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Tassonomia verde, contro gas e nucleare si mobilita anche la società civile europea

Grande consenso – i sottoscrittori sono attualmente 146.922 e aumentano di minuto in minuto – sta riscuotendo la petizione contro la proposta della Commissione Europea, che ne discuterà nei prossimi giorni, di inserire nucleare e gas fossile nell’elenco europeo delle energie verdi: il che in sostanza significa usare i soldi del Next Generation Eu (in Italia Pnrr) per queste fonti pericolose e inquinanti.

Andrebbe peraltro ricordato dai nostri rappresentanti in Europa e dallo stesso Governo italiano che il nucleare è già stato bocciato in Italia da ben due referendum popolari (1987 e 2011) mentre l’Europa deve sviluppare fonti di energia veramente rinnovabili come eolico, fotovoltaico, geotermico, idraulico. Nucleare e gas fossile non lo sono.

L’inaccettabile posizione della Commissione Europea in particolare per il nucleare è un cedimento alle pressioni della lobby nuclearista, che ha nella Francia la capofila. La Francia ha infatti bisogno di una quantità spropositata di miliardi di euro (si parla di 400) per mettere in sicurezza le vecchie centrali e per costruirne di nuove, nonché per completare i costosissimi depositi per le scorie radioattive. Ma i costi proibitivi del nucleare civile vengono nascosti e scaricati sulle finanze pubbliche. Per questo la Francia insiste per scaricare i costi del suo nucleare su tutta l’Europa e altri paesi sperano di fare altrettanto. L’Italia pensa forse di accodarsi per gli interessi che intende mantenere e procrastinare nel settore del metano a danno delle rinnovabili?

Contro questa proposta della Commissione si sta mobilitando la società civile europea e proprio in data 19 gennaio i presidenti della commissione per i problemi economici e monetari (Econ) del Parlamento europeo, Irene Tinagli (S&D, Italia) e la commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare (Envi), Pascal Canfin (Renew Europe, Francia), hanno espresso preoccupazione per la procedura seguita dall’istituzione in merito al progetto di atto delegato complementare sulla tassonomia dell’Unione europea.

Intervenendo a nome della “maggioranza dei coordinatori Econ ed Envi, Tinagli e Canfin hanno deplorato la mancanza di consultazione sulla bozza di testo e la mancanza di una valutazione d’impatto. Hanno quindi chiesto alla Commissione di avviare una consultazione pubblica, come è stato fatto per il primo atto delegato sulla tassonomia e di concedere “tempo sufficiente per le reazioni delle parti interessate”.

La classificazione Ue delle attività economiche che possono essere considerate sostenibili a lungo termine dal punto di vista ambientale, in sostanza la cosiddetta tassonomia “verde”, dovrebbe rappresentare uno strumento discriminante, il più possibile mirato e costrittivo ai fini di una rapidissima riconversione verso il 55% di riduzione di emissioni climalteranti. La nuova proposta della Commissione europea, al contrario, altera sostanzialmente l’uso futuro e l’impatto del quadro tassonomico della Ue.

Inserire tout court gas e nucleare alla stessa stregua delle rinnovabili per ricevere finanziamenti significa offrire uno strumento che vincola la trasformazione dell’economia, ponendo queste fonti nelle stesse condizioni di quelle pulite e ostacolando il cambiamento. È come fornire incautamente a interessati e malevoli lobbisti una bacchetta magica senza libretto di istruzioni.

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Abbiamo trent’anni per diventare ‘carbon neutral’. Ma senza trucchi!

Il nuovo target europeo al 2030, 55% di riduzione delle emissioni climalteranti, comporterà un deciso innalzamento della produzione da rinnovabili. In Italia, la generazione “Next e Green” dovrebbe arrivare a soddisfare oltre due terzi dei consumi elettrici con energie rinnovabili entro soli 10 anni. Per quanto riguarda la potenza solare, a fine decennio dovremmo arrivare ad una settantina di GW (anziché i 52 previsti dal Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima, Pniec) e per l’eolico ad almeno 5 GW in più rispetto a quelli indicati dallo stesso Piano.

Intanto, forte di una politica aziendale che impone ai governi le proprie scelte, l’Eni ha presentato il suo programma, che contempla che al 2025 il gruppo aumenti la sua produzione di idrocarburi, anche se sposterà il peso sul gas, che nel 2024 costituirà il 55% circa delle riserve, contro il 50% attuale.

Ovunque e in simile emergenza climatica si considererebbe questa una provocazione, ma l’insistenza sui fossili ci viene spacciata per un trend salutare. Infatti, afferma l’Ad Claudio Descalzi, “il metano (non dice idrogeno o pompaggi! nda) costituirà un importante sostegno alle fonti intermittenti nell’ambito della transizione energetica”, mentre nella strategia di medio periodo la produzione di gas raggiungerà quella petrolifera tra il 2030 e il 2040, per arrivare al 90% del totale al 2050). E la decarbonizzazione? A metano?

Si tenga conto che il preoccupante aumento della concentrazione in atmosfera di CH4, dovuto alle perdite per estrazione, distribuzione e usi finali, fa della forte metanizzazione degli ultimi decenni una componente importante del global warming, a causa dell’efficacia di questo gas nel produrre l’effetto serra, circa 10 volte maggiore di quella della CO2. E dove è finito allora il discorso di Mario Draghi in Parlamento? Va definita in modo molto più preciso la rotta che si intende seguire per la ripresa del Paese nei prossimi anni, guardando soprattutto ai giovani e all’Italia che loro riceveranno in consegna non nel 2050 ma nel 2030. Segnalando che il triennio 2021-2023 sarà cruciale per la realizzazione anche quantitativa degli obiettivi finali.

