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F-35: quanto inquinano le armi

di Mario Agostinelli – Il Fatto Quotidiano online – 14 maggio 2012

Con un debito pubblico al 120% del Pil e un’inflazione che supera il 3%, l’Italia ha deciso di ammodernare il proprio apparato attraverso l’acquisto di aerei da caccia e navi da guerra. Ha stabilito di destinare al bilancio difesa 2012 una cifra imponente pari a 19,9 miliardi di euro (l’1,22% del Pil). Novanta caccia F-35, al costo unitario di 135 milioni saranno acquistati e Finmeccanica parteciperà alla loro costruzione con un risultato occupazionale di 1500 occupati. Ci si può chiedere se con i costi così esorbitanti dei programmi e delle guerre non sarebbe meglio investire lo stesso denaro in settori che garantiscano più posti di lavoro, benessere e pace per il Paese. Come calcolato dall’Università del Massachusetts, se investiamo un miliardo di dollari nella difesa abbiamo 11.000 nuovi posti di lavoro; 17.000 se lo impegniamo nelle energie rinnovabili e 29.000 se fosse speso nel settore dell’educazione.

In questo post, vorrei enfatizzare gli aspetti legati ai terribili danni ambientali delle armi più distruttive che non si lesina ad acquistare e impiegare, nonostante la crisi venga assunta a vincolo insuperabile per tagliare le uscite dello stato. Basta fare dei conti nei serbatoi o dietro gli scarichi dei velivoli seminatori di morte, per chiedersi per quale perversa ragione al governo Monti sembrino indispensabili e perché invece un sindaco come quello di Milano – Pisapia – abbia meritevolmente chiesto di rinunciarvi.

Se guardiamo ai consumi, un aereo tipo F-15 Eagle consuma circa 16.200 litri/ora, un bombardiere B-52 12.000 litri/ora, un elicottero Apache 500 litri/ora. Un mese di guerra aerea calcolato su queste basi comporta l’emissione di 3,38 milioni di tonnellate di CO2, l’equivalente dell’effetto serra provocato in un anno da una città di 310 mila abitanti (poco meno di Bologna). Durante la guerra Desert Storm furono effettuati rifornimenti di carburante per missioni aeree per un volume di 675 milioni di litri, equivalenti a un pieno di circa 17 milioni di autovetture normali. Il serbatoio di un F-35 contiene 8391 kg di carburante. La combustione per ogni litro di carburante produce in media 2,5 kg di CO2. Dunque lo svuotamento dell’intero serbatoio di un F-35 (viaggio andata e ritorno nelle missioni in medio oriente) produce circa 21mila kg di anidride carbonica, pari all’emissione giornaliera di 1000 abitanti del nostro Paese.

Questi dati chiariscono cosa significhi non solo per i “nemici”, ma anche per tutta l’umanità e le generazioni future avventurarsi nella soluzione armata dei conflitti. Stiamo rincorrendo gli Stati Uniti, che invece stanno perdendo terreno velocemente nei confronti della Cina nel campo dell’economia verde. Questo anche per colpa dell’enorme spesa militare che sottrae risorse agli investimenti pubblici per mitigazione e adattamento climatico. Il gigante asiatico, ormai leader incontrastato della green economy, spende circa un sesto rispetto alla superpotenza americana per gli armamenti e il doppio per ridurre le emissioni e prepararsi ai cambiamenti climatici. Anche negli Usa sta crescendo un’opposizione alle scelte di continuo riarmo. Uno studio della Quadrennial Defense Review propone un cambio di direzione, stimando che un miliardo di dollari speso in armamenti creerà circa 8mila posti di lavoro, se speso per potenziare il trasporto pubblico 20mila, se speso per l’efficienza energetica negli edifici o per le infrastrutture circa 13mila.

