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Sulle bollette il governo non risolve ma redistribuisce. Un altro incentivo al gas

Abbiamo già rilevato in precedenti post come il disegno di legge sul cosiddetto “nucleare sostenibile” pretendesse di considerare il ritorno dell’atomo come complementare e necessario all’affermarsi delle rinnovabili. Anche il “Decreto Bollette” approvato il 18 febbraio 2026 dal Consiglio dei Ministri viene ora presentato come uno strumento per ridurre i costi per i cittadini e favorire la transizione energetica verso sole, vento ed acqua. Un’analisi del suo impianto, però, mostra un indirizzo ben diverso: il provvedimento incentiva l’uso del gas nel mix elettrico minando l’espansione delle FER e, nel complesso, il quadro normativo tende a rafforzare le tecnologie fossili nella fase di prezzo, con effetti negativi su bollette, investimenti per energie pulite e decarbonizzazione.

Il cuore del tema del decreto è l’articolo 6 che, dal 1° gennaio 2027, introduce rimborsi ai produttori termoelettrici per gli oneri di trasporto del metano verso gli impianti di combustione e prevede per le centrali turbogas la compensazione degli oneri ETS, previa autorizzazione europea in materia di aiuti di Stato. Poiché il prezzo all’ingrosso dell’elettricità è spesso determinato dagli impianti a gas nelle ore in cui fissano il prezzo marginale, la sterilizzazione parziale di costi variabili come trasporto e crediti di emissione di CO2 riduce il loro costo di offerta e abbassa i prezzi in quelle fasce orarie. Ne deriva un beneficio immediato per il prezzo spot, ma anche una maggiore competitività del gas a scapito delle rinnovabili e della flessibilità di sistema senza effetti complessivi, ma solo una redistribuzione – come vedremo avanti – dei costi dell’energia che finiscono sugli utenti finali in bolletta.

L’effetto è duplice. Nel breve periodo, il gas aumenta il proprio ruolo nel dispacciamento, prolungando l’operatività della filiera GNL–rigassificatori–turbogas e comprimendo le rendite inframarginali delle tecnologie non emissive e dello storage, che vivono di differenziali di prezzo tra ore. Al contempo, il segnale economico della penalizzazione sulla CO2 emessa, che a livello Ue resta invariato, verrebbe attenuato per gli operatori italiani del settore del gas, riducendo l’incentivo a sostituire o decarbonizzare tali impianti. Il rischio è un “sequestro” tecnologico: il gas permane come riferimento per più anni, rallentando la velocità di penetrazione delle FER.

Il costo della misura non scompare: viene redistribuito. I rimborsi ai termoelettrici sarebbero coperti tramite nuove componenti in bolletta sui prelievi elettrici, con maggiori oneri per famiglie e PMI. In assenza di interventi strutturali, si ottiene quindi una riduzione selettiva e temporanea dei prezzi in alcune ore, controbilanciata da un aumento di voci tariffarie in capo ai consumatori finali. Si scambiano sconti immediati con oneri differiti, senza incidere sul costo complessivo del sistema.

La tesi di fondo del decreto è chiara: non si riduce il costo dell’energia, lo si ripartisce in modo diverso tra categorie, vettori e tempi. Le scelte davvero risolutive restano rinviate: riforma degli oneri generali, razionalizzazione delle rendite, potenziamento del bonus sociale in chiave mirata, investimenti su reti e interconnessioni, accelerazione efficace delle FER e dell’efficienza energetica. Solo queste leve possono abbassare in modo duraturo la bolletta media, insieme a segnali di prezzo coerenti per lo storage e la gestione della domanda.

Sul piano degli investimenti, il nuovo assetto rischia davvero di scoraggiare iniziative in rinnovabili e flessibilità, spingendo gli operatori verso regimi più regolati e garantiti, con potenziale aumento del costo sociale. L’esito effettivo per quanto riguarda la compensazione degli oneri ETS dipenderà però da due variabili decisive: le decisioni europee sugli aiuti di Stato – tutt’altro che scontate – e i dettagli attuativi di ARERA (l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente), inclusi definizioni, monitoraggio delle offerte, tetti e obbiettivi dei rimborsi.

