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Referendum, nucleare e Laudato SI’

Una nota sull’improvvida accelerazione del governo  sul “ritorno” del nucleare e la locandina dell’iniziativa del 29 Settembre a Milano per i 10 anni dalla Laudato SI’ ( per iscriversi mandare una mail a giardinoson@fondazioneson.org)

 

 

Da: Mario Agostinelli <agostinelli.mario@gmail.com&gt;
Inviato: venerdì 12 settembre 2025 09:43
A: agostinelli.mario@gmail.com
Oggetto: Referendum, nucleare e Laudato SI’

 

Carissime/i

      qui di seguito (https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/09/12/ritorno-nucleare-sostenibile-referendum-metodo-pichetto-fratin/8122818/ ) e in allegato una nota sull’improvvida accelerazione del governo sul “ritorno” del nucleare e la locandina dell’iniziativa del 29 Settembre a Milano per i 10 anni dalla Laudato SI’ ( per iscriversi manare una mail a giardinoson@fondazioneson.orgUn grande abbraccio. Mario


Mario Agostinelli
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Non si può parlare di ritorno al nucleare ignorando l’esito dei referendum passati: è una questione di metodo

È curioso, per non dire contraddittorio, che un governo che si proclama vicino al popolo ignori apertamente le indicazioni espresse in uno degli strumenti più alti della sovranità democratica: il referendum. Ancora più discutibile è l’insistenza del ministro Pichetto Fratin nel decantare le presunte virtù salvifiche del ritorno al nucleare, mentre l’Italia resta ancorata al gas e il governo continua a voltare le spalle alle rinnovabili, in un atteggiamento che sa di negazionismo energetico.

In debito di un esteso dibattito politico e pubblico sulle implicazioni delle scelte nazionali sulla transizione energetica, provo qui ad avanzare alcune obiezioni di fondo sulla scorrettezza politica e la discutibilità giuridica di un processo che avanza con l’appoggio delle lobby energetiche e confindustriali, sospinto dal governo e in particolare dal ministro dell’Ambiente. Metto a confronto due evidenze che parlano da sole: da un lato, le dichiarazioni sempre più disinvolte e coordinate di esponenti delle Regioni e del governo a favore dell’atomo; dall’altro, la volontà popolare degli italiani, chiaramente espressa che, fino a prova contraria, resta ferma nella sua opposizione agli impianti di fissione.

Senza particolare clamore né reazioni da parte dell’opinione pubblica, negli ultimi mesi il presidente della Regione Lombardia e il ministro dell’Ambiente hanno sottoscritto accordi di cooperazione sul nucleare con interlocutori internazionali di primo piano: rispettivamente con Rafael Grossi, direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, e con il Segretario all’Interno degli Stati Uniti, Doug Burgum. Si tratta di atti ufficiali, presentati alla stampa come iniziative per “rafforzare la cooperazione in materia di sicurezza energetica”, ma che nella sostanza mirano a riaprire la strada al nucleare di nuova generazione, definito “sicuro e sostenibile”. Pur non avendo valore vincolante né carattere legislativo, questi accordi assumono un peso politico significativo, soprattutto perché vengono promossi in assenza di un mandato popolare e in contrasto con quanto espresso dai cittadini nei referendum del 1987 e del 2011.

Il quadro di riferimento in cui si inquadrano queste iniziative è un ddl approvato a maggioranza della Conferenza Unificata delle Regioni e non ancora approdato in Parlamento. Un progetto che ambisce a disciplinare l’intero ciclo di vita dell’uranio: dalla ricerca alla costruzione degli impianti, fino allo smantellamento e alla gestione dei rifiuti, senza alcun riferimento ai vincoli posti dall’esito referendario.

L’attivismo del governo è evidente e si dispiega ovunque, tranne che nelle sedi istituzionalmente dedicate al confronto e a un dibattito pubblico aperto. In quelle sedi opportune si dovrebbe tener conto di un macigno sulla strada che Pichetto Fratin percorre nelle occasioni a lui più congeniali, ostentando dati e orientamenti, come i costi, i tempi e la sostenibilità dell’operazione da lui promossa, ampiamente contestabili: l’esito dei referendum antinucleari. Il referendum nel 1987 dopo Cernobyl ha avuto una affluenza del 65.12%: 80,57% Sì 14,96% No. Il referendum nel 2011 dopo Fukushima ha avuto una affluenza del 54,79%: 94,05 Sì, 5,95% No.

