Così la legge delega del governo sul nucleare spinge la deregulation nell’autorizzazione di nuove centrali

di Mario Agostinelli e Giorgio Ferrari

La Convenzione sulla sicurezza nucleare (Cns) stabilita in ambito Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica), obbliga gli stati membri ad adottare un quadro legislativo e normativo in materia di sicurezza nucleare che deve riguardare anche la progettazione, la localizzazione, la costruzione, la messa in servizio e l’esercizio di nuove centrali nucleari.

In Italia questo complesso di norme e regolamenti riguardanti eventuali nuove centrali nucleari risulta del tutto inadeguato, dato che la normativa esistente (le Guide Tecniche dell’Enea-Disp) risalgono a prima dell’entrata in vigore della Cns e le attuali competenze dell’Isin non sono in grado di assolvere pienamente a questo compito, come riconosce la stessa Isin nel suo “Decimo rapporto sulla Convenzione per la sicurezza nucleare” pubblicato nel 2025.

La legge delega 2669 del governo Meloni tenta di aggirare questo ostacolo con un pericoloso escamotage che consiste nello stabilire “corsie preferenziali” all’autorizzazione in Italia di nuove centrali nucleari, se queste sono dello stesso tipo di quelle approvate dalle autorità di sicurezza di altri stati. Si tratta di una tendenziale deregulation nelle procedure di licencing (autorizzazione) che ha preso piede a livello internazionale a partire dagli Stati Uniti.

Già sotto la prima presidenza Trump, con voto unanime del Congresso Usa, furono varate le nuove linee guida per il rilancio del nucleare americano, le quali hanno trovato concreta applicazione nel 2025 con l’emanazione di tre ordini esecutivi del presidente Trump. Questi ordini mirano a ristrutturare l’intero settore nucleare, investendo il Dipartimento dell’energia (Doe), il Dipartimento della Difesa (Dod), l’Epa (ente di protezione ambientale) e soprattutto la Nrc (l’agenzia per la sicurezza nucleare).

Il Doe deve sviluppare al massimo “i reattori di prova qualificati”. Per reattore di prova qualificato si intende un reattore avanzato che soddisfa i criteri stabiliti dal Dipartimento, sufficienti a dimostrare che, dal punto di vista dello sviluppo tecnico e del supporto finanziario, il reattore può essere operativo entro due anni dalla data di presentazione di una domanda di esercizio. Il Doe, quindi, dovrà rivedere tutte le norme in materia di prescrizioni ambientali con l’obiettivo di accelerare e semplificare l’iter autorizzativo. Ma l’aspetto più preoccupante riguarda la Nrc a cui, senza mezzi termini, viene rimproverato di aver ostacolato la realizzazione di nuovi impianti nucleari applicando una eccessiva rigidità dei criteri di sicurezza che avrebbe scoraggiato gli investitori. La Nrc, dice Trump, deve promuovere l’energia nucleare, non ostacolarla: di qui una serie di indirizzi che minano nelle fondamenta gli standard di sicurezza finora applicati.

Le nuove autorizzazioni (cioè il licencing), che riguardino reattori sperimentali o di tecnologia consolidata, devono avere una prassi semplificata e accelerata. Semplificata riguardo alle prescrizioni e/o vincoli di natura ambientale che sono di competenza dell’Epa, accelerata perché si impone alla Nrc di rilasciare la licenza di esercizio entro 18 mesi dalla presentazione della domanda (precedentemente non esisteva vincolo temporale) e di 12 mesi nel caso di rinnovo della licenza richiesto dall’esercente. Inoltre, la Nrc dovrà adottare limiti di radiazioni diversi dagli attuali, riconsiderando la dipendenza dal modello lineare di no-threshold per l’esposizione alle radiazioni e da quello Alara (As Low As Reasonably Achievable, cioè quanto più basso ragionevolmente raggiungibile), considerati troppo restrittivi.

