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Dal Tirreno all’Adriatico: la democrazia del metano

Extraterreste Mario Agostinelli, Alfiero Grandi, Aprile 2021

Seguiamo da tempo la vicenda di Civitavecchia dove l’intera città in tutte le sue articolazioni chiede che la transizione energetica nel suo territorio non passi dal carbone al gas e lo pretende dopo aver costruito in confronti con esperti e ricercatori un progetto alternativo, con eolico e piattaforme fotovoltaiche galleggianti off-shore del tutto analogo a quello che Saipem ha annunciato di realizzare a Ravenna. Ora ci si dovrebbe domandare: perché le istituzioni interessate e coinvolte, dalla Regione al Governo – se si esclude il Consiglio Comunale e il Sindaco della città laziale – tacciono in modo inquietante sulla sponda del Tirreno, mentre su quella adriatica i permessi per impianto eolico e fotovoltaico da 620 MW sono calendarizzati e a portata di approvazione? 

Una richiesta ufficiale inviata da oltre un mese dal Sindaco di Civitavecchia al Ministro Giovannini per tracciare il corridoio marino su cui collocare le pale eoliche sostitutive dell’impianto a metano non ha avuto ancora risposta. Due pesi e due misure?

Siamo ben lieti che l’intuizione di Saipem – che tra l’altro ha già partecipato a grandi installazioni nel mare del Nord – sia in piena sintonia con la politica energetica UE, anche se l’entusiasmo è moderato dalla caparbietà con cui l’ENI insiste per produrre idrogeno blu con l’uso di energia prodotta da turbogas, sempre nel ravennate, a poca distanza.

Crediamo che la contraddizione trovi una spiegazione che ha a che fare con un certo dispregio della democrazia dal basso e che il tentativo di imporre soluzioni dall’alto stia tutta all’interno di decisioni e convenienze economiche delle imprese, anche quando si hanno conseguenze negative sull’ambiente e sulla salute e precludendo nuova occupazione in maggiore armonia con la natura. La differenza tra Civitavecchia e Ravenna, in buona sostanza, sta nel fatto che nel Lazio viene contestata dagli abitanti la decisione aziendale dell’ENEL di bruciare metano al posto del carbone, celiando sulla neutralità climatica al 2050, mentre in Romagna la decisione viene presa direttamente sulla base delle convenienze e delle future strategie di mercato di Saipem, che, oltre che a rafforzare posizioni acquisite nell’eolico all’estero è tenuta a riconvertire le piattaforme marine adriatiche ormai insostenibili. Magari con la pretesa di attenuare lo scandalo di produrre idrogeno ad opera della sua consociata a pochi KM di distanza.

Quindi a prevalere è alla fine la visione dell’azienda, sia quando fa una scelta condivisibile che quando ne fa una sbagliata: noi pensiamo che occorre introdurre il terzo incomodo e cioè il punto di vista dell’interesse generale delle popolazioni e i vincoli dell’Europa. 

Im un frangente così straordinario si dovrebbe aprire un dibattito autentico sulla dimensione nazionale di questi grandi cambiamenti, per far crescere il Paese sul tema della riconversione ecologica, rifiutando la tesi che sia materia soltanto da specialisti, quasi sempre dettata da estensori assunti nelle imprese energetiche e rivista dai loro consulenti, con l’unico obiettivo di salvaguardare l’atteggiamento conservatore di troppe aziende. Sull’energia sta avvenendo qualcosa di simile alla privatizzazione dell’acqua, che procede in sordina. Qual è la posizione del governo? Contraddire l’esito del referendum per favorire il ruolo “di mercato” che la partecipazione pubblico-privato affermerebbe definitivamente con il sostegno finanziario dei PNNR?

Avremmo molte motivazioni, confermate da prestigiosi studi internazionali sia in campo economico che scientifico per confutare la scelta ENEL (appoggiata da ENI) su Civitavecchia. L’abbiamo già fatto in molte occasioni e rimandiamo ad esse, ma, soprattutto, vorremmo si tenesse conto della risorsa politica e democratica rappresentata dalle posizioni espresse dalle forze politiche locali e dalla società civile, dai comitati, dai Sindacati, dalle Associazioni degli artigiani e dei commercianti. 