Sul piano dei contenuti, l’ultimo referendum del 2011 ha abrogato due commi di legge relativi al nucleare:
– Art. 7, comma 1, lettera d) del DL 25/6/2008: “Realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare”;
– Art. 10, comma 5 della Legge 23/7/2009, n. 99: “Ripresa del programma nucleare nazionale”.

Un ostacolo così chiaramente delineato può essere superato solo attraverso un nuovo ricorso al referendum e non basta affermare la “sostenibilità” o la “sicurezza” delle moderne tecnologie dei reattori e del ciclo fissile dell’uranio. Come è possibile allora varare un programma che contempla non solo il lancio sotto nuove forme di impianti della stessa generazione precedente (Smr – Small Modular Reactors) ma, addirittura, l’obiettivo di una quota dall’11 al 22% dell’atomo nel mix energetico al 2050?

Mi piacerebbe si dimostrasse che il nuovo nucleare è improvvisamente diventato sostenibile per l’ambiente e la vita e che il rischio d’incidente e il lascito delle scorie sono sostanzialmente diversi da quelli bocciati. Ad oggi la tecnologia dei circa 100 Smr necessari per raggiungere gli obiettivi indicati da Pichetto Fratin non cambia la sostanza giuridica: abbiamo a che fare con impianti nucleari nel senso pieno del termine.

In precedenti occasioni ho già affrontato su questo blog questioni specifiche che si ricollegano ai ragionamenti qui abbozzati, a partire dalle previsioni su tempi e costi e dalla scommessa su sicurezza, flessibilità, economicità e autonomia energetica, nonché dalla gestione delle scorie radioattive. Questa volta sollevo una questione di metodo, prima ancora che di merito: non è in discussione il diritto del Parlamento di legiferare, ma il dovere delle istituzioni di rispettare la volontà popolare, soprattutto quando è stata espressa in modo inequivocabile e democratico, attraverso strumenti come il referendum. Ignorarla non significa esercitare la sovranità, ma svuotarla.

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Nella giornata internazionale contro i test nucleari, bisogna puntare a uno stop definitivo all’arma atomica

Il 29 agosto è la Giornata internazionale contro i test nucleari. La data serve a ricordare che la lotta contro i test nucleari rimane uno sforzo continuo, nonostante l’esistenza del Trattato sulla messa al bando totale dei test nucleari (CTBT) che deve ancora essere ratificato a livello globale.

La giornata è stata istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2009 per commemorare la chiusura del sito di test nucleari di Semipalatinsk in Kazakistan, avvenuta il 29 agosto 1991.

In effetti, la storia dei test sulle armi nucleari è una catena di episodi sconvolgenti. Dal 1945 ne sono stati effettuati oltre duemila, incontrando l’opposizione sia dei civili che dei governi locali laddove venivano impunemente effettuati. Il primo ordigno nucleare fu fatto detonare dagli Stati Uniti nel sito di Trinity, nel New Mexico, il 16 luglio 1945, a compimento del famoso “progetto Manhattan”, con una potenza approssimativamente equivalente a 20 kilotoni di trinitotoluolo TNT.

L’arma nucleare più potente mai testata ad oggi è la Bomba Zar dell’Unione Sovietica, fatta esplodere a Novaja Zemlja il 30 ottobre 1961, con una potenza stimata tra i 50 e i 58 megatoni (quasi tremila volte il test di Trinity, che ha anticipato la distruzione di Hiroshima e Nagasaki nel 1945).

Nella memoria collettiva rimangono le terrificanti esplosioni statunitensi dal 1946 al 1958 nell’atollo di Bikini nel Pacifico (ancor oggi richiamato alla mente dal costume da bagno considerato audace e rivoluzionario per i suoi tempi in “omaggio” ad una improvvida idea di esplosione e shock). Test organizzati per studiare gli effetti delle armi nucleari su navi da guerra: eventi che generarono enormi nuvole di vapor d’acqua radioattiva, che contaminarono le imbarcazioni ivi ancorate. La questione dei diritti dei popoli indigeni delle Isole Marshall (a contatto con le deflagrazioni di Bikini) e della giustizia per i danni inflitti ai loro territori è divenuta in seguito una questione centrale nei dibattiti sui test nucleari, che avevano non solo messo in pericolo l’ambiente marino, ma anche compromesso la vita delle popolazioni locali, costrette ad abbandonare le loro terre e a rinunciare alla loro cultura.