In conclusione, il decreto privilegia un pragmatismo di breve periodo che evita nuovo debito e potenziali contenziosi, ma scambia tempo con trasparenza e sposta costi nel tempo e tra soggetti. Senza una cura strutturale il sistema non diventa meno costoso: cambia solo chi paga, quando e come. Finché non si taglia la spesa parafiscale in bolletta e non si raddrizzano gli incentivi di mercato e di rete, la bolletta media pagherà redistribuzioni complesse più che una vera riduzione del costo dell’energia. Se il gas resta il vero protagonista su cui fondare le proprie scelte, il governo sembra alimentare una logica che ostinatamente ritarda la rivoluzione delle rinnovabili. Del resto, le richieste di un incremento degli acquisti di gas americano, che Donald Trump aveva strappato a Meloni nell’incontro di Washington dell’aprile 2025.

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Il governo punta a un nucleare complementare alle rinnovabili. Peccato sia già stato bocciato

Nel ddl 2669 del governo sul nucleare “sostenibile” in discussione alla Camera dei Deputati in questi giorni, una delle ragioni a sostegno del ritorno dell’atomo in Italia dopo due referendum abrogativi viene individuata nella presunta necessità di fornire il supporto di centrali nucleari come carico di base (baseload) a sistemi avanzati di fonti rinnovabili variabili (VRE), dove per VRE si intendono le reti solari ed eoliche su larga scala integrate negli anni a venire con batterie e pompaggi.

L’uso combinato delle due tecnologie – rinnovabili e nucleare – sarebbe cioè finalizzato a creare sistemi elettrici decarbonizzati e a basso costo, fornendo una generazione stabile (quella nucleare) per bilanciare l’intermittenza di sole e vento. In sostanza, il ddl 2669 propone un nucleare “complementare” alle rinnovabili per garantire – così viene dichiarato – stabilità e sicurezza alla fornitura e contenimento dei costi.

Una prospettiva, quella dell’impiego di reattori a fissione in funzione di baseload, che non potrebbe essere tradotta in realtà prima di 15-20 anni effettivi e che dovrebbe favorire un nucleare – cosiddetto “sostenibile” – inserito in una rete europea già fortemente interconnessa, con grande penetrazione di solare, eolico e batterie, come nello scenario al 2045 delineato da Esys (Energy Systems of the Future), uno studio commissionato dalle accademie tedesche a cui faccio riferimento. Ma proprio questo studio documentatissimo boccia irreparabilmente la complementarietà tra nucleare e rinnovabili.

Lo studio Esys ha infatti analizzato il ruolo delle centrali a baseload (intendendo con questo termine impianti progettati per operare in modo continuo e stabile 24 ore su 24, coprendo il fabbisogno minimo di energia elettrica richiesto dalla rete) in un sistema energetico europeo completamente decarbonizzato entro il 2045. I risultati indicano che un sistema basato principalmente su VRE, supportato da flessibilità della domanda, interconnessioni di rete e tecnologie di accumulo, è tecnicamente robusto ed economicamente sostenibile senza la necessità di nuove capacità baseload, né atomiche né a gas a sequestro di CO2.

Infatti, le centrali di baseload, come quelle nucleari, potrebbero anche essere integrate nei sistemi energetici futuri, ma il loro impatto sui costi complessivi del sistema risulterebbe marginale. Inoltre, la loro competitività economica dipenderebbe da una significativa riduzione dei costi operativi e di investimento, che al momento appare improbabile.

Nello specifico è stato evidenziato come le centrali a baseload potrebbero essere competitive solo se i loro costi di capitale (Capex) e i costi livellati dell’energia (Lcoe) raggiungessero livelli molto bassi, oggi impossibili. Per il Capex, se il costo di costruzione supera i 15.000 €/kW, nessuna nuova capacità baseload sarebbe conveniente economicamente da integrare nel sistema. Anche un Capex di 10.000 €/kW risulta non competitivo se associato a costi operativi variabili elevati come nel caso del normale nucleare da fissione.