Lo scopo di questa imponente ristrutturazione è quello di ripristinare il primato mondiale degli Usa nella tecnologia nucleare attraverso una politica aggressiva che sul piano interno prevede di passare dagli attuali 100 Gw di potenza nucleare installata a 400 GW entro il 2050, mentre sul piano internazionale si punta ad esportare la tecnologia nucleare statunitense incentivando le società nucleari americane a diventare partner privilegiati nelle scelte nucleari dei paesi alleati – come l’Italia – degli Stati Uniti.

Questi aspetti trovano un preciso riscontro nel disegno di legge delega del governo Meloni e precisamente al paragrafo l dell’Art. 3, dove è scritto: “previsione di specifici regimi amministrativi per il riconoscimento di titoli abilitativi già rilasciati dalle competenti autorità di uno Stato membro dell’Agenzia per l’energia nucleare (Nea) dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico o di uno Stato con il quale sono stati stipulati accordi bilaterali di cooperazione tecnologica e industriale nel settore nucleare e ferme restando le competenze dell’Autorità di cui alla lettera dd)”. In pratica qualora un progetto di reattore venga licenziato in un paese membro della Nea (Agenzia per l’energia nucleare) di cui fanno parte sia Italia che gli Stati Uniti, questo progetto potrebbe beneficiare in Italia di un iter autorizzativo semplificato.

Tenuto conto che la Nea (a differenza della Aiea) è un organismo politico creato in sede Ocse dai governi che vi aderiscono, si comprende come la legge delega del governo Meloni contenga in sé i presupposti per una deregolamentazione delle procedure e degli standard di sicurezza da applicare alle future centrali nucleari previste dalla legge delega 2669, le quali, peraltro, essendo soggette ad autorizzazione unica in quanto opere di pubblica utilità, già godono di un iter autorizzativo semplificato. Una ragione in più per contrastare un ritorno del nucleare nel nostro Paese, che sarebbe affidato oltre ogni prudenza alle dipendenze di Meloni da Trump e dalla sua inusitata e perversa smania di deregolamentazione.

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Sulle bollette il governo non risolve ma redistribuisce. Un altro incentivo al gas

Abbiamo già rilevato in precedenti post come il disegno di legge sul cosiddetto “nucleare sostenibile” pretendesse di considerare il ritorno dell’atomo come complementare e necessario all’affermarsi delle rinnovabili. Anche il “Decreto Bollette” approvato il 18 febbraio 2026 dal Consiglio dei Ministri viene ora presentato come uno strumento per ridurre i costi per i cittadini e favorire la transizione energetica verso sole, vento ed acqua. Un’analisi del suo impianto, però, mostra un indirizzo ben diverso: il provvedimento incentiva l’uso del gas nel mix elettrico minando l’espansione delle FER e, nel complesso, il quadro normativo tende a rafforzare le tecnologie fossili nella fase di prezzo, con effetti negativi su bollette, investimenti per energie pulite e decarbonizzazione.

Il cuore del tema del decreto è l’articolo 6 che, dal 1° gennaio 2027, introduce rimborsi ai produttori termoelettrici per gli oneri di trasporto del metano verso gli impianti di combustione e prevede per le centrali turbogas la compensazione degli oneri ETS, previa autorizzazione europea in materia di aiuti di Stato. Poiché il prezzo all’ingrosso dell’elettricità è spesso determinato dagli impianti a gas nelle ore in cui fissano il prezzo marginale, la sterilizzazione parziale di costi variabili come trasporto e crediti di emissione di CO2 riduce il loro costo di offerta e abbassa i prezzi in quelle fasce orarie. Ne deriva un beneficio immediato per il prezzo spot, ma anche una maggiore competitività del gas a scapito delle rinnovabili e della flessibilità di sistema senza effetti complessivi, ma solo una redistribuzione – come vedremo avanti – dei costi dell’energia che finiscono sugli utenti finali in bolletta.

