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Il governo gestisce irresponsabilmente la transizione energetica: serve uno sguardo allarmato

Forse occorre uno sguardo allarmato sulla gestione della transizione energetica che il governo attuale gestisce irresponsabilmente, a dispetto dell’attenzione che meriterebbero i cittadini. La situazione è allarmante:

– il Pnrr è stato bocciato dalla Corte dei Conti Ue perché i programmi di spesa sono stati definiti incerti. Si avvicina la scadenza di giugno 2026 ed è sempre più chiaro che alcune misure non saranno attuate in tempo. Più che una revisione generale del Piano, servono modalità e strategie alternative, che permettano di salvaguardare gli obiettivi. Tuttavia, più passa il tempo e più gli spazi per una revisione complessiva si restringono, dati i tempi tecnici di realizzazione che una tale riformulazione richiede, difficilmente compatibili con le scadenze fissate dall’Ue. Per ragioni non solo settoriali, ma anche sistemiche, questo ritardo ostacola anche aspetti urgenti della riconversione ecologica, come emerge dalla riorganizzazione del polo carbonifero di Civitavecchia.

– Anche il Pniec italiano è stato bocciato dalla Ue perché sono insufficienti i programmi, soprattutto sulle rinnovabili, compresi i progetti di eolico offshore non alle viste, anche laddove già validati dalle popolazioni locali.

– Il presidente presso le commissioni Via-Vas e Pnrr-Pniec, Massimiliano Atelli, si è dimesso perché, a quanto ho potuto constatare personalmente, non ci sono risorse per pagare i componenti della commissione, con pagamenti fermi al 2023, comprese le relative trasferte. A nulla è valso denunciare le insufficienti dotazioni informatiche e le scarse risorse di personale amministrativo. Metà della commissione si è dimessa, l’altra metà è sopraffatta dalla mole di lavoro. L’approvazione dell’eolico di Civitavecchia è ferma anche per questo motivo.

– Il governo non riesce a nominare i presidenti delle Autorità portuali perché non trovano, tra FdI e Lega, l’accordo sui candidati. Il presidente della Commissione Trasporti della Camera, Salvatore Deidda (FdI), ha formalmente chiesto la sospensione delle votazioni in attesa che il governo trasmetta tutte le proposte di nomina, comprese quelle ancora bloccate da trattative politiche o in stallo nei rapporti con le Regioni. Anche la Commissione Trasporti del Senato ha adottato la stessa linea. Di conseguenza, paralisi nei porti italiani fino al 2026, con conseguenti impedimenti per il varo degli hub portuali per l’allestimento delle piattaforme galleggianti di pale eoliche al largo.

Secondo Terna e Mase, è necessario mantenere in servizio le due centrali sarde a carbone almeno fino a giugno 2026, anziché chiuderle, come previsto, a fine 2025. Mancano infatti all’appello centinaia di MW di accumuli contrattualizzati con il capacity market del 2024: finora ne sono effettivamente entrati in esercizio solo 110 su un totale di 506 MW.

Intanto l’Italia annuncia il suo ingresso nell’Alleanza nucleare europea. Il governo di Giorgia Meloni sembra sempre più intenzionato a reintrodurre in Italia la tecnologia del nucleare, che era stata bandita dopo i referendum del 1987 e 2011. Al Consiglio Energia del 16 giugno a Lussemburgo, il ministro italiano dell’Energia, Gilberto Pichetto Fratin, annuncerà che l’Italia aderirà all’Alleanza nucleare, lanciata dalla Francia per promuovere questa fonte di energia “a zero emissioni”. Dopo l’arrivo al potere di Meloni, l’Italia aveva deciso di partecipare all’Alleanza nucleare come paese osservatore. “C’è una scelta del governo in questa direzione”, ha detto Pichetto Fratin. E ha aggiunto con sbadata leggerezza: “L’Italia consuma 310 miliardi di chilowattora e la previsione è che già nel 2040 saremo a 600 miliardi. Da qualche parte, quindi, dobbiamo produrre l’energia se vogliamo rimanere un paese del gruppo di testa nel mondo, un paese ricco e che dà futuro ai nostri figli e nipoti”.