Se si sceglie il riarmo, come indica la vicenda degli F-35, oltre alla devastazione della pace si compiono sia un danno ambientale in prospettiva che uno occupazionale immediato. Se si vuole contenere in 2°C l’aumento della temperatura del pianeta, bisogna limitare le emissioni di CO2 entro 350ppm. Quindi non solo rinunciare allo spaventoso consumo energetico delle armi moderne ma destinare alla riconversione ecologica dell’economia una percentuale di Pil pari almeno alla metà di quella che gran parte delle nazioni dedica alle spese militari, creando in più ricchezza e occupazione. L’abbassamento a 350 ppm si potrebbe raggiungere con investimento tra l’1 e il 3% del Pil globale. Un investimento lungimirante, considerando il rischio enorme del “global warming” e i vantaggi economici, ambientali e occupazionali che questa decisione procurerebbe. E allora, ci ripensi il governo Monti, così attento – dice lui – al contenimento e alla produttività della spesa pubblica.

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L’energia di Monti sotto il segno della Bce

di Mario Agostinelli – Il Fatto Quotidiano online – 16 aprile 2012

L’intervento di Corrado Passera a fine marzo rappresenta uno dei primi segnali della volontà del Governo di affrontare il tema dell’energia nella sua complessità. Il ministro ha insistito su tre linee di messaggio: attribuire grande importanza all’efficienza energetica; ridimensionare il contributo alle fonti rinnovabili, considerandole complementari e non certo sostitutive dei fossili; raddoppiare la produzione nazionale di idrocarburi e fare dell’Italia l’hub del gas in Europa, lasciando sostanzialmente inalterata la dipendenza del sistema dei trasporti dal petrolio.

Passera conta non poco ed è assieme a Monti l’uomo più vicino alla filosofia della “troika” (Bce, Fmi, Commissione Ue). Sicuramente condivide la funzione che il mondo finanziario ha ancora ultimamente assegnato al nostro Paese nella divisione internazionale della produzione (e del lavoro). Ruolo rigidamente previsto, per cui l’Italia diventerebbe, con il sostegno del fondo per la sicurezza energetica messo a disposizione dalla Ue, il punto di transito e di stoccaggio di gas e petrolio per l’Europa. Oltre a diventare il luogo di concentrazione della logistica per le merci di passaggio dai nuovi centri di produzione (il progetto della Tav Torino-Lione è del tutto coerente con questa logica).

Per il freddo calcolo dei banchieri al Governo una politica energetica “low carbon” è da sognatori e il ripensamento imposto dal referendum un incidente da metabolizzare quanto prima. In effetti, c’è intima coerenza tra l’azione e la speculazione del mondo finanziario e il sostegno al modello energetico attuale. Ed è fuor di dubbio che il sistema delle grandi banche tragga profitto dal rallentamento e dalla non diffusione delle fonti rinnovabili.

Basta ragionare sulla struttura di un mercato collaudatissimo. Per il brent, e in parte il gas, si è costituito un mercato nel quale si fa finta di comperare e vendere barili di petrolio in base a scambi che dovrebbero fissare il prezzo di tutti i tipi di petrolio prodotti nel mondo. Ma non si tratta di scambi in materia: si comperano e vendono semplicemente dei contratti di carta, che nominalmente fanno riferimento a un volume “teorico” di petrolio (1000 barili per ogni contratto), ai quali non è associata la proprietà effettiva di alcuna merce. Ogni giorno, come documenta G.B. Zorzoli, si effettuano transazioni per un ammontare di circa 500 miliardi di dollari, in un mercato non trasparente, in mano alle maggiori istituzioni finanziarie mondiali che, spostando masse monetarie gigantesche, riescono a influenzarne l’evoluzione.

I grandi manovratori dei mercati finanziari hanno quindi a disposizione un’enorme massa monetaria che attrae o respinge investitori, generando profitti incommensurabili. La liquidità per queste operazioni è resa disponibile dai grandi istituti di credito, che non finanziano più le attività delle imprese, perché investono di preferenza al di fuori dell’economia reale le enormi somme che la Bce ha messo loro a disposizione a interessi irrisori. Somme formalmente elargite per comprare titoli di stato ma, di fatto, dirottate in ben altra direzione. Perché mai impiegare denaro, dato praticamente gratis in prestito, per comperare bond che fruttano il 4-8%, quando lo stesso denaro può rendere il 30-100% se va a finanziare il settore delle fonti fossili? Cosa c’è di più insidioso del progetto di sostituzione delle rinnovabili al sistema attuale?