Occorre riconoscere che si pone una questione di primordine in una fase storica straordinaria e drammatica, in cui l’emergenza si affronta se si è consapevoli che non si tratta di scegliere tra passato e futuro ma tra futuri diversi, più o meno fecondi di speranze a seconda che queste vengano partecipate e corroborate da autentica sapienza popolare. L’ENEL ha già misurato a Civitavecchia la reazione di cittadini, lavoratori e loro rappresentanze ai diktat che Tamburi ha trasmesso attraverso la pagina locale del Messaggero.

I bilanci in espansione degli enti energetici non bastano più a convincere. Ne va del futuro di generazioni e il prezzo pagato è quello di territori sottomessi e passivi, anche sul piano della ricerca, della conoscenza diffusa, dell’informazione elaborata in comune. Sotto questo profilo, preoccupano le dichiarazioni del ministro Cingolani dopo l’incontro con Symbola dell’8 Aprile. “E’ ovvio – afferma – che abbiamo un obiettivo di decarbonizzazione al 2050, e di parziale decarbonizzazione al 2030 e che dobbiamo fare il possibile per eliminare i combustibili fossili. Il Gas sarà l’ultimo a sparire perché ci consentirà di portare avanti la transizione”. In queste dichiarazioni non c’è il minimo allure della novità ecosostenibile e del ruolo di traino che dovrebbe esercitare il PNRR come ci si aspettava dal nuovo Ministro. 

In rete girano centinaia di osservazioni sul PNRR, ma non sembrano approdare ai piani alti separati, dove si parla di “robotica e fusione”, ma intanto si mantiene viva la penetrazione del gas nel nostro tessuto produttivo e manifatturiero, a discapito di una politica industriale che gareggi con Germania e Francia nella ricerca, nell’innovazione e nell’occupazione di qualità, a partire dal Mezzogiorno.

Laudato Sì, CDC e Nostra, tre associazioni di diversa ispirazione, hanno deciso in un dibattito aperto di affrontare i nodi della ecologia integrale sotto il profilo della democrazia, della giustizia sociale e dell’abbandono dei fossili: lo faranno in un webinar il 17 aprile per imprimere ai PNNR la direzione di svolta finora per nulla evidente.

Mario Agostinelli, Alfiero Grandi 

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Produzione e consumo di energia non sono infiniti

Mario Agostinelli, Andrea Ranieri, 13.12.2020
Ambiente e sindacato. Accanto al miraggio della decrescita felice c’è il rischio della decrescita infelice.


La risposta della Filctem Cgil all’appello di Castellina e Muroni rivela come una parte del sindacato sia ancora lontana dall’aver recepito la drammaticità del momento storico che stiamo vivendo. Il messaggio di Francesco, degli studenti di Greta e del mondo scientifico stanno rimettendo in discussione il rapporto tra uomo, elementi naturali e biosfera, chiarendo quanto la sopravvivenza e la giustizia sociale siano irreversibilmente a rischio. La portata del disastro e il tempo limitato a disposizione per affrontarlo di cui trattano nel loro appello Castellina e Muroni assieme al lento declino della vita vegetale e animale può convincere il mondo del lavoro ad uscire da una posizione puramente difensiva e diventare punto di riferimento essenziale di una trasformazione radicale del modello di sviluppo.


Oltre la pandemia, le emergenze sempre più prossime fanno sì che lo sviluppo debba cedere il passo al bisogno di sopravvivenza: una autentica rottura. Ad esempio, la necessità di porre la questione
sanitaria al centro della ricerca scientifica e della stessa prospettiva della produzione sta già spezzando l’andamento della spirale della crescita tecnologica, visto che il vaccino sta nell’ottica della salvaguardia della specie, in luogo della cura rivolta al singolo.

Dall’idea del progresso lineare e infinito dentro al meccanismo del consumo, nel pensiero umano prende prevalenza la logica di una ugualitaria conservazione della specie. Un fatto del genere non era capitato neppure di fronte al richiamo del mutamento climatico, nonostante gli sforzi di Francesco, di Greta, degli studenti, degli ecologisti ancora assortiti per culture nazionali diverse.