Non c’è dubbio che il governo stia mettendo in campo una strategia di dilazione dello sviluppo delle rinnovabili, così convenienti per la posizione geografica e l’autonomia energetica del Paese. Ma non sembra più questa la direzione di Pichetto Fratin e Meloni che nascondono un ulteriore ricorso al gas sotto il miraggio del nucleare. L’Italia si muove lungo una traiettoria sempre più interconnessa con gli Stati Uniti e il recente accordo bilaterale sul gas naturale liquefatto (Gnl), sostenuto da Giorgia Meloni e Donald Trump, si inserisce in una dinamica più ampia che travalica il piano energetico per toccare anche i settori della difesa, del commercio e dell’innovazione tecnologica.

Inoltre, il “piano di Azione 2025-2030 Italia-Argentina”, adottato a giugno dalla presidente del Consiglio e dal presidente argentino Javier Milei, impegna a favorire l’interazione tra le aziende argentine e italiane nello sfruttamento dello shale gas del bacino di Vaca Muerta. E che dire allora e in questo contesto della riconversione da carbone a rinnovabili a Civitavecchia, voluto da un progetto dal basso e forse anche per questo osteggiato dall’alto?

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Eolico offshore, a Civitavecchia il governo preferisce la Puglia e reprime una lotta dal basso

Le guerre atroci che ci circondano stordiscono e l’asticella di sopportazione si sposta sempre un poco più in là, ma non possiamo tralasciare altre emergenze, anch’esse legate alla salute e alla sopravvivenza della nostra specie. L’Antropocene, purtroppo, si manifesta sotto la più colpevole incuria della terra e della biosfera tutta.

Per concentrarci su quanto accade da vicino, occorre denunciare come l’emergenza climatica in corso stia passando in secondo piano. Anzi, il governo in carica, nonostante la devastazione di interi territori nazionali, traffica per affari sottotraccia, piegando le aspettative e l’urgenza della riconversione energetica “verde” agli interessi delle vecchie lobby, rafforzate nelle loro pretese. E, come capita quando la partecipazione dei cittadini viene messa in secondo piano, si inventano “Piani Mattei”, pur di avere rigassificatori riforniti da GNL dall’Atlantico o da gasdotti trans mediterranei.

Intanto, si cambia in un baleno l’intero quadro di comando delle partecipate statali dell’energia e ci si allea con la Confindustria più retriva, pur di tener fede nel ritardo dell’installazione delle rinnovabili e nel mantenere una quota di gas e di nucleare al 2030. Un progetto assai rischioso, incompatibile coi tempi dell’emergenza climatica, giacché tradirebbe l’obbiettivo di 1.5°C, non eliminando a norma le combustioni fossili e rilasciando diffusamente rifiuti radioattivi letali.

Parto da Civitavecchia ancora una volta, per chiarire come la sconfitta – e quindi la sconfessione di un progetto maturato dal basso – sembra premere al governo di Meloni, Fitto e Pichetto Fratin. L’edizione barese di Repubblica il 29 settembre annunciava che “salgono sempre più le quotazioni della Puglia (con i porti di Taranto e Brindisi insieme) e della Sicilia (con Augusta) come sedi dei grandi hub per l’allestimento delle piattaforme per l’eolico offshore galleggiante”. Non sarebbe male, se fossero in aggiunta al porto laziale, che da lungo tempo ha annunciato la sua candidatura, prefigurando anche l’insediamento di aziende manifatture per l’offshore, con la copertura finanziaria di una joint venture europea già costituita per gli investimenti di 27 pale eoliche a 35 km al largo delle sue coste.

Evidentemente, il credito di Fitto e di alcuni parlamentari pugliesi (ma non solo) della maggioranza ha avuto un suo peso nel non prendere in considerazione il porto che è stato al centro di una partecipazione popolare, del mondo del lavoro e della ricerca.