L’attuale Governo non è certo nato per rinunciare a un gioco con una posta così alta, ma per farne parte. E non ipotizza neanche di lanciare una politica industriale di riconversione ecologica che, ponendo al centro rinnovabili e mobilità sostenibile, richiederebbe linee di credito trasparenti e basate sul consenso sociale. Perché cambiare, quando la “manna” del petrolio e del gas può giungere alle bocche dei soliti investitori con il corredo ulteriore di nuove centrali, condotte, navi, rigassificatori, stoccaggi sotterranei, perforazioni senza tregua? Il futuro per l’Italia è il riciclo del passato, come nei fatti sostengono Scaroni e Gros-Pietro (manager energetici intramontabili sotto qualsiasi governo politico o tecnico si sia succeduto), quando fin da ora optano per il gas non convenzionale (shale gas), che peggiora il bilancio di CO2, ma nelle loro speranze allontana nel tempo la parity grid a cui tende il temutissimo fotovoltaico. Dove è finita la lungimiranza di cui tutti invochiamo il ritorno, quando riflettiamo sulla crisi climatica e occupazionale? C’è la crisi – ci viene ripetuto – e la crisi la devono pagare sempre gli stessi. Ne deve uscire intatta solo l’imprevidenza che l’ha generata.

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Quanti morti a Fukushima?

Nei giorni scorsi, a inizio febbraio quando un’ondata di gelo ha subito fatto vacillare il nostro sistema “artificiale”, su qualche giornale è ricomparso il lamento per l’abbandono nucleare, tecnologia che rimane di grande fascino. Anche di Fukushima, molti hanno scritto che alla fine non è morto nessuno, quindi perché tanto can can?

Venticinque anni fa ero anch’io affascinato dai reattori, mi parevano macchine di straordinaria potenza (e lo sono), così “pulite” in apparenza, senza ciminiere e senza quell’enorme quantità di combustibile che necessita una centrale “fossile” della medesima dimensione. Ma occorre saper andare oltre le proprie simpatie e riconoscere anche i lati negativi e quando superano quelli positivi, saper rinunciare.

L’incidente di Fukushima ha costituito un ripasso per “i ripetenti di Cernobyl”, sulla non accettabilità di una tecnologia senza capacità di apprendimento che non sappiamo maneggiare. Inutile ogni volta dire “non accadrà più”, purtroppo continua ad accadere.

Il Giappone ha fama di efficienza, di serietà, di professionalità, eppure il reattore 1 non era in perfette condizioni prima del sisma, pochi giorni prima aveva ottenuto la licenza per estendere la sua vita di altri dieci anni nonostante carenze emerse nella sua manutenzione e nei sistemi di raffreddamento, ci hanno pensato sisma e tsuami a fermarlo per sempre, noi uomini no, avevano chiuso un occhio, come sempre quando in ballo ci sono “gli affari”. E succede a tutte le latitudini.

Come fidarsi delle rassicurazioni di imprese e governo che sistematicamente tendono a minimizzare e ad occultare i pericoli per evitare il panico nella popolazione? Nessuno è morto – sinora – per l’incidente nucleare, ma le decisioni relative alle zone da evacuare sono state prese non con l’obiettivo di difendere la popolazione ma di risultare gestibili in un paese affamato di spazi. Quanto accaduto ha evidenziato un governo e una impresa elettrica incapaci di gestire la situazione. Nessuno è morto ma tanti hanno perso tutto e la loro terra è stata resa inabitabile. Vi sembra cosa da poco?

Siamo esseri umani ospitati su un pianeta che ci fa da culla ed è nostro dovere far sì che le nostre attività custodiscano l’ecosistema che ci permette di sopravvivere. Siamo una specie arrivata a saper modificare, sconvolgere e distruggere i sistemi naturali, mettendo a rischio la nostra stessa sopravvivenza. Le attività che rendono la terra inospitale non sono degne di ciò che siamo e dovremmo ricordarlo più spesso.