Queste novità sfuggono imprudentemente al documento del sindacato energia. Non sono i fior fiori di ingegneri e tecnici iscritti alla Cgil che dovrebbero chiarirci le linee della svolta necessaria: anch’essi, come noi, sono figli di una educazione non interdisciplinare, che sa ben trattare la
trasformazione di materia e energia, ma non presta attenzione agli effetti irreversibili che, oltre una soglia, la tecnologia può procurare alla comunità umana, alla vita e alla riproduzione di tutto il vivente. In fondo, almeno negli ultimi cinquant’anni, c’eravamo abituati alla penuria d’acqua, alla furia dei tornado, all’erosione del suolo, ma trascuravamo, non senza colpa, i danni procurati da una crescita incontenibile di energia.


Finora la ricaduta sui territori è stata elusa e la discussione è rimasta ai piani alti. Non sarà mai più così. Noi abbiamo di fronte l’esperienza sul nascere di Civitavecchia, dove la pretesa degli enti energetici di ricondannare le popolazioni già colpite nel passato ad un futuro a metano, sta suscitando un autentico movimento popolare e dove la Cgil territoriale, assieme alla Uil, ha avanzato la richiesta di mettere in rete tutti i comitati e le associazioni che avanzano proposte alternative per
la riconversione della centrale a carbone, ottenendo l’attenzione di medici, studenti, associazioni ambientaliste, sindacati di categoria e cittadini, che hanno reso pubblica una totale convergenza in
una trasmissione molto significativa sulla rete TV locale.


Siamo, dicono i partecipanti alla trasmissione, ad un momento storico, ad un voltar pagina, che può contare su ricerca, occupazione qualificata, sviluppo del territorio con ridotto impatto sull’ambiente e con il sostegno, per la prima volta, di una finanza Ue che allenta i criteri di pura competizione tra le singole nazioni. Purtroppo, l’illusione che non ci fosse freno al consumo di energia è rimasto nel bagaglio delle nostre generazioni già da quando andavamo a scuola.

A quella storia rischia di
rimanere appeso il sindacato dei lavoratori dell’energia, che quando parla di transizione pensa che molto possa a parole cambiare, ma che esista una soglia di danno – quella in particolare provocata da nuovi investimenti in gas – tollerabile per un “green washing” delle imprese e utile per la tutela dei lavoratori attualmente occupati. Ignorando così le ben più consistenti possibilità occupazionali per loro e per i giovani del territorio, che potrebbero derivare da una riconversione davvero verde
della produzione di energia e dalle possibilità di sviluppo che si aprirebbero per l’intero contesto territoriale.


Questa saldatura sul territorio fra organizzazione sindacale e associazione della cittadinanza attiva,


la volontà manifestata dalla Camera del Lavoro di assumere come livello di decisione, quando le questioni di politica del lavoro e di politica economica riguardano la vita di tutti i cittadini, un ambito più grande di quello dei lavoratori attualmente sindacalizzati, è un esempio importante di quella “Camera del lavoro di strada” che più volte Maurizio Landini ha evocato. Restringere l’ambito della determinazione delle posizioni al sindacato di categoria, alla ragionevolezza di quello che è possibile fare dentro l’attuale modello di sviluppo, magari riuscendo a redistribuire i profitti in maniera più equa, è certamente una visione alternativa a quella decrescita felice che la Filctem sembra ritenere
il pericolo maggiore da esorcizzare, ma rischia di mantenerci prigionieri di quella decrescita infelice che caratterizza ormai gli ultimi anni della nostra storia.


© 2020 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE

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Centrale Enel a Civitavecchia: ecco la svolta green della Cgil

– Massimo Franchi, 13.12.2020
Ambiente e Lavoro.

Proprio nei giorni in cui l’ex Ilva torna pubblica arriva una svolta importante da quella «piccola Taranto» che è Civitavecchia. Una svolta che ha molto a che vedere con il dibattito partito sul manifesto con l’intervento di Luciana Castellina e Rossella Muroni sul tema sindacato e ambientalismo.

La svolta riguarda l’atteggiamento della Cgil verso il progetto di riconversione della centrale Enel di Torrevaldaliga Nord. Una riconversione che il gigante dell’energia a proprietà pubblica ha deciso sia fatta usando come combustibile il gas. Una scelta ora apertamente criticata dalla Cgil di Civitavecchia che invece chiede di passare all’idrogeno e alle fonti rinnovabili.