L’effetto è duplice. Nel breve periodo, il gas aumenta il proprio ruolo nel dispacciamento, prolungando l’operatività della filiera GNL–rigassificatori–turbogas e comprimendo le rendite inframarginali delle tecnologie non emissive e dello storage, che vivono di differenziali di prezzo tra ore. Al contempo, il segnale economico della penalizzazione sulla CO2 emessa, che a livello Ue resta invariato, verrebbe attenuato per gli operatori italiani del settore del gas, riducendo l’incentivo a sostituire o decarbonizzare tali impianti. Il rischio è un “sequestro” tecnologico: il gas permane come riferimento per più anni, rallentando la velocità di penetrazione delle FER.

Il costo della misura non scompare: viene redistribuito. I rimborsi ai termoelettrici sarebbero coperti tramite nuove componenti in bolletta sui prelievi elettrici, con maggiori oneri per famiglie e PMI. In assenza di interventi strutturali, si ottiene quindi una riduzione selettiva e temporanea dei prezzi in alcune ore, controbilanciata da un aumento di voci tariffarie in capo ai consumatori finali. Si scambiano sconti immediati con oneri differiti, senza incidere sul costo complessivo del sistema.

La tesi di fondo del decreto è chiara: non si riduce il costo dell’energia, lo si ripartisce in modo diverso tra categorie, vettori e tempi. Le scelte davvero risolutive restano rinviate: riforma degli oneri generali, razionalizzazione delle rendite, potenziamento del bonus sociale in chiave mirata, investimenti su reti e interconnessioni, accelerazione efficace delle FER e dell’efficienza energetica. Solo queste leve possono abbassare in modo duraturo la bolletta media, insieme a segnali di prezzo coerenti per lo storage e la gestione della domanda.

Sul piano degli investimenti, il nuovo assetto rischia davvero di scoraggiare iniziative in rinnovabili e flessibilità, spingendo gli operatori verso regimi più regolati e garantiti, con potenziale aumento del costo sociale. L’esito effettivo per quanto riguarda la compensazione degli oneri ETS dipenderà però da due variabili decisive: le decisioni europee sugli aiuti di Stato – tutt’altro che scontate – e i dettagli attuativi di ARERA (l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente), inclusi definizioni, monitoraggio delle offerte, tetti e obbiettivi dei rimborsi.

In conclusione, il decreto privilegia un pragmatismo di breve periodo che evita nuovo debito e potenziali contenziosi, ma scambia tempo con trasparenza e sposta costi nel tempo e tra soggetti. Senza una cura strutturale il sistema non diventa meno costoso: cambia solo chi paga, quando e come. Finché non si taglia la spesa parafiscale in bolletta e non si raddrizzano gli incentivi di mercato e di rete, la bolletta media pagherà redistribuzioni complesse più che una vera riduzione del costo dell’energia. Se il gas resta il vero protagonista su cui fondare le proprie scelte, il governo sembra alimentare una logica che ostinatamente ritarda la rivoluzione delle rinnovabili. Del resto, le richieste di un incremento degli acquisti di gas americano, che Donald Trump aveva strappato a Meloni nell’incontro di Washington dell’aprile 2025.

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Il governo punta a un nucleare complementare alle rinnovabili. Peccato sia già stato bocciato

Nel ddl 2669 del governo sul nucleare “sostenibile” in discussione alla Camera dei Deputati in questi giorni, una delle ragioni a sostegno del ritorno dell’atomo in Italia dopo due referendum abrogativi viene individuata nella presunta necessità di fornire il supporto di centrali nucleari come carico di base (baseload) a sistemi avanzati di fonti rinnovabili variabili (VRE), dove per VRE si intendono le reti solari ed eoliche su larga scala integrate negli anni a venire con batterie e pompaggi.

L’uso combinato delle due tecnologie – rinnovabili e nucleare – sarebbe cioè finalizzato a creare sistemi elettrici decarbonizzati e a basso costo, fornendo una generazione stabile (quella nucleare) per bilanciare l’intermittenza di sole e vento. In sostanza, il ddl 2669 propone un nucleare “complementare” alle rinnovabili per garantire – così viene dichiarato – stabilità e sicurezza alla fornitura e contenimento dei costi.