Evidentemente, i nuovi manager designati nelle Aziende Partecipate dell’energia non nutrono alcuna autonomia dai ministri designatori (non c’è più uno Starace all’Enel!) e riscrivono tra di loro il nuovo PNIEC inviato a Bruxelles, che, nei loro intenti, rallenta le rinnovabili e le sostituisce con il nucleare, bocciato da ben due referendum, ma celebrato nella sua nuova veste di piccola taglia (150 MW tutt’ora non esistenti, ma già valutabili in termini di alto consumo e di rischio elevatissimo, se realizzati) adatta a alimentare i data center per l’intelligenza artificiale.

Pichetto Fratin, in una dichiarazione al Giornale del 24 agosto sfida i referendum e il buon senso: “La transizione energetica è impensabile – dice – senza la sfida del nucleare. anche perché l’’Intelligenza Artificiale contribuirà al raddoppio di energia al 2050”: Quindi, non basteranno le rinnovabili (che intanto sono tenute ferme da mille cavilli). Per perseguire una strategia così penalizzante delle rinnovabili occorre rimuovere in Confindustria Rebaudengo, il responsabile di Energia Futura: e questo è nell’aria.

Ben si capisce allora l’allarme che lancia Marco Piendibene, il nuovo sindaco di centrosinistra di Civitavecchia: “E’ incomprensibile il differente approccio del governo in situazioni paragonabili a quella di Civitavecchia – scrive il 2 ottobre a due deputati del territorio: Battilocchio di Forza Italia e Rotelli, di Fratelli d’Italia – quando invece la promozione delle ragioni di Civitavecchia nei contesti istituzionali nazionali chiede il giusto riconoscimento e supporto nei progetti strategici” che vedono coinvolta una popolazione che per anni si è mobilitata per una soluzione che liberasse il proprio territorio dalla schiavitù dei fossili. Il sindaco chiede, infine, “un incontro urgente per discutere tutte le iniziative che possano essere messe in atto al fine di portare le istanze del territorio all’attenzione di tutti i dicasteri interessati”.

Piendibene e i suoi cittadini sanno che la città potrebbe diventare un punto di riferimento nazionale per la transizione energetica e lo sviluppo delle energie rinnovabili, con la realizzazione di un hub integrato in grado di favorire la crescita economica e occupazionale, valorizzando le infrastrutture portuali e la centralità della sua posizione geografica nel Mediterraneo.

L’attenzione dell’opinione pubblica, una volta edotta, non potrà che richiedere un ruolo proattivo e non distaccato e sterile da parte del governo.

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L’Enel di Civitavecchia rallenta sulla transizione e i lavoratori scioperano: le parole non bastano

di Mario Agostinelli e Mauro Mei

L’8 marzo 2024, i lavoratori elettrici di Enel hanno incrociato le braccia in una mobilitazione promossa dalle categorie sindacali nazionali di Cgil, Cisl e Uil. L’iniziativa esprime preoccupazione per la direzione che sta prendendo l’azienda energetica italiana. Dopo la gestione dell’ad Starace, proiettata verso il nuovo paradigma energetico per affrontare la crisi climatica e raggiungere gli obbiettivi di riduzione delle emissioni definite dal Green Deal europeo, il nuovo gruppo dirigente di Enel ha subito dato segni di minore autonomia rispetto ai grandi interessi ereditati dai potentati dell’era fossile ed ha rivolto la sua attenzione alla speculazione finanziaria e – come dice il comunicato di Cgil, Cisl e Uil nazionali – rischia di non “rimanere un motore essenziale nella giusta transizione energetica del paese, tradendo la vocazione industriale che da sempre ha contraddistinto l’azienda”. E’ infatti in corso un progetto di ridimensionamento che ha sollevato preoccupazioni tra le lavoratrici ed i lavoratori.

I sindacati criticano i tagli del personale e l’esternalizzazione di alcuni servizi, specialmente nella distribuzione, mettendo a rischio la continuità del servizio elettrico nelle case degli italiani, giorno dopo giorno. Assai significativa, tra le motivazioni della mobilitazione che ha già avuto precedenti momenti di rilievo, è la contrarietà alla riduzione degli investimenti nelle fonti rinnovabili che avevano aperto solide aspettative nel periodo più recente della gestione dell’Ente.