Per il Costo Livellato dell’Energia (Lcoe) la soglia massima di competitività per le centrali a baseload sarebbe di circa 80 €/MWh e, per ottenere un’espansione significativa, i costi dovrebbero scendere a livelli di circa 40 €/MWh, un valore considerato irrealistico in base alle attuali strutture di costo del nucleare.

Nel caso del nucleare da fissione i progetti più recenti hanno infatti registrato costi di costruzione elevati (10.000-15.000 €/kW) e ritardi significativi. A livelli di Lcoe più elevati (ad esempio, 80 €/MWh), la capacità di baseload diventa non competitiva rispetto alla VRE e nel caso del nucleare dove Lcoe sale oltre i 110€/MWh non se ne parla proprio.

Anche le promesse dei reattori modulari (Smr) rimangono teoriche, senza prototipi commerciali e, comunque, anche nelle previsioni dello studio qui preso in considerazione, ancor più fuori gioco dei reattori a grande dimensione.

Da ultimo, va detto che la redditività di un eventuale baseload dipende da un ampio ricorso all’elettrolisi per l’idrogeno, necessaria a garantire un alto utilizzo dei reattori nei tempi in cui l’elettricità da loro prodotta non sia richiesta dalla rete cui fanno da baseload. Ma sia i costi futuri che i fattori di capacità per l’elettrolisi sono tuttora molto incerti.

Anzi, l’idrogeno appare più efficiente come accumulo — anche stagionale — per assorbire gli eccessi delle rinnovabili, piuttosto che come stampella per alti utilizzi di impianti nucleari, di per sé poco flessibili e costretti a funzionare per il pieno di ore all’anno per contenere l’Lcoe al variare del tempo di funzionamento.

In conclusione: mentre le fonti rinnovabili, supportate da flessibilità e accumulo, rimangono la soluzione più economica e scalabile, le centrali a baseload non sono essenziali per un sistema energetico decarbonizzato e sicuro. La loro competitività economica è limitata, come esposto, da costi elevati e da incertezze tecnologiche, che potrebbero limitare seriamente e irrecuperabilmente la capacità di adattarsi alle nuove tecnologie rinnovabili in espansione.

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La transizione energetica a Civitavecchia rallenta: così ci perde l’intera strategia italiana

Ora che viene alla luce l’incredibile vicenda della messa a riserva delle centrali a carbone di Civitavecchia e Brindisi dopo lo spregio di decenni verso due popolazioni martoriate nella salute e nell’habitat naturale, forse si guarderà con più sospetto anche all’azione di tre anni di governo Meloni nei confronti del progetto di eolico offshore al posto del metano validato nel territorio civitavecchiese da un forte movimento che ha coinvolto la società civile e le istituzioni locali per sostituire un futuro turbogas – già in progetto per Enel – con una credibilissima proposta tutta rinnovabile.

Ho seguito fin dall’inizio un’esperienza di risalto nazionale che ha creato le condizioni per abbandonare un progetto di combustione di metano in un turbogas da 1800 MW a favore di un impianto sostitutivo al largo delle coste con una potenza di 720 MW adeguata alla sostituzione di fossile con il vento. La sostituzione, di potenza comparabile ma significativamente ridotta, si avvaleva di abbinare all’impianto di produzione anche accumuli e interconnessioni di rete, in modo da rispondere a problemi di stabilità e sicurezza della rete. Insomma, un progetto realisticamente suppletivo, che non si limitava ad un cambio qualitativo di fonti energetiche, ma richiedeva che l’intera area di Civitavecchia si convertisse ad ulteriori destinazioni delle aree dismesse verso solare e idrogeno verde. Ma non solo: la discussione pubblica ha fatto progettare una comunità energetica, ha dato il via alla solarizzazione delle banchine del porto e ad una riduzione consapevole e incentivata dei consumi in termini di solidarietà anche con i cittadini più esposti al caro bollette.