Una prospettiva, quella dell’impiego di reattori a fissione in funzione di baseload, che non potrebbe essere tradotta in realtà prima di 15-20 anni effettivi e che dovrebbe favorire un nucleare – cosiddetto “sostenibile” – inserito in una rete europea già fortemente interconnessa, con grande penetrazione di solare, eolico e batterie, come nello scenario al 2045 delineato da Esys (Energy Systems of the Future), uno studio commissionato dalle accademie tedesche a cui faccio riferimento. Ma proprio questo studio documentatissimo boccia irreparabilmente la complementarietà tra nucleare e rinnovabili.

Lo studio Esys ha infatti analizzato il ruolo delle centrali a baseload (intendendo con questo termine impianti progettati per operare in modo continuo e stabile 24 ore su 24, coprendo il fabbisogno minimo di energia elettrica richiesto dalla rete) in un sistema energetico europeo completamente decarbonizzato entro il 2045. I risultati indicano che un sistema basato principalmente su VRE, supportato da flessibilità della domanda, interconnessioni di rete e tecnologie di accumulo, è tecnicamente robusto ed economicamente sostenibile senza la necessità di nuove capacità baseload, né atomiche né a gas a sequestro di CO2.

Infatti, le centrali di baseload, come quelle nucleari, potrebbero anche essere integrate nei sistemi energetici futuri, ma il loro impatto sui costi complessivi del sistema risulterebbe marginale. Inoltre, la loro competitività economica dipenderebbe da una significativa riduzione dei costi operativi e di investimento, che al momento appare improbabile.

Nello specifico è stato evidenziato come le centrali a baseload potrebbero essere competitive solo se i loro costi di capitale (Capex) e i costi livellati dell’energia (Lcoe) raggiungessero livelli molto bassi, oggi impossibili. Per il Capex, se il costo di costruzione supera i 15.000 €/kW, nessuna nuova capacità baseload sarebbe conveniente economicamente da integrare nel sistema. Anche un Capex di 10.000 €/kW risulta non competitivo se associato a costi operativi variabili elevati come nel caso del normale nucleare da fissione.

Per il Costo Livellato dell’Energia (Lcoe) la soglia massima di competitività per le centrali a baseload sarebbe di circa 80 €/MWh e, per ottenere un’espansione significativa, i costi dovrebbero scendere a livelli di circa 40 €/MWh, un valore considerato irrealistico in base alle attuali strutture di costo del nucleare.

Nel caso del nucleare da fissione i progetti più recenti hanno infatti registrato costi di costruzione elevati (10.000-15.000 €/kW) e ritardi significativi. A livelli di Lcoe più elevati (ad esempio, 80 €/MWh), la capacità di baseload diventa non competitiva rispetto alla VRE e nel caso del nucleare dove Lcoe sale oltre i 110€/MWh non se ne parla proprio.

Anche le promesse dei reattori modulari (Smr) rimangono teoriche, senza prototipi commerciali e, comunque, anche nelle previsioni dello studio qui preso in considerazione, ancor più fuori gioco dei reattori a grande dimensione.

Da ultimo, va detto che la redditività di un eventuale baseload dipende da un ampio ricorso all’elettrolisi per l’idrogeno, necessaria a garantire un alto utilizzo dei reattori nei tempi in cui l’elettricità da loro prodotta non sia richiesta dalla rete cui fanno da baseload. Ma sia i costi futuri che i fattori di capacità per l’elettrolisi sono tuttora molto incerti.

Anzi, l’idrogeno appare più efficiente come accumulo — anche stagionale — per assorbire gli eccessi delle rinnovabili, piuttosto che come stampella per alti utilizzi di impianti nucleari, di per sé poco flessibili e costretti a funzionare per il pieno di ore all’anno per contenere l’Lcoe al variare del tempo di funzionamento.