Siamo nella fase di “Phase -out” dal carbone e di sempre maggiore urgenza nell’adeguare il sistema centralizzato di produzione elettrica alla riconversione territoriale, cui concorrono le fonti rinnovabili, diverse forme necessarie di stoccaggio, forme di compartecipazione che riducano i consumi e contengano i costi in bolletta. Per Brindisi e Civitavecchia si tratta di garanzie di occupazione nel cambio strutturale dei sistemi che hanno alimentato fino ad ora i due poli.

L’astensione dal lavoro è risultata massiccia e, in particolare a Civitavecchia, lo sciopero davanti ai cancelli di Torre Valdaliga Nord ha avuto larga risonanza e solidarietà tra la popolazione da tempo impegnata alla trasformazione da una centrale a carbone ad un avanzato sistema eolico-offshore a 30 Km dalla costa. Il nuovo progetto è al vaglio con la piena convergenza di tutte le forze politiche e sociali: registriamo al riguardo la riuscita di un convegno partecipatissimo lo scorso 14 marzo a conferma del progetto da fonti rinnovabili ed un comunicato del Pd a sostegno della lotta aperta anche dai lavoratori dell’indotto per il loro futuro. (v. telegiornale locale dal min.7).

Il ministro Pichetto ha cercato di rassicurare: “Io sono determinato a dire che noi chiudiamo Civitavecchia e Brindisi il prima possibile. E’ chiaro che la chiusura deve vedere da parte della proprietà un impegno di riconversione, rioccupazione e gestione di un trapasso che dobbiamo portare avanti a che va gestito anche con le autorità locali e il diritto sindacale di porre le questioni di merito sul lavoro”. Ma le parole non bastano certo. La città e le rappresentanze sindacali e politiche pretendono dall’Enel risposte chiare e non dilatorie, preoccupata dall’assenza di progettualità e di un confronto serrato con l’ente elettrico, impegnato in una vertenza generale cui si sta sottraendo, nonostante la conversione energetica debba avere tra gli attori protagonisti l’Enel stessa, che ancora non si è impegnata in compartecipazioni indispensabili, come la definizione e costruzione di sistemi di accumulo e l’integrazione dell’alimentazione elettrica dell’area portuale.

Lavoratrici e lavoratori e la cittadinanza tutta attendono risposte adeguate da chi ha mantenuto una servitù prolungata su un territorio generoso, che ora attende realistiche misure per un futuro più salubre e foriero di buona e stabile occupazione.

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Civitavecchia, dal gas al vento e al sole: una grande conquista dei cittadini di cui non si parla

In questi giorni è passata sotto silenzio una notizia di notevole rilievo che – a mio parere – potrebbe non solo influenzare ma qualificare il prossimo decennio dell’assetto del sistema energetico nazionale. Mentre la guerra in corso spinge i nostri ministri e capi di governo, affiancati dall’immancabile ad di Eni, De Scalzi, a siglare accordi per l’approvvigionamento di gas fossile proveniente dai pozzi e da regioni lontane dalla nostra penisola, con bilanci energetici ambientali e implicazioni finanziarie e politiche pesantemente sfavorevoli, il 22 marzo una serie simultanea di comunicati ufficiali – sottolineati con enfasi dalle sigle in calce di tre grandi imprese Eni, Cni, Cdp e Cip – hanno inondato le redazioni italiane e europee, senza tuttavia che le notizie in essi contenuti fossero in particolar modo amplificate da giornali, social o tv.

Il 22 marzo è stata formalizzata la costituzione di una colossale joint venture tra Eni, Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) e un forte partner danese (Cip) – il più grande gestore di fondi dedicato agli investimenti verdi nelle rinnovabili – per rendere operativi a regime 3 GW di nuova capacità verde, ottenuta con eolico galleggiante a 30 km dalle coste del Tirreno (Civitavecchia) e delle grandi isole italiane.