“Fuku” significa felicità e “shima” isola, dell’isola della felicità ne abbiamo fatto una zona off-limits. Che l’11 marzo 2011 ci insegni ad accettare e praticare la responsabilità nel nostro agire, non a litigare come mocciosi su tecnologie incomprensibili alla maggior parte di noi. Che ci insegni che la lettura del mondo non si può ridurre ad interessi di parte e valutazioni economiche.

Roberto Meregalli, Beati i costruttori di pace

Per approfondire è disponibile: Dimenticare Fukushima (22 pagine sul nucleare oggi)

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Manifesto “Dalle fossili alle rinnovabili”

Realizzare un sistema energetico sostenibile per l’Italia e richiedere al Governo un Piano per la transizione dalle fonti inquinanti a quelle verdi ed alternative. Con queste finalità nasce il Manifesto “Dalle fossili alle rinnovabili” di EnergoClub Onlus, articolato progetto di azioni concrete rivolto a famiglie ed imprese intenzionate a contribuire alla transizione sopracitata.

Il Manifesto, che è stato presentato il 24 febbraio a Pescara, ha lo scopo di permettere alle famiglie e alle imprese di partecipare al cambiamento energetico del Paese, propone azioni concrete alle famiglie e alle imprese tramite i progetti di EnergoClub e quindi vuole promuovere il cambiamento a cominciare “dal basso”.

L’energia è alla base delle strategie di sviluppo del nostro Paese e ne condiziona sostenibilità, progresso, grado di benessere. L’attuale sistema italiano, basato per circa il 90% su fonti fossili inquinanti, costose, limitate e gestite da pochi Paesi politicamente instabili determina conseguenze gravi sull’economia, l’ambiente e la salute dei cittadini.

AMBIENTE: l’industrializzazione ha alterato il ciclo naturale del carbonio portando l’anidride carbonica a concentrazioni tali da provocare profondi mutamenti climatici e, anche in Italia, fenomeni di desertificazione, eventi atmosferici estremi, innalzamento dei mari, riduzione della biodiversità, alterazione degli ecosistemi. A livello europeo il 66% delle emissioni totali di gas a effetto serra derivano dalla produzione di energia elettrica e termica e dal consumo di energia nelle abitazioni, nell’industria e nei trasporti.

ECONOMIA: oltre a comportare una spesa di circa 50 miliardi di euro all’anno per l’importazione, la forte dipendenza dai combustibili fossili è una delle principali cause del debito di 700 milioni euro accumulato nel periodo 2008-2011 per il mancato raggiungimento degli obiettivi del Protocollo di Kyoto. È grazie all’incremento della produzione di energia elettrica da rinnovabili che, nello stesso periodo, si è ottenuta una riduzione pari al 40% del taglio delle emissioni climalteranti rispetto al 1990 previsto per l’Italia (14 milioni di tonnellate/anno). In Italia le fonti rinnovabili – combinate con efficienza e risparmio energetici – sarebbero competitive e sufficienti a soddisfare il fabbisogno energetico e generare un’occupazione tale da contribuire al rilancio dell’economia.

SALUTE: l’elevata concentrazione di polveri (PM10, PM2,5, polveri ultra fini, nanoparticelle, black carbon) e sostanze inquinanti nelle aree densamente urbanizzate e industrializzate rappresenta un fattore di rischio per lo sviluppo di malattie respiratorie e cardiovascolari, soprattutto per la presenza di prodotti di combustione carboniosi nella composizione del particolato fine. Ogni anno in Europa sono quasi 400.000 i decessi prematuri attribuibili all’inquinamento atmosferico e oltre 100.000 i ricoveri ospedalieri per malattie dovute agli attuali livelli di particelle sospese nell’aria. Il rischio per la salute pubblica è paragonabile a quello degli incidenti automobilistici o del tabagismo.