Una partenza lenta e un trend poco ambizioso nel breve termine farebbero fallire il conseguimento di ogni risultato. L’Italia parte da più in basso rispetto ad altri Paesi – 30 GW (solare più eolico) nel 2018 – eppure 70 GW nuovi da installare entro il 2030 sono alla portata del complesso industriale e produttivo italiano, tenendo conto anche dell’idrogeno verde da idrolizzatori da mettere a disposizione della rete. Ciò comporta disfarsi subito del Pniec con quel misero 33% di riduzione dei gas serra al 2030. Con l’attuale versione del piano sarebbe oltretutto impossibile riempire il 37% dei 209 miliardi destinati all’Italia nell’ambito Next Generation Eu con il Piano nazionale di ripresa e resilienza, espressamente intesi alla lotta contro i cambiamenti climatici e forieri di ricadute occupazionali rilevanti.

Vanno progettati nuovi processi e nuovi prodotti per realizzare un massiccio spostamento verso l’energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili e dei consumi totali d’energia nei vari settori di impiego – trasporti, riscaldamento, industria, costruzioni – come non sarebbe mai possibile con la generazione elettrica da enormi impianti centralizzati, termoelettrici o nucleari.

Ma la resistenza di Eni e delle lobby del gas che agiscono a Bruxelles non va sottovalutata. Secondo una nuova ricerca pubblicata da Global Witness, una Ong internazionale, in meno di un decennio l’Unione europea ha speso 440 milioni di euro per gasdotti che non sono mai stati completati o rischiano di fallire. Soldi sperperati su vecchi asset ed entro scenari geopolitici in continuo mutamento. Ma i sussidi non riguardano solo il passato: sotto nuove e più camuffate forme riguardano il futuro e mettono in discussione il rapido passaggio alle rinnovabili e all’elettrificazione e all’idrogeno connaturati ad esse.

Infatti, sebbene il regolamento Ue per la prima volta escluda i gasdotti e gli oleodotti dal ricevere finanziamenti, lascia la porta aperta al finanziamento delle reti dell’idrogeno ottenute adattando l’infrastruttura del gas esistente. Ipotesi del tutto fantasiosa, se non per allungare la vita al gas metano. Più in dettaglio, mentre la Commissione europea propone di togliere la protezione del Trattato agli investimenti in carbone, petrolio e gas naturale, si prova ad inserire cervellotiche eccezioni: le condizioni del Trattato continuerebbero a essere applicate fino al 31 dicembre 2030 agli investimenti in centrali a gas che emettono meno di 380 grammi di CO2 per kWh (anche se il limite fissato da Bruxelles nella tassonomia per la finanza verde è molto più basso: 100 grammi di CO2/kWh).

E, nel caso in cui queste centrali a gas andassero a rimpiazzare impianti a carbone (vedi Civitavecchia), la protezione sarebbe estesa di altri 10 anni dopo l’entrata in vigore delle modifiche al Trattato, ma non oltre il 31 dicembre 2040! Capito allora perché gli Enti energetici si buttano a costruire centrali a metano nuove di pacca, anziché impianti di rinnovabili disponibili a costi largamente inferiori, ma non automaticamente fornitori di profitti garantiti da sussidi pubblici, capacity market e carbon tax quasi nulle?

Rimane comunque un problema: dato che una centrale a gas metano, per ottenere meno di 380 grammi di CO2 per kWh di produzione, dovrebbe avere un rendimento di almeno il 53% e dato che i gruppi turbogas a ciclo semplice non arrivano assolutamente a questo livello di efficienza – non sono cioè tecnicamente in grado di emettere meno di 380 grammi di CO2 per kWh di produzione – che altro trucco ci si inventerà anziché muoversi in fretta e bene verso le fonti rinnovabili?

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Fuori dal fossile

Questo video riporta un dibattito della rete “Fuori dal fossile” tenuto il 12 Dicembre con oltre 60 partecipanti. Hanno portato la loro esperienza attivisti, ricercatori, associazioni. La questione centrale ha riguardato la sostituzione di centrali a gas con rinnovabili + idrogeno. I pezzi da ritagliare e tenere sono da 1’50’’ a 27’ 40’’ (Angelo Moreno); da 45’22’’ a 1h.07’ (Mario Agostinelli) e conclusioni da 1h 48’ a 1’ 53’ 31’’.

https://www.facebook.com/2845166969042514/videos/215529110129933

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Futuro Tvn; da oggi a Civitavecchia qualcosa può cambiare

3 dicembre 2020: dibattito aperto al telegiornale di Civitavecchia sulla riconversione della Centrale a carbone.

Vengono intervistati: Livio de Santoli vice preside della Sapienza; Alex Sorokin ricercatore di Retenergy; Dario Furlanetto, presidente Italia Nostra Brescia, Alessio Gismondi segretario CNA Civitavecchia; Mario Agostinelli.

Apprezzata la piena convergenza sul no al gas fossile e sul favore posto su rinnovabili e nuova occupazione

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OLTRE I FOSSILI: LA CONVENIENZA DELLE FONTI RINNOVABILI

Sono usciti due recentissimi studi (IEA e IRENA) sulla maggiore resilienza alla pandemia dei sistemi a rete alimentati da rinnovabili anziché da fonti fossili e sulle prospettive della decarbonizzazione. In base ai dati forniti dai due centri studi, queste slides forniscono ampia documentazione in particolare sui vantaggi climatici e occupazionali delle rinnovabili rispetto alle fonti fossili. Per i riferimenti ai link di IEA e IRENA e al caso di Civitavecchia v. https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/11/14/energia-rinnovabili-il-covid-19-non-ne-ferma-la-crescita-due-studi-ci-spiegano-perche/6002910/ .

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