le aziende, ma sfrutta l’ambiente e le popolazioni montane

di Ezio Roppolo e Mario Agostinelli

Nello scenario energetico italiano e internazionale alcuni aspetti della nostra realtà economica e politica trascurano o sottovalutano la “questione dell’idroelettrico” e, nel caso nazionale, la condizione svantaggiosa cui sono sotto sottoposte le popolazioni montane che ne usufruiscono. La produzione annua italiana di elettricità in Italia è di circa 280-300 TWh. La produzione elettrica dall’acqua che scende giù dai monti è quindi circa il 17%, cioè 45-50 TWh: un business vicino ai dieci miliardi di euro all’anno di fatturato, poco più di mezzo punto percentuale del nostro Pil. Questi terawattora sono quasi esclusivamente prodotti nei bacini delle nostre montagne e coprono 10,6 milioni di ettari, il 35% della superficie italiana.

Attualmente, i loro territori sono poco densamente popolati – circa 40 abitanti per chilometro quadro – prendendo come riferimento i dati della Valle d’Aosta e della provincia di Sondrio, i cui fondovalle sono peraltro molto più affollati. Se anche ipotizziamo che tutti costoro consumino in media come gli abitanti delle colline e delle pianure, anche se in pianura è insediato il maggior numero di industrie e tra loro le più “energivore”, possiamo facilmente comprendere che i territori montani meno popolati trattengano per il proprio uso solo una scarsa metà della produzione, 20-25 TWh, mentre la rimanenza viene utilizzata dal resto dell’Italia. L’energia idroelettrica prodotta tra i monti la consumiamo probabilmente entro un massimo di 50 km, quindi è quasi a chilometro zero, cioè con costi di trasporto molto più bassi di quella che si manda a Roma o a Milano. Possiamo inoltre aggiungere che anche gli “oneri di sistema” causati dalle funzioni di regolazione della rete non dovrebbero riguardare gli abitanti montani, dato che l’idroelettrico è molto “programmabile” e, semmai, contribuisce positivamente alla regolazione della rete.

Ora facciamo un po’ di conti in tasca per vedere dove vanno i denari delle bollette nel caso dell’idroelettrico, sia quelli “normali” che quelli “super” dovuti all’esplosione dei prezzi energetici degli ultimi mesi. Al fisco vanno direttamente 2,6 centesimi: il 13% di quei 20 centesimi di euro al KWh dovuto costantemente a impianti ad alimentazione prettamente naturale. Il ciclo dell’acqua anche in questo caso si rivela virtuoso, ma oneroso per chi convive con esso. Esiste poi un costo di distribuzione dell’energia che viene portata nelle fabbriche, negli uffici e nelle case di tutti a qualunque distanza arrivi la rete elettrica. Chi vive in montagna paga questo costo, comunque, al monopolio di Terna, posseduta indirettamente dallo Stato, che si prende il 17% per il trasporto e l’11% per gli oneri di sistema, cioè 5,6 centesimi di euro per ogni KWh consumato, anche se sta a “chilometro zero” dalla sorgente elettrica.

È evidente che “trasporto” e “sistema” dovrebbero costare molto meno ai montanari: l’energia è prodotta in loco e l’idroelettrico è molto programmabile, quindi non incide sulla gestione della rete: anzi, semmai la “aiuta”. Di conseguenza, per i territori interessati sarebbe probabilmente equo almeno dimezzare tale costo. Inoltre, il costo complessivo di tali oneri non dipende dal prezzo della fonte, quindi non dovrebbe variare se questo cambia con le dinamiche di mercato.

Valutiamo ora il costo effettivo della produzione. Il dato rilevato porta a una media di circa 5 centesimi di €/KWh (citiamo la fonte perché internazionale e autorevolissima). Tra imposte e tasse sui profitti, il fisco assorbe circa il 30% del totale (2,6+3,4 centesimi di euro) e Terna, proprietà indirettamente dello Stato e gestore della rete, un altro 28% (5,6 euro). Tolto il costo effettivo della produzione, ai concessionari/produttori rimane un utile del 40% [3,4/(5+3,4)]: un risultato veramente fantastico, per giunta con un rischio bassissimo, intrinseco nel business che è anche tecnologicamente molto maturo.

Il prezzo a 40 centesimi è quindi un inappropriato raddoppio rispetto alla “normalità” appena esaminata. Questa situazione verrebbe considerata un raro caso di “fallimento di mercato”; infatti, “lato domanda”, i consumatori sono obbligati a un consistente e indebito pagamento collettivo, mentre l’offerta ottiene un guadagno totalmente immeritato, perché ottenuto senza cambiamento o distinzione della capacità competitiva.

L’aspetto più tragicamente grottesco della questione dobbiamo però ancora descriverlo e riguarda l’incertezza che ha fermato le manutenzioni in tanti casi da oltre mezzo secolo. Per i bacini come per le autostrade! Quando, durante una camminata sui sentieri, osservate il centro dei laghetti sbarrati da dighe ripieni di residui, di alberi e rami, dovete pensare che per almeno 50 anni non si sono effettuati i dragaggi previsti dalle concessioni. Molte dighe con la siccità attuale a volte non contengono quasi più acqua: quindi tra poco diverranno “improduttive”, ma già ora non sono più in grado di svolgere funzioni di regolazione del flusso, utile per l’agricoltura o per la prevenzione di inondazioni. Situazioni analoghe se ne trovano molte, troppe, sopra la suola dello Stivale.

Ai territori montani rimangono il peso dei danni ambientali e gli svantaggi socioeconomici che hanno progressivamente spopolato le nostre valli, mentre ad altri vanno i benefici della disponibilità di energia elettrica. Su tutti grava lo stesso peso fiscale, pur beneficiando degli stessi servizi pagati con le tasse. I benefici economici della produzione di tutta la produzione idroelettrica vanno invece agli operatori, in grandissima maggioranza aziende di proprietà privata: sono pochi i casi di nostra conoscenza in cui la proprietà è prevalentemente o totalmente in mano a enti pubblici locali (anche se le municipalizzate si comportano come fossero ancora enti pubblici!).

Il governo attuale e gli operatori stanno armeggiando per rendere eterna questa situazione, sia attraverso il ddl Concorrenza sia rinviando a tempo indefinito la scadenza delle concessioni. Mantenere lo status quo aumenterà la protervia degli operatori nei confronti dei territori, delle amministrazioni locali, persino dei sindacati. Già ora questi soggetti si trovano a fronteggiare strapagati prìncipi del foro ogni rara volta che tentano di “alzare la cresta” e richiedere qualche minuscolo vantaggio per i propri abitanti. Dunque anche la meravigliosa capacità di trarre dall’acqua l’energia più pregiata che conosciamo senza nemmeno produrre emissioni nocive si è trasformata in un mezzo di sfruttamento indiscriminato dell’ambiente e della popolazione.

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