RISORSE: a conferma dell’insostenibilità dell’attuale sistema, gli esperti sottolineano il raggiungimento del picco dell’estrazione del petrolio – una risorsa finita formatasi in milioni di anni e consumata nell’arco di appena due secoli, generando tensioni, guerre e crisi economiche – e l’inizio del declino della sua disponibilità. Le fonti rinnovabili sono inesauribili, ampiamente disponibili, per loro natura libere e distribuite, non generano conflitti e sono prodotte vicino ai luoghi d’utilizzo. Si chiude, dunque, l’era del petrolio. Si va ad inaugurare l’era delle fonti rinnovabili.

Sulla base di queste premesse EnergoClub invita i cittadini a sottoscrivere i valori alla base del

MANIFESTO PER L’ENERGIA SOSTENIBILE

“Dalle fossili alle rinnovabili”

per costruire insieme un sistema energetico sostenibile per l’Italia e richiedere al Governo italiano un Piano per la transizione dalle fonti fossili alle fonti rinnovabili.

Per sottoscrivere il Manifesto: Adesione al Manifesto

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Pomodori e pannelli

di Angelo Consoli

L’art 65 del decreto liberalizzazioni ha fatto partire una discussione sulla necessità di preservare il territorio dal silicio. Con un intervento assolutamente non programmato è stata inserita da questo articolo una nuova normativa che tenta di regolare il delicato rapporto fra agricoltura e rinnovabili, tagliando demagogicamente a colpi di slogan questioni molto complesse che necessitano un tavolo di discussione serio e approfondito. Da ultimo, il Ministro Clini, novello fustigatore di speculatori delle rinnovabili” (quelli del petrolio o del nucleare non sembrano avergli mai dato troppo fastidio!), ha affermato che “nei campi bisogna far crescere i pomodori, non il silicio, annunciando ulteriori “punizioni” per gli immondi affamatori di esseri umani che preferiscono impiantare pannelli fotovoltaici piuttosto che cibo.

A parte che in provincia di Brindisi per centinaia di ettari non si possono più coltivare nè pomodori, nè carciofi, ne ulivi, nè lattuga, nè zucchine, nè nient’altro destinato all’alimentazione umana, e non è per il fotovoltaico ma per il carbone della centrale ENEL di CERANO, (e i cittadini stanno ancora aspettando un’impennata di indignazione del Ministro anche su questo…) credo che sia venuto il momento di mettere ordine nei pensieri senza facili demagogie, nè pilatesche fughe in avanti.

E perciò sento il dovere di intervenire in questa discussione che sento un po’ (molto) anche mia, in quanto ho contribuito a elaborare le linee guida per l’energia e le produzioni sistemiche per lo Slow Food e per Terra Madre (che troverete a questa pagina web) e le ho illustrate a Terra Madre 2010 nel panel dell’assemblea finale.

Metto subito, come si suol dire, le mani avanti, per chiarire che nessuno più di me è convinto che la terra fertile e il territorio vadano usati per l’agricoltura e non per il fotovoltaico! A ulteriore riprova, mi auto citerò in un articolo sull’argomento che ho scritto insieme a Carlo Petrini n relazione alla situazione Pugliese comparso in prima pagina su Repubblica il 17 aprile 2010 dal titolo PANNELLI FOTOVOLTAICI VIA DALLE CAMPAGNE, che valorizzava un accurato studio scientifico dell’ARPA Puglia, ingiustamente trascurato dalle istituzioni (in caso non ne abbiate abbastanza di questo post, lo potrete leggere a questo link). Ciò detto però, devo dire che non mi convincono le norme a presunta tutela del territorio agricolo frettolosamente incluse nel decreto liberalizzazioni e INSISTO per la soppressione pura e semplice dell’art. 65 che le ha introdotte. NON E’ UNA QUESTIONE DI MERITO MA DI METODO.

Si sperava ch questo governo a differenza del precedente avrebbe chiuso con la politica opportunistica di infilare di straforo provvedimenti che necessitano una attenta discussione e riflessione, in atti legislativi che non c’entrano niente solo per fare un favore a questa o quella lobby.