Deve sempre sollevare apprensione la presenza di grandi interessi economici e finanziari nell’esecuzione di progetti decentrati e a carattere territoriale, ma credo che, nel caso della fruizione dell’elettricità, l’attenzione dei cittadini e il loro diritto a condeterminare le scelte partecipando e cooperando tra di loro possano risolvere ogni prevaricazione. Forse si può capire perché la comunicazione della nuova Joint Venture per l’eolico offshore sia stata data un po’ sotto traccia – come un improvviso colpo di fulmine da appannare dopo scoccato. In effetti, essa non poteva che risultare del tutto contraddittoria rispetto al rilancio del gas e del sistema centralizzato di approvvigionamento e combustione dei fossili per produrre energia, cui ci ha abituato il sistema che puntiamo a cambiare.

Siamo nel mezzo di una disputa aspra tra cittadini locali e rappresentanze istituzionali riguardo all’approdo in rada di enormi rigassificatori a Piombino e Ravenna. E il tenue clamore per un irreversibile rilancio delle rinnovabili, attraverso una partnership robusta e credibile, è del tutto spiegabile con il coinvolgimento e la compromissione dei nostri governi con la vecchia politica energetica. In questi stessi giorni viene rilanciato il progetto di sequestro di CO2 in Romagna, sotto l’egida di Eni e del Presidente della Regione, mentre la presidenza del Friuli mostra arrendevolezza nell’accettare la riconversione della Centrale a carbone di A2A a Monfalcone con un più potente turbogas.

Di conseguenza, un impegno così rilevante su eolico e fotovoltaico troverà resistenze e imbarazzi nel constatare che settori energetici, finanziari e industriali si muovono verso positive ricadute occupazionali, manifatturiere e ambientali fin qui ignorate dal Pniec (v. https://www.mase.gov.it/), dal maggior ente energetico nazionale e dai governi romani.

In ogni caso, non si può fare a meno di constatare che l’avvio di una riconversione dal gas al vento e al sole è maturata a Civitavecchia in un contesto di straordinaria partecipazione democratica che, andando oltre alla mera opposizione al metano, ha saputo costruire le condizioni per una coalizione sociale che ha favorito l’incontro di cittadini, studenti, sindacati, ricercatori e tecnici e ha tradotto in politica la pressione sociale per liberarsi dall’inquinamento.

Di questa premessa nei comunicati usciti il 22 marzo non c’è traccia, mentre sta proprio in essa il valore aggiunto dell’approdo cui si sta pervenendo e che richiederà passi ulteriori verso la solarizzazione delle strutture del porto, le comunità energetiche e la mobilità sostenibile.

La stima del progetto complessivo è data a circa 5 TWh (2 milioni di famiglie ai consumi attuali); la sua operatività è prevista tra il 2028 e il 2031 a valle della conclusione dell’iter autorizzativo e dei lavori di installazione da compiere. La realizzazione sarà affidata a un team di lavoro congiunto affiancato da Nice Technology e 7 Seas Wind Power, società italiane che si avviano a consolidare la loro esperienza nel comparto offshore incoraggiando la crescita occupazionale e professionale anche della filiera produttiva locale.

Forse comincia a traballare l’ipotesi propria del governo Cingolani-Draghi e, probabilmente, di quello attuale di dilazionare i tempi per l’abbandono del gas entro il 2050. E perfino l’Eni, dopo la rinuncia dell’Enel al turbogas di Torrevaldaliga, si comincia a rendere conto che non abbiamo più tempo per mantenere un mix fossile di fonti energetiche oltre la metà del secolo.

In conclusione, la risorsa che nasce dalla partecipazione e dalla democrazia dal basso dimostra che si possono far convergere sulla conversione ecologica interessi riluttanti a riprogettare l’erogazione di energia sulla base di un nuovo paradigma duraturo e desiderabile, in armonia con la biosfera, come si conviene in una fase di drammatica emergenza climatica e sociale.

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