La svolta ambientalista della Cgil arriva alla fine di un lungo percorso di ascolto e confronto con il territorio concluso qualche giorno fa. «La Camera del lavoro è stato un punto di aggregazione e di convergenza fra le tante associazioni sul territorio spiega la segretaria della Cgil di Civitavecchia Stefania Pomante . Un territorio che da 70 anni sta pagando un prezzo molto alto sotto l’aspetto dell’inquinamento e della salute e che ora lancia un progetto di rilancio ambientale e occupazionale basato sull’uso dell’idrogeno, dell’eolico e del fotovoltaico, messo a punto assieme a tecnici dello stesso territorio a dimostrazione che non siamo il partito del no ma vogliamo sfruttare una situazione storica senza precedenti: le fonti rinnovabili possono dare più lavoro e i fondi europei fanno superare la frattura fra lavoro e salute».

UNA MOSSA CHE FA SINTESI anche delle posizioni articolate delle varie categorie. La centrale Enel ha dato lavoro per decenni a migliaia di persone, scese di molto dall’ormai lontano 2003 quando iniziarono i lavori di riconversione. I dipendenti diretti sono ora 320 e sono sostanzialmente lavoratori elettrici in Cgil coperti dalla Filctem. A loro però vanno aggiunti 460 metalmeccanici e dunque tutelati dalla Fiom che lavorano nella manutenzione e nella pulizia industriale. Al computo vanno infine aggiunti i 200 portuali che da decenni che si occupano dello scarico del carbone in Cgil sotto la responsabilità della Filt, categoria dei trasporti.

IL PROGETTO DELLA NUOVA centrale a gas Enel ha avuto una lunghissima e contestata gestazione e manca ancora della procedura di autorizzazione ambientale. La scelta dell’ad Enel Francesco Starace di scegliere il gas con la motivazione che «prima del 2050 (anno dello stop europeo al gas, ndr) serve una fase transitoria con centrali di questo tipo» è contestata dalle associazioni ambientaliste ma viene difesa da governo e sta facendo breccia tra le istituzioni locali in teoria contrarie a Civitavecchia dopo decenni di giunte di sinistra c’è stato un interregno del M5s e ora il sindaco è leghista che sottolineano come il progetto porti nuovi posti di lavoro.

La verità però è sotto gli occhi di tutti: il cantiere produrrà «una bolla» di qualche centinaio di posti di lavoro per massimo 3 anni ma la nuova centrale darà lavoro definitivo a non più di 40-50 persone esattamente come è successo all’altra centrale a gas Torrevaldaliga Sud, di proprietà della Tirreno Power. Questo porterà anche al trasferimento di molti lavoratori elettrici di Enel che non perderanno il lavoro ma saranno ricollocati altrove.

«LA NOSTRA POSIZIONE non ha ricevuto critiche dalle categorie continua Pomante, sindacalista

che proviene proprio dalla Filctem perché tutti sono coscienti che l’occupazione calerebbe e che in 20 chilometri di costa ci sarebbero tre centrali a gas, contando anche Montalto di Castro, in pratica la massima concentrazione in Europa».

«Il nostro obiettivo è non mettere in competizione il diritto alla salute e il diritto di lavorare spiega Giuseppe Casafina, segretario della Fiom di Civitavecchia e pensiamo che per Civitavecchia ci sono le condizioni per un futuro verde che dia sviluppo economico anche al porto tramite l’uso dell’idrogeno e dell’eolico off-shore galleggiante, su cui sappiamo esiste un progetto. Lo diciamo a tutti, non solo a Enel: non possiamo più continuare così, senza salute e con poco lavoro».

© 2020 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE

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Civitavecchia: cosa succede?

Intervista di AGO RANIERI su Domenica del Manifesto

La risposta della Filctem Cgil all’appello di Castellina e Muroni rivela come una parte del sindacato sia ancora lontana dall’ aver recepito la drammaticità del momento storico che stiamo vivendo. Il messaggio di Francesco, degli studenti di Greta e del mondo scientifico stanno rimettendo in discussione il rapporto tra uomo, elementi naturali e biosfera, chiarendo quanto la sopravvivenza e la giustizia sociale siano irreversibilmente a rischio. La portata del disastro e il tempo limitato a disposizione per affrontarlo – di cui trattano nel loro appello Castellina e Muroni – assieme al lento declino della vita vegetale e animale può convincere il mondo del lavoro ad uscire da una posizione puramente difensiva e diventare punto di riferimento essenziale di una trasformazione radicale del modello di sviluppo.