Non entro nel merito delle previsioni dell’art 65 (che prevedono maggiori incentivi per impianti su serre senza alcuna limitazione e pongono limitazioni retroattive a molti altri impianti su terreni agricoli e non). Dico solo che il rialzo degli incentivi alle serre è speculativo anch’esso, se non è accompagnato da regole per la presentazione di piani agronomici e commerciali validi e credibili per quello che si deve coltivare sotto le serre.

Se non parto da quello che deve essere coltivato sotto la serra, innanzitutto assicurandomi che la situazione di ombreggiamento lo permetta, e poi garantendogli un mercato perchè i prodotti non rimangano sulle piante (come succede troppo spesso anche fuori dalle serre), allora la serra sarà solo una scusa per aggirare il divieto di fotovoltaico su terreni fertili.

Fare 25 MW di serre a Su Scioffu in Sardegna, con capitali indiani e manodopera americana, senza garantire che i prodotti sottostanti abbiano una filiera commerciale che giustifica i pannelli soprastanti, è speculativo quanto farli a terra, e nel frattempo l’agricoltura sarda muore, come quella siciliana, pugliese e di tutto il Paese.

Quindi ha ragionissima chi risponde a Clini che non è vietando gli impianti fotovoltaici che si rilancia il mercato del pomodoro. Quello che ammazza la nostra agricoltura, caro Clini, è la filiera intermediaria parassitaria. Esattamente come nell’energia! Abbiamo il paradosso del tarocco siciliano che rende solo 0,09 cents al produttore di Catania, ma costa 2,5 al consumatore di Milano. Chi si fotte tutta la plusvalenza? Il sistema mafioso-intermediario della logistica (e questo vale per tutto il paese non solo per la Sicilia: il Comune di Fondi dove è intervenuto un decreto prefettizio di scioglimento per infiltrazioni mafiose dovute ai suoi mercati generali, è nel Lazio e non in Sicilia!).

Ovunque ci sia grande distribuzione centralizzata di orto frutta e altri prodotti agricoli, vengono “spremute” le due estremità (produttori e consumatori) a esclusivo vantaggio dei parassiti intermedi.

Poi abbiamo il paradosso del bilancio carbonico esagerato anche per prodotti che potrebbero essere a chilometro zero, solo perchè i sistemi di distribuzione sono orientati esclusivamente al profitto. Un caso di scuola è ormai quello famosissimo dei pomodori di Pachino che potrebbero essere venduti a chilometro zero a Siracusa, e invece vengono trasportati nelle grandi centrali di imballaggio nel nord per poi ritornare negli ipermercati della grande distribuzione siciliana, e da chilometro zero diventano a chilometro 1.800! Ma perchè? Npon si possono imballare localmente, dando lavoro a impianti i imballaggio locali? No!

Abbiamo creato il mostro della grande concentrazione anche in agricoltura, che appesantisce il bilancio carbonico di tutti i prodotti solo per fare delle economie di scala che alzano mostruosamente i profitti e comprimono l’occupazione. E in Italia ci va ancora bene perchè i contadini che si suicidano per questo sistema che li estromette dai mercati, non sono moltissimi. In India l’industrializzazione del cibo causa almeno 20.000 morti l’anno di “contadini che si suicidano perchè non riescono a far fronte ai debiti contratti per acquistare sementi, fertilizzanti e pesticidi” (Carlo Petrini, TERRA MADRE,2008 Slow Food editore, pag 84).

Dunque, perchè un contadino trovi conveniente continuare a coltivare il pomodoro o il tarocco, bisogna metterlo in condizione di guadagnare di più. diventando competitivo sia con interventi di abbattimento dei suoi orripilanti costi energetici (irrigazione, trasporti, refrigerazione, calore di processo), magari attraverso interventi mirati di rinnovabili (energia rinnovabile in funzione dell’agricoltura e non viceversa) che attraverso interventi di ordine pubblico contro l’illegalità nel settore, dal caporalato, all’aggiotaggio dei mercati generali). Nessun agricoltore sarebbe pronto a cedere i suoi terreni per grandi impianti speculativi se avesse la possibilità di guadagnare il giusto dai frutti della terra, e questa possibilità non ce l’ha perchè il mercato è distorto per mancanza di regole o per mancata applicazione delle stesse. Per mancanza di legalità. Cioè per mancanza di Stato!