Dall’altra parte del mondo, l’Unione Sovietica, il 29 agosto 1949, effettuò la sua prima esplosione nucleare – nome in codice “Primo Fulmine” – presso il sito di test di Semipalatinsk, nel Kazakistan orientale. I testimoni ricordano di aver sentito il terreno tremare e di aver visto il cielo tingersi di rosso, sovrastato da una peculiare nuvola a forma di fungo. Il personale militare e scientifico sovietico che conduceva il test sapeva che la pioggia e il vento avrebbero reso la popolazione locale più vulnerabile alle ricadute radioattive. Ma all’epoca, le autorità ignorarono le conseguenze anteponendo ad esse gli obiettivi militari e politici.

Nei successivi 40 anni, un simile compromesso sarebbe diventato fin troppo familiare a coloro che vivevano nel sito dei test e nei dintorni. In totale, l’Unione Sovietica condusse 456 test nucleari a Semipalatinsk (340 sotterranei e 116 in superficie). Nel 1991, il presidente del Kazakistan Nursultan Nazarbayev chiuse ufficialmente il sito e ordinò che venissero forniti assistenza medica e risarcimenti ai colpiti dai test. Anni di ricadute radioattive e l’effettiva entità dei danni inflitti a Semipalatinsk continua ad essere oggetto di numerose ricerche e dibattiti. Oggi, con amarezza, la gente del posto nota di non essere stata altro che una cavia in un esperimento scellerato.

Ma non ci furono solo test americani e russi. In particolare, la Francia esplose 17 test atmosferici (in particolare nel Sahara) e ben 210 sotterranei, mentre i britannici sono ricordati per 21 test atmosferici e 45 sotterranei, e per una grande esplosione della potenza di circa 3,8 megatoni, avvenuta il 28 aprile 1958 nelle Isole Christmas, nell’Oceano Indiano.

Ad oggi purtroppo c’è la mancata ratifica del CTBT da parte di nove Stati (Cina, Corea, Egitto, India, Iran, Israele, Pakistan, Federazione Russa e Stati Uniti). Nonostante non sia entrato in vigore, il CTBT ha istituito una forte norma di riferimento internazionale, spingendo verso una moratoria di fatto sui test nucleari.

Ricordando l’impatto negativo dello sviluppo di questi ordigni inumani sulle comunità che sono vissute nelle vicinanze dei luoghi di queste esplosioni, durante l’ultima riunione degli Stati firmatari si è deciso di esaminare la possibilità di creare un fondo fiduciario internazionale per fornire risorse per l’assistenza alle vittime e la bonifica ambientale.

Oggi occorre andare oltre: promuovere un mondo libero da armi nucleari rilanciando il CTBT e, contemporaneamente, andando al rinnovo del trattato New Start, che limita il numero di testate nucleari strategiche, dato che la sua scadenza, di cui hanno cominciato a discutere Trump e Putin ad Anchorage, minaccia di riportare il mondo ad una corsa incontrollata.

Dalla celebrazione del 29 agosto viene l’impulso ad una rinnovata tensione per la definitiva proibizione dell’arma atomica. Una tensione che è anche un’importante occasione per riflettere su uno dei temi più critici del nostro tempo: la pace e la sicurezza globale, che si battono anche combattendo il riarmo come destino dell’Europa. Gli obiettivi di questa giornata non sono quindi solo simbolici, ma riflettono e richiedono un impegno concreto per un mondo libero dalla minaccia delle armi nucleari e delle guerre.

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Un nucleare nella valigia per le vacanze

 

Come consueto è alla vigilia delle ferie che chi comanda accelera i tempi. Così ormai su giornali a tiratura nazionale si fa propaganda per il rilancio del nucleare perchè “il futuro è ora” , come titola Repubblica “in collaborazione” con il ministero dell’Ambiente ed Energia. Qui una nota per confutare le mirabolanti promesse che seppellirebbero l’esito di due referendum vinti dai cittadini italiani. Roba solo da pre-Agosto? E se l’opposizione battesse un colpo?


Mario Agostinelli
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Su Repubblica lo spot al nucleare del Ministero dell’Ambiente

La Repubblica del 15 luglio ha pubblicato un disarmante spot pro atomo che non vale soltanto per il carico di inesattezze riportate, quanto per lo sponsor che l’ha promosso: nientemeno che il Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica. Prosegue così un’inquietante pratica del governo Meloni: superare le disposizioni di legge in vigore disegnando un futuro sulla base dei desiderata dell’esecutivo senza alcun riscontro nelle istituzioni preposte, in disprezzo del Parlamento e del Paese.