In conclusione: mentre le fonti rinnovabili, supportate da flessibilità e accumulo, rimangono la soluzione più economica e scalabile, le centrali a baseload non sono essenziali per un sistema energetico decarbonizzato e sicuro. La loro competitività economica è limitata, come esposto, da costi elevati e da incertezze tecnologiche, che potrebbero limitare seriamente e irrecuperabilmente la capacità di adattarsi alle nuove tecnologie rinnovabili in espansione.

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La transizione energetica a Civitavecchia rallenta: così ci perde l’intera strategia italiana

Ora che viene alla luce l’incredibile vicenda della messa a riserva delle centrali a carbone di Civitavecchia e Brindisi dopo lo spregio di decenni verso due popolazioni martoriate nella salute e nell’habitat naturale, forse si guarderà con più sospetto anche all’azione di tre anni di governo Meloni nei confronti del progetto di eolico offshore al posto del metano validato nel territorio civitavecchiese da un forte movimento che ha coinvolto la società civile e le istituzioni locali per sostituire un futuro turbogas – già in progetto per Enel – con una credibilissima proposta tutta rinnovabile.

Ho seguito fin dall’inizio un’esperienza di risalto nazionale che ha creato le condizioni per abbandonare un progetto di combustione di metano in un turbogas da 1800 MW a favore di un impianto sostitutivo al largo delle coste con una potenza di 720 MW adeguata alla sostituzione di fossile con il vento. La sostituzione, di potenza comparabile ma significativamente ridotta, si avvaleva di abbinare all’impianto di produzione anche accumuli e interconnessioni di rete, in modo da rispondere a problemi di stabilità e sicurezza della rete. Insomma, un progetto realisticamente suppletivo, che non si limitava ad un cambio qualitativo di fonti energetiche, ma richiedeva che l’intera area di Civitavecchia si convertisse ad ulteriori destinazioni delle aree dismesse verso solare e idrogeno verde. Ma non solo: la discussione pubblica ha fatto progettare una comunità energetica, ha dato il via alla solarizzazione delle banchine del porto e ad una riduzione consapevole e incentivata dei consumi in termini di solidarietà anche con i cittadini più esposti al caro bollette.

Tutti argomenti che. a parole, stanno anche nelle intenzioni del Governo, ma non nei fatti conseguenti. Eppure, una simile proposta è stata maturata con il consenso di lavoratori, studenti, associazioni ambientaliste, comitati, federazioni e cooperative di produttori e consumatori, la Cgil e la Uil locali. Un consenso che ha avuto riflessi anche nel passaggio dell’amministrazione comunale ad una nuova prospettiva rispetto a quelle più legate alla storia fossile del territorio e bene interpretata oggi da un sindaco realista, combattivo e molto rappresentativo della svolta.

Forse è proprio questa svolta dal basso che non piace al Mase e al Governo, che – tutti presi dal “nuovo nucleare” di Pichetto Fratin e dal gas delle metaniere d’oltreoceano concordato con Trump – non trovano di meglio che dilazionare all’infinito i tempi per l’impianto in mare già finanziato e in fase di prefattibilità accertata anche per la Joint Venture già costituita per la sua realizzazione dal fondo danese Copenhagen Infrastructure Partners, Cassa Depositi e Prestiti ed Eni Plenitude.

Ora, nello stillicidio di rimandi e di incertezze per la realizzazione dell’eolico a Civitavecchia, non si trova di meglio che ipotizzare la procrastinazione al 2038 della destinazione dell’area della centrale a carbone e del carbonile messi “a riserva”, ma senza alcun piano confrontato col territorio. Si tengono così in sospeso sia gli occupati in centrale da mettere in mobilità che gli addetti dell’attuale indotto da riconvertire anche professionalmente, oltre ad una manodopera anche giovanile da formare, imprenditorialità da mobilitare, progetti per il porto come nuovo hub mediterraneo per le rinnovabili.

Si guarda al passato e non al futuro, forse per una specie di lezione da dare a chi non siede nei Consigli di amministrazione delle lobby e guarda prima alla biosfera che alla geopolitica, o, comunque, non si è adattato a pensare al futuro se non partecipando a costruirlo fuori dai fossili e dalle guerre. In fondo, trovo che ci sia molta politica in questa vicenda e davvero punti di vista che andrebbero valorizzati tra quanti credono nell’autonomia dei territori, nella partecipazione come presidio della democrazia, nella possibilità di combattere concretamente il cambiamento climatico anche dai territori in cui si vive.