Tutti argomenti che. a parole, stanno anche nelle intenzioni del Governo, ma non nei fatti conseguenti. Eppure, una simile proposta è stata maturata con il consenso di lavoratori, studenti, associazioni ambientaliste, comitati, federazioni e cooperative di produttori e consumatori, la Cgil e la Uil locali. Un consenso che ha avuto riflessi anche nel passaggio dell’amministrazione comunale ad una nuova prospettiva rispetto a quelle più legate alla storia fossile del territorio e bene interpretata oggi da un sindaco realista, combattivo e molto rappresentativo della svolta.

Forse è proprio questa svolta dal basso che non piace al Mase e al Governo, che – tutti presi dal “nuovo nucleare” di Pichetto Fratin e dal gas delle metaniere d’oltreoceano concordato con Trump – non trovano di meglio che dilazionare all’infinito i tempi per l’impianto in mare già finanziato e in fase di prefattibilità accertata anche per la Joint Venture già costituita per la sua realizzazione dal fondo danese Copenhagen Infrastructure Partners, Cassa Depositi e Prestiti ed Eni Plenitude.

Ora, nello stillicidio di rimandi e di incertezze per la realizzazione dell’eolico a Civitavecchia, non si trova di meglio che ipotizzare la procrastinazione al 2038 della destinazione dell’area della centrale a carbone e del carbonile messi “a riserva”, ma senza alcun piano confrontato col territorio. Si tengono così in sospeso sia gli occupati in centrale da mettere in mobilità che gli addetti dell’attuale indotto da riconvertire anche professionalmente, oltre ad una manodopera anche giovanile da formare, imprenditorialità da mobilitare, progetti per il porto come nuovo hub mediterraneo per le rinnovabili.

Si guarda al passato e non al futuro, forse per una specie di lezione da dare a chi non siede nei Consigli di amministrazione delle lobby e guarda prima alla biosfera che alla geopolitica, o, comunque, non si è adattato a pensare al futuro se non partecipando a costruirlo fuori dai fossili e dalle guerre. In fondo, trovo che ci sia molta politica in questa vicenda e davvero punti di vista che andrebbero valorizzati tra quanti credono nell’autonomia dei territori, nella partecipazione come presidio della democrazia, nella possibilità di combattere concretamente il cambiamento climatico anche dai territori in cui si vive.

Mi aspetto che anche la politica nazionale si occupi non solo della vicenda incredibile della messa a riserva del carbone (quando sono le rinnovabili che comandano la svolta energetica nel mondo, non Trump!), ma anche del ritardo imposto incresciosamente alla svolta di Civitavecchia. Un esempio di mobilitazione e lungimiranza che mi piacerebbe venisse assunto a riferimento anche per quella deriva dei media che ormai guardano più in alto che ai movimenti dal basso della società civile. Parliamone, allora! In fondo, anche qui, dal territorio che si continua a mobilitare, viene una risposta all’arroganza di Trump: la fuoriuscita dai fossili, sconfitta alla Cop30 e osteggiata dal tycoon, marcia ancora nelle rappresentanze dei cittadini, nelle istituzioni democratiche e nei movimenti che hanno capito che anche dal modello energetico viene un contributo alla pace. E ogni governo democratico ne dovrebbe rispondere, indipendentemente dalle amicizie che vanta sull’altra sponda dell’Atlantico.

Questa vicenda, tuttavia, non è un caso isolato né una questione puramente locale; è lo specchio di uno schema nazionale più ampio e preoccupante. La resistenza incontrata a Civitavecchia rappresenta plasticamente la crisi di visione del Paese sulla transizione energetica. Da una parte abbiamo territori pronti a farsi hub tecnologici e laboratori di partecipazione, capaci di attrarre grandi investimenti internazionali, dall’altra un sistema decisionale centrale che sembra utilizzare la burocrazia e la “messa a riserva” dei fossili come scudo per non affrontare il cambiamento.