Veniamo all’accattivante sottotitolo dell’inserto citato: “Italia e atomo: il futuro è ora”. Niente di più ingannevole per i lettori e di più denunciabile forse anche ai tribunali competenti, che non possono che fare riferimento ai referendum del 1987 e 2011 che impediscono la costruzione sul territorio nazionale di nuovi impianti nucleari. A dire di Vito De Ceglia (che firma l’inserto del giornale), si tratterebbe di una nuova mirabolante generazione di reattori (SMR e AMR) capaci “di chiudere il ciclo del combustibile in un’ottica di economia circolare”. Una tecnologia – quella di questi piccoli reattori – già confutata su questo blog con argomentazioni e valutazioni ampiamente illustrate. Una soluzione, invece, spacciata qui per “sostenibile” sulla base di una “neutralità tecnologica focalizzata sulle scelte degli obiettivi da conseguire, piuttosto che sui mezzi tecnologici per raggiungerli”. L’atomo acquisterebbe così nuova vita attraverso una sua cospicua ed auspicata realizzazione nell’aggiornamento del PNIE dove “compare per la prima volta un’ipotesi di scenario di produzione da fonte nucleare, con una copertura potenziale tra l’11% e il 22% della domanda elettrica al 2050”. A suffragio di tanta ipotesi c’è perfino – continua l’inserto reso accattivante come un brand – un disegno di legge delega – che il Parlamento non ha mai visto – che “disciplina l’intero ciclo di vita del nucleare: dalla ricerca alla costruzione degli impianti, fino allo smantellamento e alla gestione dei rifiuti”.

Dopo uno sguardo alla fusione nucleare, simpaticamente definita “stella in miniatura”, e grafici colorati che illustrano l’interesse dei Paesi europei e non alla rinascita del nucleare, arriva la celebrazione dell’Alleanza Nucleare Ue cui il ministro Pichetto Fratin ha iscritto il governo italiano, forse senza nemmeno sentire… Mattarella. Già, perché l’obiettivo di questa alleanza è problematico per un Paese che ha registrato due rifiuti referendari ampiamente vinti sull’atomo e che dovrebbe giustificare l’obiettivo dell’Alleanza: “Riconoscere pienamente il ruolo dell’atomo come fonte stabile, sicura e a basse emissioni, da affiancare alle rinnovabili nel percorso verso la neutralità climatica, riducendo la dipendenza da importazioni extra-Ue in un contesto di instabilità globale”. E, inoltre, andrebbe presa per buona la conclusione finale dello spot: che “il nucleare sia la fonte più pulita di tutte (incluse le rinnovabili), considerando l’intero ciclo di vita degli impianti” e che “il costo del combustibile nucleare incide poco sul prezzo finale dell’elettricità”.

Quasi vere queste affermazioni, se non fossero formulazioni parziali. Infatti, essere la fonte più pulita e avere un costo del combustibile stabile sono elementi molto critici se valutati lungo l’intero ciclo di vita del materiale fissile in cui comprendere anche l’estrazione e l’approvvigionamento dell’Uranio (tutto al di fuori dei nostri confini nazionali dove, invece, sorge e tramonta il sole e dove nelle valli e sul mare fischia il vento), oltre alla collocazione delle scorie in depositi definitivi, ad oggi nemmeno alle viste.

Che dire poi dell’LCOE delle rinnovabili ad oggi stimato ad un terzo di quello nucleare ed in continua discesa e dei costi di dismissione e confinamento deli rifiuti che durano financo per trecento generazioni? Dove sta la convenienza , oltre, come penso, l’azzardo da non correre assolutamente a distanza di esattamente 80 anni dalle esplosioni di Trinity, Hiroshima e Nagasaki che sconvolgono ancor oggi la memoria delle testimonianze di chi li ha vissuti?

Ma tant’è: di questo periodo ricorderemo le scommesse, gli azzardi, le facili prevaricazioni rispetto alla scienza e al senso comune, magari con assicurazioni di una limitazione del danno. Infatti, l’inserto (a pagamento?) su Repubblica si chiude con un’assicurazione: “Il punto, per chi sceglie il nucleare, non è sostituire le rinnovabili, ma affiancarle per realizzare la transizione energetica”. Tranquilli, insomma, faremmo convivere due densità di potenza di ordini di grandezza spaventosamente distanti sapendo controllare quella di acqua vento e sole, ma solo a fatica e non definitivamente quella di un atomo che è giunto a noi dalle pressioni inaudite di tempi assai remoti dell’Universo, quando ancora non c’era vita sulla Terra.

Insomma: meno male che tra il dire e il fare c’è di mezzo… il referendum.

L’articolo Su Repubblica lo spot al nucleare del Ministero dell’Ambiente proviene da Il Fatto Quotidiano.

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