Allora la soluzione è una politica nazionale di incoraggiamento fattivo dei giovani alle terre incolte, garantendo loro il mercato e il reddito per i primi anni attraverso politiche di incoraggiamento dei mercati di prossimità un ritorno ai mercatini di prossimità, dove si incontrano direttamente produttori e consumatori, senza intermediari, con adeguate e intensive campagne di comunicazione, invasive e penetranti almeno quanto quelle dei gioielli e generi di lusso (in fondo De Andrè ci ricordava che “dai diamanti non nasce niente / dal letame nascono i fior…”).

Ecco allora come l’intervento pubblico può essere efficace per regolare il problema dell’uso del territorio per gli impianti energetici: non con divieti e proibizioni, ma rendendo competitiva e redditizia l’agricoltura. E questo non solo a livello nazionale ma anche nei piani regionali o comunali. Esemplare in questo senso il Master Plan di Roma Capitale ispirato alla visione di Jeremy Rifkin e di Carlo Petrini, tradotto nel Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile elaborato da me e Livio De Santoli che prevede proprio interventi di rivalorizzazione della biosfera dell’agro romano, formando e affidando a cooperative di giovani le terre incolte e garantendo lo sbocco sul mercato con interventi di favore per i mercati diretti. Questo piano, per ora solo sulla carta, può fare di Roma Capitale il faro del recupero in chiave umana delle politiche energetiche, ispirandole alle leggi della termodinamica, al rispetto della biosfera e alla valorizzazione della biodiversità e dell’enogastronomia locale. Ci si aspetterebbe che, una volta smesso di spalare la neve e le critiche più o meno ingenerose, l’attuale sindaco si ricordasse di essere stato un buon ministro per le risorse agricole e forestali, e delle impulso agli impegni che ha preso con Jeremy Rifkin e Carlo Petrini, realizzando il piano preparato dal team del professor De Santoli.

Tutto questo dimostra come una materia tanto articolata e complessa non possa davvero essere affrontata marginalmente dall’articolo 65 del DL Liberalizzazioni ma deve essere invece affrontata in modo sistemico (specialmente da un governo tecnico in cui, per fortuna, il Primo Ministro non ha origini “mafiose” come il precedente).

In conclusione si tratta di una materia tanto complessa che non può essere affrontata totalmente fuori contesto, in margine a un decreto liberalizzazioni che e si occupa di apertura del mercato di tassisti, farmacie, notai e scorporo rete del gas etc. Una materia che merita una riflessione attenta e non soloi slogan demagogici ad effetto, da parte di ministri in cerca di popolarità a buon mercato! Anzi, a proposito, se si doveva “liberalizzare” l’energia rinnovabile, non avrebbero piuttosto dovuto mettere mano al monopolio di ENEL distribuzione per la media e bassa tensione, al monopolio del credito da parte delle banche, e alla semplificazione normativa, ad esempio abolendo l’infamissimo registro degli impianti che, introdotto dal decreto Romani, ha spiazzato e messo fuori gioco migliaia di piccoli operatori, bloccandone la crescita e facendoli fallire come mosche? E non solo piccoli. La Solon è fallita la settimana scorsa mettendo centinaia di famiglie in mezzo alla strada in Veneto. La Solsonica sta per fallire a Rieti. E sono solo alcune delle migliaia di vittime fatte dal Killer-Romani con il suo decreto che ha introdotto la più alta instabilità e incertezza normativa in un settore che invece in tutto il mondo vive di stabilità e certezza. Stabilità e certezze che possono essere ottenute solo con interventi ragionati e sistemici (e aggiungo, condivisi) e certo non con quattro righe in un velleitario articolo 65 in un DL liberalizzazioni totalmente fuori tema. Per questo, parafrasando Catone il Censore concludo con una sola esortazione, che ripeterò fino alla noia: “ART. 65 DELENDO EST!”

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