Oltre la pandemia, le emergenze sempre più prossime fanno sì che lo sviluppo debba cedere il passo al bisogno di sopravvivenza: una autentica rottura. Ad esempio, la necessità di porre la questione sanitaria al centro della ricerca scientifica e della stessa prospettiva della produzione sta già spezzando l’andamento della spirale della crescita tecnologica, visto che il vaccino sta nell’ottica della salvaguardia della specie, in luogo della cura rivolta al singolo.

Dall’idea del progresso lineare e infinito dentro al meccanismo del consumo, nel pensiero umano prende prevalenza la logica di una ugualitaria conservazione della specie. Un fatto del genere non era capitato neppure di fronte al richiamo del mutamento climatico, nonostante gli sforzi di Francesco, di Greta, degli studenti, degli ecologisti ancora assortiti per culture nazionali diverse.

Queste novità sfuggono imprudentemente al documento del sindacato energia. Non sono i fior fiori di ingegneri e tecnici iscritti alla CGIL che dovrebbero chiarirci le linee della svolta necessaria: anch’essi, come noi, sono figli di una educazione non interdisciplinare, che sa ben trattare la trasformazione di materia e energia, ma non presta attenzione agli effetti irreversibili che, oltre una soglia, la tecnologia può procurare alla comunità umana, alla vita e alla riproduzione di tutto il vivente.   

In fondo, almeno negli ultimi cinquant’anni, c’eravamo abituati alla penuria d’acqua, alla furia dei tornado, all’erosione del suolo, ma trascuravamo, non senza colpa, i danni procurati da una crescita incontenibile di energia.  

Finora la ricaduta sui territori è stata elusa e la discussione è rimasta ai piani alti. Non sarà mai più così. Noi abbiamo di fronte l’esperienza sul nascere di Civitavecchia, dove la pretesa degli enti energetici di ricondannare le popolazioni già colpite nel passato ad un futuro a metano, sta suscitando un autentico movimento popolare e dove la CGIL territoriale, assieme alla Uil, ha avanzato la richiesta di mettere in rete tutti i comitati e le associazioni che avanzano proposte alternative per la riconversione della centrale a carbone, ottenendo l’attenzione di medici, studenti, sindacati di categoria  e cittadini, che hanno reso pubblica una totale convergenza in una trasmissione molto significativa sulla rete TV locale

   Siamo, dicono i partecipanti alla trasmissione, ad un momento storico, ad un voltar pagina, che può contare su ricerca, occupazione qualificata, sviluppo del territorio con ridotto impatto sull’ambiente e con il sostegno, per la prima volta, di una finanza UE che allenta i criteri di pura competizione tra le singole nazioni. Purtroppo, l’illusione che non ci fosse freno al consumo di energia è rimasto nel bagaglio delle nostre generazioni già da quando andavamo a scuola. A quella storia rischia di rimanere appeso il sindacato dei lavoratori dell’energia, che quando parla di transizione pensa che molto possa a parole cambiare, ma che esista una soglia di danno – quella in particolare provocata da nuovi investimenti in gas – tollerabile per un “green washing” delle imprese e utile per la tutela dei lavoratori attualmente occupati. Ignorando così le ben più consistenti possibilità occupazionali per loro e per i giovani del territorio, che potrebbero derivare da una riconversione davvero verde della produzione di energia e dalle possibilità di sviluppo che si aprirebbero per l’intero contesto territoriale.

Questa saldatura sul territorio fra organizzazione sindacale e associazione della cittadinanza attiva, la volontà manifestata dalla Camera del Lavoro di assumere come livello di decisione, quando le questioni di politica del lavoro e di politica economica riguardano la vita di tutti i cittadini, un ambito più grande di quello dei lavoratori attualmente sindacalizzati, è un esempio importante di quella “Camera del lavoro di strada” che più volte Maurizio Landini ha evocato. Restringere l’ambito della determinazione delle posizioni al sindacato di categoria, alla ragionevolezza di quello che è possibile fare dentro l’attuale modello di sviluppo, magari riuscendo a redistribuire i profitti in maniera più equa, è certamente una visione alternativa a quella decrescita felice che la Filctem sembra ritenere il pericolo maggiore da esorcizzare, ma rischia di mantenerci prigionieri di quella decrescita infelice che caratterizza ormai gli ultimi anni della nostra storia.

Mario Agostinelli

Andrea Ranieri   

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