Se l’eolico offshore di Civitavecchia resta al palo, non perde solo il litorale laziale, ma perde l’intera strategia energetica italiana, che rischia di restare ancorata a un modello vecchio, centralizzato e dipendente dalle fluttuazioni della geopolitica del gas. La “partita di Civitavecchia” è la partita di ogni area industriale da riconvertire: è il test per capire se l’Italia vuole davvero essere protagonista della rivoluzione verde o se preferisce restare la retroguardia d’Europa, aggrappata a ciminiere che appartengono al secolo scorso. La transizione non è un decreto calato dall’alto, ma un processo sociale che, se ignorato, finisce per tradire non solo l’ambiente, ma il lavoro e la democrazia stessa.

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Così un convegno a Milano smonta la narrazione di governo sul nucleare

Mentre risuonava il monito della Cop30 di Belem e il governo del nostro Paese spariva dai monitor allarmati per la protezione del clima, un importante convegno tenuto a Milano il 22 novembre – con una rilevante partecipazione in rappresentanza di 30 associazioni territoriali – produceva una critica sistemica all’opzione nucleare, civile e militare. L’auspicio del governo per un ritorno dell’atomo in Italia è stato preso in considerazione con molto realismo: si è colto così come i rischi tecnici, sanitari, economici e socio‑politici siano sottovalutati e incompatibili con le urgenze e la qualità di una transizione climatica rapida e a costi sostenibili.

Il dibattito è stato puntuale e documentato e ha registrato una notevole convergenza delle forze politiche invitate e intervenute (Pd, M5S, Avs, Prc, Pci), quando è stata messa a nudo la propaganda governativa per un incauto rilancio di quello che è stato definito con Robert Jungk “uno stato atomico”. Tra i molti spunti di un confronto documentato, riprendo qui alcune indicazioni tra le più rilevanti e di immediata comprensione.

Gli interventi (registrati in video) hanno confermato una falsa separazione tra “atomo per la guerra” e “atomo per la pace”, con il rischio effettivo di una “compromissione di democrazia, di natura, di futuro”. E’ stata contestata la narrativa dei “nuovi reattori economici”, definendola un’illusione fondata su stime di costo irrealistiche. Le cifre sbandierate (Lcoe a 50-70€/MWh) sarebbero lontane dai valori effettivi, che salirebbero oltre i 200 €/MWh, specie quando si internalizzano oneri finanziari, rischio progetto, assicurazioni, gestione rifiuti e decommissioning. Se le valutazioni del nostro governo stanno a livelli assai inferiori è perché si ipotizza la socializzazione dei rischi e la privatizzazione dei profitti tramite sussidi, garanzie e tariffe indicizzate a carico dei consumatori. Sono stati poi richiamati tempi di costruzione per i reattori ben superiori ai dieci anni, citando casi concreti per gli impianti più recenti: Hinkley Point C in Inghilterra con una escalation di costi a 33 mld £, Vogtle negli Usa con esborsi passati da 14 a 35 mld $.

Sul profilo salute‑ambiente, è stato rilevato che la radioprotezione moderna adotta il principio lineare senza soglia (Lnt) per le basse dosi: dunque non esisterebbero esposizioni “prive di rischio”. Si è sostenuto che, sapendo che gli effetti sanitari (tumori tiroidei, patologie cardiovascolari, malformazioni congenite) sono sistematicamente minimizzati da autorità e organismi internazionali, si arriverebbe a pratiche di negazione del danno analoghe a quelle storiche dell’industria del tabacco.

I limiti della cultura della sicurezza e della regolazione nel settore nucleare con la compenetrazione fra governi, enti regolatori e operatori indebolirebbe l’indipendenza e la trasparenza dell’informazione, con esiti di sottovalutazione delle emergenze, come mostrato dall’incidente di Fukushima. La promessa di “sicurezza assoluta” disincentiverebbe una pianificazione realistica per eventi rari ma ad alto impatto. In prospettiva climatica, nel caso di reattori nucleari si aggiungono stress fisici crescenti (ondate di calore, siccità, alluvioni) che aumentano il rischio di fermate non programmate e vulnerabilità dei sistemi di raffreddamento e delle supply chain. La gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti ad alta attività resta un nodo irrisolto tecnologicamente e socialmente. La chiusura degli impianti, poi, genera impegni finanziari certi e prolungati, spesso coperti da fondi alimentati da tariffe o fiscalità.