Mi aspetto che anche la politica nazionale si occupi non solo della vicenda incredibile della messa a riserva del carbone (quando sono le rinnovabili che comandano la svolta energetica nel mondo, non Trump!), ma anche del ritardo imposto incresciosamente alla svolta di Civitavecchia. Un esempio di mobilitazione e lungimiranza che mi piacerebbe venisse assunto a riferimento anche per quella deriva dei media che ormai guardano più in alto che ai movimenti dal basso della società civile. Parliamone, allora! In fondo, anche qui, dal territorio che si continua a mobilitare, viene una risposta all’arroganza di Trump: la fuoriuscita dai fossili, sconfitta alla Cop30 e osteggiata dal tycoon, marcia ancora nelle rappresentanze dei cittadini, nelle istituzioni democratiche e nei movimenti che hanno capito che anche dal modello energetico viene un contributo alla pace. E ogni governo democratico ne dovrebbe rispondere, indipendentemente dalle amicizie che vanta sull’altra sponda dell’Atlantico.

Questa vicenda, tuttavia, non è un caso isolato né una questione puramente locale; è lo specchio di uno schema nazionale più ampio e preoccupante. La resistenza incontrata a Civitavecchia rappresenta plasticamente la crisi di visione del Paese sulla transizione energetica. Da una parte abbiamo territori pronti a farsi hub tecnologici e laboratori di partecipazione, capaci di attrarre grandi investimenti internazionali, dall’altra un sistema decisionale centrale che sembra utilizzare la burocrazia e la “messa a riserva” dei fossili come scudo per non affrontare il cambiamento.

Se l’eolico offshore di Civitavecchia resta al palo, non perde solo il litorale laziale, ma perde l’intera strategia energetica italiana, che rischia di restare ancorata a un modello vecchio, centralizzato e dipendente dalle fluttuazioni della geopolitica del gas. La “partita di Civitavecchia” è la partita di ogni area industriale da riconvertire: è il test per capire se l’Italia vuole davvero essere protagonista della rivoluzione verde o se preferisce restare la retroguardia d’Europa, aggrappata a ciminiere che appartengono al secolo scorso. La transizione non è un decreto calato dall’alto, ma un processo sociale che, se ignorato, finisce per tradire non solo l’ambiente, ma il lavoro e la democrazia stessa.

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Pichetto Fratin vuol fare dell’Italia l’hub europeo del metano: il governo prova una vera avversione per le rinnovabili

Della fase attuale ricorderemo non solo le intemerate di Trump, ma anche la linea di galleggiamento con cui il governo Meloni sta affrontando le emergenze in corso, con arretramenti e rimandi che costeranno cari a questa e alle prossime generazioni. Qui voglio prendere in considerazione il profondo arretramento in corso sui temi della transizione energetica, che avviene in una specie di zona franca a cui l’opinione pubblica presta scarsa attenzione.

Proprio a cavallo del cambio d’anno, mentre gli Stati Uniti provano a prendere possesso delle riserve di gas e petrolio del mondo, il ministro Pichetto Fratin sul Messaggero del 5 gennaio avanza la richiesta di fare dell’Italia l’hub europeo del metano, mentre propone il mantenimento in riserva attiva delle centrali a carbone di Civitavecchia e Brindisi. Un autentico “bengala nella notte” non avvistato nemmeno dal campo largo, così attento alle esternazioni da equilibrista di Meloni. Nelle dichiarazioni del Ministro dell’Ambiente c’è il compimento di un cambio di passo già annunciato a Bruxelles nelle pressioni per una regressione dell’ex Green Deal Ue e inverato nella posizione contro l’abbandono dei fossili esplicitata dalla delegazione italiana alla Cop30 di Belem.

