Una risposta agli attacchi di Ragazzi alle rinnovabili sulle colonne del Fatto Quotidiano

Roberto Meregalli

Energia Felice

 

Nelle prime righe dell’articolo di Giorgio Ragazzi si materializzano subito le tesi sostenute da almeno un paio d’anni da Assoelettrica, Aiget e Confindustria.

A fine luglio il vicepresidente di Confindustria Aurelio Regina aveva sparato analoghe bordate e, ricordando che “il mercato dell’energia attraversa una profonda crisi”, chiedeva interventi al governo minacciando “una raffica di chiusure tra i produttori di energia”. Ma il vicepresidente di Confindustria aveva abbandonato subito “gli elettrici” per lamentarsi del costo dell’elettricità: “Il sistema è troppo generoso e l’Italia non può permetterselo”, tagliava corto Regina.

Proponendo cosa? Che “anche i produttori incentivati paghino una parte degli squilibri che producono”, non solo, “devono poi contribuire al mantenimento del sistema di riserva, costituito anche da centrali termoelettriche, per evitare di rimanere al buio quando sole e vento spariscono”. Tradotto per i comuni mortali significa che le rinnovabili paghino il costo degli oneri creati dalla loro non prevedibilità e paghino le centrali a gas che servono a fare da back-up.

Ragazzi si spinge dove sinora Confindustria e neppure Chicco Testa aveva osato: chiedere misure retroattive e “tagliare con decisione i sussidi per nuovi investimenti”.

Sul secondo punto va chiarito che il governo Monti ha già agito a suo tempo ed il taglio c’è già stato.

Ma partiamo dai dati. Il conto energia, che dal 2005 ha incentivato l’installazione di pannelli fotovoltaici, è terminato definitivamente il 6 luglio del corrente anno.

Risultato? Cinquecentosettantamila impianti (e quindi altrettanti invitati a suddividere la fetta di torta degli incentivi) per 18 GW installati (18 milioni di MW, equivalenti ad 11 del più potente reattore nucleare in costruzione, l’ EPR che si voleva costruire anche in Italia). Costo pagato in bolletta nel 2012? 6,4 miliardi su un totale di sessanta, a tanto ammonta la bolletta totale italiana (tutti dati rilevati dalla relazione del presidente del GSE alla X Commissione del Senato il 18 giugno 2013).

Il fotovoltaico ha prodotto 18.862 MWh di elettricità nel 2012 (dato definitivo GSE) il 6,3% di quella prodotta in Italia, una quantità rilevante, ma come mai in grado di creare così tanti sconvolgimenti fra i termoelettrici? In fondo si tratta di una quantità inferiore alle perdite annuali sulla rete in alta tensione.

Tutta colpa del mercato elettrico, perché questa quantità viene offerta nelle ore di maggior consumo, in cui un tempo più alti erano i prezzi e pertanto maggiori i ricavi dei produttori di elettricità, il meccanismo (merit order) fa scartare le offerte a maggior costo. Se confrontiamo lunedì 15 maggio 2006 (era pre-fotovoltaica) e lunedì 13 maggio 2013, scopriamo che nella fascia oraria dalle 9 del mattino alle 20 serali il prezzo medio dell’elettricità all’ingrosso è calato del 37,5% (a fronte di un calo degli scambi del 9,5%). Nei giorni festivi è ancora peggio: – 54,1% di prezzo confrontando il 1 maggio dei due anni.

Quindi solare ed eolico hanno fatto abbassare il costo di generazione a livelli che rimangono sempre più elevati degli altri Paesi europei ma sempre meno distanti: nei primi cinque mesi del 2013 è più elevato solo del 3,7% rispetto a quello del Regno Unito, del 21,9% rispetto alla Francia (ma era più alto del 49% lo scorso anno), del 35,9% rispetto alla Germania (era del 43,5% nel 2012).

I termoelettrici non possono contestare questi dati, contestano che per contro è aumentata la parte della bolletta finale che comprende gli oneri, quella parte di bolletta in cui c’è di tutto e di più e che solo per scelta politica è in bolletta piuttosto che all’interno del Bilancio dello Stato.

Vero, però un bambino a questo punto chiederebbe come mai si è deciso di incentivare le fonti rinnovabili e nella risposta sta la direzione da imboccare ora. Lo si era deciso per ridurre le emissioni di CO2 e di tutti quegli inquinanti che genera la combustione (anche da biomassa), riducendo la pesante dipendenza italiana dalle importazioni. Se questi obiettivi valgono ancora non si può che stringere i denti e valorizzare al massimo i soldi spesi, questo è ciò che si fa nelle case degli italiani in questi tempi di crisi.

Valorizzare una spesa già fatta significa, in campo elettrico, non buttare l’elettricità prodotta dalle FER per incapacità della rete a riceverla, invece nel 2011 appena Terna presentò i progetti per costruire 130 MW di impianti di accumulo nel Sud d’Italia per “evitare che parte dell’energia prodotta con le fonti rinnovabili vada sprecata”, ci fu la reazione negativa di Confindustria e di Aiget (Associazione Italiana di Grossisti di Energia e Trader). Significa che il cavo con la Sicilia andava inaugurato cinque anni fa se si voleva ridurre il costo dell’elettricità e non nel 2015 come si spera ora (a luglio mentre il prezzo all’ingrosso nel resto d’Italia è stato di 55 euro al MWh, in Sicilia è stato di 90 euro e il prezzo nazionale è calcolato come media fra i prezzi zonali).

Riguardo al prezzo dell’elettricità e del gas, perché il costo della prima in Italia è fortemente dipendente dal costo della seconda, è facile ripetere il solito refrain dei costi elevati, anche se nessuno chiarisce esplicitamente che, come ha ricordato per l’ennesima volta il presidente dell’Autorità per l’energia elettrica ed il gas nell’audizione presso la decima commissione del Senato nel luglio 2013, anche “nel 2012 i prezzi dei clienti domestici in Italia sono stati più bassi della media europea”. Ma è rarissimo trovare delle analisi serie sul costo dell’elettricità, basate su cifre reali, tutti trovano un capro espiatorio o una soluzione magica (si pensi al nucleare di due soli anni fa) evitando la complessità del sistema elettrico. In tal caso si scoprirebbe che il costo all’ingrosso dell’elettricità è da sempre, da prima dell’era delle rinnovabili, superiore in Italia rispetto ad altri Paesi Europei e lo è perché all’estero si utilizza più carbone, mentre in Italia la “tecnologia marginale” nella maggior parte delle ore (il 60% nel 2012, il 66% nel 2011) è rappresentata dai cicli combinati a gas, il confronto con la tecnologia marginale a carbone tedesca fa esattamente una differenza di 30 euro al MWh, senza tirare in ballo altre fonti di generazione (si veda l’ultimo rapporto dell’AEEG sui mercati elettrici). Chiediamo ai cittadini italiani se sono disposti a costruire nuove centrali a carbone per abbassare le bollette delle aziende, se volgiamo essere concreti.

Oggi abbiamo il problema (si fa per dire) di avere troppa elettricità “verde” e consumi in calo infinito, perché non si pensa di favorirne il consumo, sostituendo altre forme di energia alimentate dai fossili? Di fronte a un problema c’è sempre la tentazione di difendere lo status quo, ma la storia insegna che non è la strada giusta. Oggi, finita l’epoca degli incentivi, sarebbe errato stabilire misure retroattive, definite odiose dallo stesso Ragazzi. La storia italiana è piena di stop & go, che sono la peggior strategia per vincere qualsiasi gara.

 

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