Il settore nucleare è dipendente da sussidi e diplomazia statale: export credit, garanzie, pacchetti “chiavi in mano” e programmi di “colonizzazione” come quelli trattati da Trump nell’incontro a Washington con Giorgia Meloni. La contiguità tecnologica tra civile e militare e i rischi di proliferazione sono all’ordine del giorno, con pratiche industriali controverse, ancor più condizionate oggi dalla corsa al riarmo. Pur tenendo conto dell’ondata di venture capital e dell’interesse politico, è stato sottolineato che i piccoli reattori modulari (Smr) affrontano ancora barriere su licenze, supply chain, dimostrazione di costi e sicurezza. Le stime aumentano, le timeline slittano, e permangono criticità insormontabili su rifiuti, gestione del plutonio e complessità ingegneristiche; la presunta “modularità” non avrebbe ancora provato economie di serie vantaggiose nella pratica.

In termini di sistema, si è rivendicato che eolico, solare e pompaggi (insieme a storage elettrochimico e flessibilità di rete) abbiano ridotto fortemente i costi complessivi e i tempi di dispiegamento, superando il nucleare nella competizione dei costi, oltre che in nuova capacità e quote di generazione. Una tecnologia come quella di fissione, assai poco flessibile, si integrerebbe peggio in mercati con alta penetrazione variabile come nel caso delle rinnovabili, aumentando i costi di bilanciamento.

Per quanto riguarda politiche pubbliche e allocazione del capitale, ogni euro vincolato a nuovi reattori sottrae risorse a soluzioni climatiche più rapide, scalabili e “low‑risk”: efficienza, reti, rinnovabili, accumuli, domanda flessibile, elettrificazione dei consumi finali e pompaggio idroelettrico. In un orizzonte di budget di carbonio stringente, i lunghi tempi di realizzazione del nucleare indebolirebbero il contributo alla decarbonizzazione entro le scadenze 2030-2040.

A conclusione del convegno si è ribadito quanto il nucleare combini rischi sanitari, costi in crescita, incertezze regolatorie, passività di lungo periodo e dipendenza da supporto pubblico, mentre le rinnovabili con sistemi di accumulo e gestione della domanda offrano tempi, costi e profili di rischio migliori. Per l’Italia, la priorità dovrebbe essere un portafoglio di efficienza, reti, rinnovabili, storage e flessibilità, evitando impegni finanziari e industriali che potrebbero aggravare la crisi climatica e gravare su contribuenti e consumatori per decenni. Ma non sembra questa la strada imboccata dal nostro governo.

Il successo del convegno milanese apre un dibattito finora monopolizzato dalle dichiarazioni e dai disegni di legge che Pichetto Fratin evita di portare al dibattito del Parlamento e ad una valutazione aperta e franca dell’opinione pubblica.

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La registrazione della Lectio Magistralis del Nobel Giorgio Parisi

Carissime/i,

Qui la registrazione della lectio magistralis tenuta dal premio Nobel Giorgio Parisi per l’Associazione SI’ alle rinnovabili NO al nucleare. Di seguito il link e il passcode per la visualizzazione (basta fare un copia incolla del codice d’accesso alla voce passcode quando appare la richiesta di entrata al video).

premio Nobel per la fisica prof. Giorgio Parisi

Lectio Magistralis sul tema:

ENERGIE RINNOVABILI PER L’AUTONOMIA ENERGETICA DELL’ITALIA, IL NUCLEARE CHE C’ENTRA?

Questo è il link per vedere la registrazione

https://us02web.zoom.us/rec/share/tFc7I1aL1h6PnvF6390uZW3sG4nU_1WuanecAy_b0LvzXMF8z-RnDez3lkZPwuqY.OqWgzN8GdXdt87QE?startTime=1743780946000

Codice d’accesso: J^=Ts=0c

Un caro saluto. Mario

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