Pichetto Fratin, dopo aver accennato impavido all’impresa di Trump a Caracas (“I giacimenti del Venezuela sono stimati in 300 miliardi di barili, un quantitativo che può rappresentare per l’Italia mille anni di sopravvivenza” – con un aumento di temperatura del globo non certo da sopravvivenza), dice che “l’Italia può spingere sulla sua produzione nazionale di gas e petrolio per aiutare ancora le imprese”, e fare da ricettore privilegiato del Gnl americano, ma lo deve fare in una dimensione e in un “asse in Europa, in particolare con la Germania di Merz”.

Una strategia di lungo periodo, quindi, che rende ragione di come l’opzione per il “nucleare sostenibile”, così sbandierata nella seconda metà del 2025, in realtà nasconda un’avversione alle rinnovabili come sostitutive dei fossili: una fonte, quest’ultima, a cui si affida ancor oggi ampia sicurezza in spregio al cambiamento climatico e alla salute della popolazione, ipotizzando perfino nuovi rigassificatori lungo le nostre coste.

E qui prende corpo “l’opportunità di mantenere ferme in sicurezza le centrali a carbone di Civitavecchia e Brindisi, per prevenire emergenze energetiche future, dato che siamo dipendenti dall’estero per l’85% della nostra energia”. E’ come se si volesse far pagare ancora alle popolazioni e ai lavoratori di due aree vulnerate per decenni il loro ardire per avere individuato soluzioni non più fossili alla sorte cui erano destinate da un modello che oggi è necessario superare. A questo proposito, è importante la coraggiosa presa di posizione dei segretari Pd delle due città, interpreti anche della società civile locale, che critica duramente il governo per l’incertezza sul futuro del carbone, accusandolo di abbandonare i territori che hanno già subito sacrifici ambientali e chiedendo un piano di riconversione serio e concreto dopo lo stop ai progetti di reindustrializzazione sulle vaste aree delle centrali. Progetti nati dal basso e che assicurerebbero occupazione e risanamento ambientale, come richiesto anche dal sindacato e dalle istituzioni locali.

In un articolo in risposta alle posizioni del Ministro del 5 gennaio è intervenuto un docente dell’Università dell’Insubria, che ha puntualmente confutato la svolta – perché di questo si tratta anche rispetto alle posizioni ufficiali spesso coperte da ipocrisia – del responsabile del governo che ha in effetti esposto una “piattaforma” di rilancio in tempi lunghi del fossile a partire dal Centro e Sud della penisola, già così disallinearti rispetto allo sviluppo che occorrerebbe riconsiderare.

Quando si afferma che “siamo dipendenti dall’estero per l’85% della nostra energia”, – e lo dice un responsabile del governo che dovrebbe avere il massimo di rigore nell’informazione – va ribadito che in realtà il dato è sceso nell’ultimo anno al 72% grazie allo sviluppo delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica. Fonti rinnovabili che andrebbero incentivate anche con un piano industriale nazionale a partire dal rafforzamento di impianti come Vestas a Taranto per l’eolico o 3Sun a Catania per il solare.

E infine, se volessimo diventare, in onore di Trump, la piattaforma di ricezione del gas da distribuire ai Paesi nostri vicini, dovremmo ricordare che tra il 2021 e il 2023 i consumi di gas in Europa sono scesi di quasi il 20% e sono ormai arrivati ai livelli del 1995-1996. Le prospettive future sono ovviamente da verificare, ma secondo Ember in base ai piani nazionali i consumi dovrebbero diminuire del 7% entro il 2030; mentre secondo l’Institute for energy economics & financial analysis potrebbero crollare addirittura del 25%. A chi dovremmo poi venderlo tutto questo gas? E chi pagherebbe per infrastrutture obsolete come i rigassificatori e le condotte?

Sarebbe bene che un movimento solido tornasse ad occuparsi delle politiche energetiche e industriali e che la politica ne facesse un centro di attenzione, anche per toglierci dalle secche attuali e salpare verso un altro mondo possibile e necessario.

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